Bettino Craxi (1934 – 2000)

9788804496779gDicono che l’Italia sia un Paese che va avanti con la testa sempre rivolta all’indietro. Per una volta voglio farlo anch’io. Per meglio dire ogni tanto fa bene fermarsi a riflettere. Per questo vi consiglio di leggere un libro che ho appena finito. E’ la biografia di Bettino Craxi (sottotitolo retorico ma azzeccato "una vita, un’era politica") scritta da Massimo Pini, giornalista, ex consigliere d’amministrazione Rai, grande amico del leader del PSI, e pubblicata da Mondadori nel 2006.

Certo, il libro è di parte. Da quella giusta però. Perché Pini non nasconde le degenerazioni partitocratiche di un sistema, poi sgretolato da "Mani Pulite", né gli errori del politico Craxi, che hanno rovinato lui e il partito. Ma tracciando un affresco preciso e puntuale di una lunga parte della cosiddetta Prima Repubblica vuole ricordare con dovizia di particolari e con curati approfondimenti storici due cose.

La prima è che, lo si voglia o no, Craxi è stato uno statista. Sui generis, senz’altro. Ma a mio modo di vedere uno dei tre principali della seconda metà della Prima Repubblica insieme a Cossiga e Andreotti. Andatevi a leggere le pagine sull’abolizione della scala mobile o sul rapporto con gli USA durante i fatti dell’Achille Lauro e di Sigonella e capirete di che parlo.

La seconda è che Tangentopoli è stata un’operazione dai tratti oscuri, lividi, a tratti violenti e golpisti. Lo hanno riconosciuto quasi tutti (compreso Violante), tranne Di Pietro, poverino. Pini avanza una serie di ipotesi complottarde – cui per primo lo stesso Craxi aveva pensato – che non convincono fino in fondo. O che comunque non possono essere provate.

Resta l’amarezza per la repentina e drammatica fine di un uomo, di un partito e di una classe dirigente che avevano tutti – e sottolineo tutti – condiviso un approccio al rapporto tra l’azione politica ed il suo finanziamento. Craxi lo gridò a voce alta alla Camera in quel 3 luglio 1992, quando ruggì che "ciò che bisogna dire, e che del resto tutti sanno, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale…Se gran parte di questa materia deve essere considerata puramente materia criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale". E concluse: "Non credo che ci sia nessuno in quest’aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro". In aula nessuno fiatò.

Oggi i DS – oggi in difficoltà giudiziarie dovute a rapporti politica/finanza – lo riabilitano, i suoi ex compagni di partito, anche quelli che lo avevano abbandonato (Amato, Martelli) lo santificano, i giornalisti – che lo odiavano, cordialmente ricambiati – lo rivalutano. Ma è troppo tardi. Per avere un’idea di ciò che furono gli ultimi anni di Craxi, basta leggere i capitoli sull’esilio ad Hammamet e sulla malattia. E un episodio in particolare, quello del saluto con Cossiga. Pini racconta che l’ex Presidente della Repubblica era andato a trovare Bettino in Tunisia. Al momento di salutare, come faceva sempre, Bettino tagliò corto: "Bene, io vado a dormire, arrivederci". Ma sulla soglia di casa, l’ospite fu richiamato dal patio: "Francesco!". "Tu sai, vero – mormorò Bettino – che questa è l’ultima volta che ci vediamo". Commosso, Cossiga abbracciò a lungo Anna Craxi.

P.S.: A tutti i fan del Partito Democratico vorrei dedicare questo passo, riferito all’unificazione tra PSI e PSDI del 30 ottobre 1966: "L’unificazione fece sì che ogni carica, piccola o grande, dovesse essere assegnata congiuntamente, nel nuovo partito, ad un ex PSI e ad un ex PSDI…Essa rappresentò il trionfo delle burocrazie di partito e delle relative clientele: l’apparato gestiva il potere politico al centro e in periferia…Si può dunque concludere che l’unificazione fu opera di oligarchie, e che questa fu la debolezza di fondo che farà maturare le future sconfitte elettorali e la successiva scissione".

Auguri.

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6 Risposte to “Bettino Craxi (1934 – 2000)”

  1. marish Says:

    Kolchoz…
    dove sei? Su… su, forza! è un esca…

  2. utente anonimo Says:

    A me, personalmente, non è mai piaciuto come politico: troppo sicuro di se, al limite dell’arroganza (anzi arrogante come pochi). Indubbiamente aveva spessore, altrimenti non sarebbe diventato il presidente del consiglio più a lungo in carica della storia repubblicana. Però vorrei puntualizzare su alcune cose: quello di Hamamet non fu un esilio, ma una latitanza. Visto che, comunque, l’Italia non era diventata una dittatura e lui non fu nè Garibaldi nè Mazzini, nè Nello Rosselli. Craxi in Italia era imputato (e condannato in contumacia) per reati di tipo amministrativo e un politico del suo spessore e della sua storia sarebbe dovuto tornare in Italia a risponderne, proprio per rispetto verso le istituzioni repubblicane che aveva comunque guidato negli anni ottanta. Tangentopoli non fu golpista: i golpe sono altro. Tangentopoli fu una fase storica a suo modo esaltante, nella quale, finalmente, in Italia si aveva la sensazione che i potenti, allorquando scoperti corrotti, potessero essere allontanati. Fu essenzialmente un sogno! Che purtroppo svanì un tristissimo giorno di Gennaio 1994..andiamo oltre!
    Purtroppo è tipico della genia italiota chiedere la forca sull’onda emozionale e poi santificare ad anni di distanza (lo si fa per la Mambro e per Vallanzasca….). Secondo me Craxi và studiato, in tutte le sue sfaccettature: non in modo ideologizzato. Non è vero che ogni sua azione fosse volta all’incremento del suo personale conto corrente bancario; come, però, non è assolutamente vero che ogni condanna che abbia avuto, ogni suo rinvio a giudizio sia stato il frutto di un mega complotto ordito da chi non si sa per levarlo di mezzo. E’, secondo me, rimasto vittima della sua stessa personalità strabordante e eccessiva, intrisa di una grandissima arroganza che, se da una parte lo ha portato ad emergere come uomo politico che abbia segnato un’epoca, dall’altra lo ha portato ad accettare e rendersi complice di un sistema politico che contemplava la corruzione come strumento di acquisizione e mantenimento del potere….

  3. utente anonimo Says:

    Su Tangentopoli non mi pronuncio. Parlano il rapporto assurdo indagati/condannati (troppi i primi, irrisori i secondi), le violazioni delle garanzie costituzionali (l’avviso di garanzia che significava condanna a prescindere, le scarcerazioni degli indagati solo a patto che parlassero ed in certi termini, etc.). Non è stato Berlusconi, peraltro durato sette miseri mesi, a spazzare via tutte le grandiose aspettative (aveva persino cercato di fre Di Pietro ministro). Tolta di mezzo la classe dirigente di allora, ormai un ingombro, l’operazione è finita. Potrai concordare sul fatto che nessuno può mettere la mano sul fuoco circa la legalità e la legittimità di tutti i finanziamenti degli attuali partiti…
    Su Craxi vorrei puntualizzare che -sì, certo, era stato condannato per alcuni reati con una “celerità” inusitata per il nostro sistema giudiziario – lui considerava Hammamet un esilio perché da statista rifutava di essere giudicato dalla magistratura. Solo la politica ed eventualmente la storia avrebbero potuto. Megalomane forse, ma dal suo punto di vista coerente.
    Infine, trovo interessante una domanda che Piero Sansonetti su Liberazione rivolge a D’Alema e Fassino: se concordano con la visione di Craxi (per fare politica servono soldi, finanziamenti, legami con l’economia) o se secondo loro le due sfere – come dicevano nel 1993 – devono restare separate e i partiti non devono avere banche amiche (operazione invece rivendicata orgogliosamente dai DS).
    Attendiamo fiduciosi una risposta. Altrimenti resta l’ennesimo tentativo di fare i froci col culo degli altri.
    gau

  4. utente anonimo Says:

    E comunque il libro è molto interessante (anche se lungo circa 700 pagine). Se puoi, leggilo.
    gau

  5. utente anonimo Says:

    Purtroppo in quella stagione si sovrapposero vari livelli: l’avviso di garanzia era ed è un atto dovuto. Fu il comune sentire, esasperato da anni di sostanziale immobilismo, che rendevano agli occhi degli italiani quella classe dirigente una casta di mandarini intoccabili a decretare la nascita dell’assioma “Avviso di Garanzia=Condanna”. Personalmente sai come la penso in merito a D’Alema e al suo modo assolutamente spregiudicato di far politica, per cui con me sfondi una finiestra aperta. Se Craxi faceva una certa cosa (sovrapporre politica e affari) ed ora la fa D’Alema non è che il mio metro di giudizio cambia. Per quel che riguarda l’esilio-latinanza è una questione un po’ capziosa: Craxi fu processato dietro autorizzazione a procedere del parlamento, finchè era parlamentare, poi come comune cittadino successivamente. I reati li ha commessi come politico, è vero, ma i reati, nello stato di diritto restano tali indipendentemente da chi li commetta e vengono ad essere esaminati in un normale processo uguale per tutti. Voleva essere giudicato dalla storia per peculato? Mi sembra una pretresa assurda e autoassolutoria…i reati si processano in tribunale.

  6. utente anonimo Says:

    Per alcuni di quei reati fu assolto. Per altri condannato. Complessivamente resta il fatto che lui non c’è più. E’ morto all’estero (secondo me “in esilio”) e quando stava male si tentò di portarlo in Italia per farlo morire a casa sua. Non gli fu concesso. Non ha fatto niente di più o niente di meno di chi ha continuato a finanziare il partito con fondi USA o URSS (reato – ricordo – aministiato nel 1989 con straordinaria rapidità) o di chi ha distribuito lavori e cariche ottenendo in cambio voti o soldi.
    Quanto all’immobilismo, avrei qualcosa da obiettre. Sì, certo la gente era stanca. Vero. Ma guardando a quel periodo con gli occhi di oggi, non sono così sicuro che questa fase sia migliore. Quella clase dirigente qualche decisione – stentata, magari sbagliata – la prendeva (sulla scala mobile e la lotta all’inflazione, sui rapporti con gli USA ed il mondo arabo, etc.) mentre ora discutiamo da 13 anni esatti sempre delle stesse cose: riforma elettorale (e riforme istituzionali), pensioni, conti pubblici e competitività in patria. Filoamericanismo o antiamericanismo, europeismo o antieuropeismo all’estero. E non ne veniamo a capo.
    gau

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