Pasquale Marino

PAsqualeMarino1Sono romanista, e questo l’ho già detto. Ma per ragioni strettamente personali seguo anche il Catania da quando ho raggiunto l’età della ragione calcistica. Ricordo perfettamente l’arrivo dei rossazzuri in serie A dopo gli spareggi contro Como e Cremonese all’Olimpico nell’estate 1983. Ricordo benissimo i gol di Cantarutti (che poi ebbe una seconda giovinezza nell’Atalanta di Mondonico che arrivò in semifinale di Coppa delle Coppe) e Crialesi, la regia di Mastalli, le parate di Sorrentino. Ricordo anche la stagione della A, carica di attese e di aspettative e chiusasi malissimo con la retrocessione all’ultimo posto con 12 punti, record negativo del campionato italiano.

Il Presidente di quel Catania era il mitologico Angelo Massimino, emblema di un modo di fare il capo che nel calcio di oggi non ha più spazio. Era il mondo "vulcanico" dei Rozzi, degli Anconetani, degli Iurlano. Di Massimino si ricordano spesso gli strafalcioni o le battute involontarie (quando il suo allenatore gli disse che nella squadra mancava solo l’amalgama, lui rispose con sicurezza: "E allora compriamolo, quanto mai costerà?"), mentre spesso ci si è dimenticati della passione dell’uomo per la città ed il calcio. L’allenatore era il mitico Gianni Di Marzio, uno di quei vecchi maestri all’antica.

Quando l’anno scorso mi sono ritrovato incollato alla radio per sentire Catania – Albinoleffe, ultima giornata di B, per sapere se i rossoazzuri sarebbero tornati in A o avrebbero dovuto disputare i play-off, mi sono sentito captapultato nella mia infanzia. L’artefice dietro le quinte di questo déja vu è stato Pulvirenti. L’artefice sul campo, insieme ai giocatori, è stato Pasquale Marino.

Ho atteso qualche mese a dedicargli questo post, che da protagonista di questo campionato avrebbe meritato molto prima, solo per vedere il suo miracolo definitivamente compiuto. Posso solo immaginare che cosa possa significare per Catania e la sua storia questo giovane tecnico al suo primo anno di A. Battendo il Chievo dell’osannato Del Neri, il nostro ha salvato la sua squadra, conquistando la permanenza in serie A. Non succedeva dagli anni ’60. Meglio dell’83. Meglio del maestro Di Marzio.

Ma non è solo per ragioni sentimentali che oggi scrivo di lui. Lo faccio perché credo se lo meriti a prescindere questo quarantacinquenne di Marsala che ha sempre l’aria di uno capitato per caso in sala stampa, che non vuole dare fastidio e che dà spazio all’unica cosa che conta per lui, il calcio. Marino – a differenza di presunti grandi allenatori che hanno cominciato subito con grandissime squadre – ha fatto tutta la trafila delle serie minori. La cosiddetta "gavetta". Ha iniziato tra i dilettanti a Milazzo, poi è andato a Ragusa. Nel 2000-01 è approdato a Paternò, portando la squadra dalla D alla C1. Poi ha portato il Foggia in C1 e successivamente ha salvato l’Arezzo, subentrando a Tardelli. Infine, l’arrivo a Catania. In due anni, promozione e salvezza.

Dietro ai risultati ottenuti c’è sempre stato il goco. Un 4-3-3 (che diventa a volte 3-4-3) offensivo che punta su velocità e scambi di prima. Un po’ zemaniano e un po’ sacchiano, ma con giudizio. Nella prima parte della stagione ha fatto sfracelli. Il Catania era quarto, autentica rivelazione del campionato. Al Cibali (pardon, al Massimino) cadevano quasi tutte, una dopo l’altra. Ha trasformato Mascara da promessa a ottimo giocatore, ha fatto esplodere Caserta, ha valorizzato un "vecchietto" come Corona, ha fatto fare 17 gol a Spinesi, ha riportato Baiocco ai livelli di qualche anno fa e ha fatto diventare giocatori da A gente come Sardo, Silvestri, Vargas, Minelli e tanti altri che non menziono per mancanza di spazio. Ha fatto risorgere un panchinaro cronico come Rossini.

Poi, quel maledetto 2 febbraio. La morte dell’ispettore Raciti. La squalifica del campo, l’inibizione dei tifosi. Cinque mesi a porte chiuse e lontano da Catania. Eppure, mai una polemica. Ha rilasciato dichiarazioni sempre rispettose della famiglia del poliziotto e pur auspicando il ritorno a Cibali non ha mai contestato la gravità dei fatti. Nel periodo di maggior crisi ha capito le difficoltà della squadra (la difesa è stata sempre in affanno) e ha puntato su un 4-4-2 più coperto ed ha raggranellato i punti necessari alla salvezza. Compresa la vittoria di oggi sul Chievo, ottenuta con 2 gol dei 2 rincalzi che ha fatto entrare a partita in corso (Rossini e Minelli) e senza 4 titolari (tra cui Caserta e Spinesi).

Bravo Pasquale. Te lo sei meritato. E’ stato bello oggi vedere la tua faccia sorridente. Quella faccia simpatica, un po’ tonda, che somiglia quasi a " u’ liotru" (l’elefante), simbolo di Catania. Quel "liotru" attorno al quale stasera, ne sono certo, molta gente invocherà il tuo nome.

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