TELECOM e i compagnucci della parrocchietta

telecomNo. Non c’è proprio niente da fare. Noi lo sapevamo, ovviamente, ma il beneficio del dubbio si lascia sempre. A chiunque. Ma tanto, gira e rigira, la conclusione è sempre la stessa.

Ricapitoliamo. L’americana AT&T e la messicana America Movil fanno un’offerta per l’acquisto di Telecom Italia e consentire una volta per tutte al povero Tronchetti Provera di dedicarsi a ciò che sa fare meglio. Cioè niente. Niente, a parte spalleggiare Moratti alle partite dell’Inter a San Siro e godersi la bella (ma intelligente, per carità) Afef. Nel frattempo insorgono i nostri politici: "Follia! La Telecom in mano agli stranieri!" Riemerge il mai sopito concetto di "italianità" delle aziende.

Ma senza toccare la concorrenza. Anzi, per carità. Bisogna svilupparla invece. E allora inizia una subdola manovra a tenaglia. Da un lato, si comincia a parlare di "separazione della rete" dagli asset dell’azienda spacciandola come una ulteriore liberalizzazione che rispetta le esigenze del mercato e, dall’altro, si comincia – neanche troppo velatamente – a invitare gli imprenditori italiani a farsi avanti con nuove "cordate" per acquistare la Telecom. Qualcuno invoca addirittura la Fininvest di Berlusconi. Il giochino naturalmente riesce. AT&T non ha alcuna intenzione di farsi imbrigliare, saluta (poco cordialmente) e se ne va. I messicani di Carlos Slim restano. Loro sono soprattutto interessati alla TIM in Sudamerica.

L’Ambasciatore americano Spogli si lamenta per l’ingerenza della politica italiana negli affari (sai che scoperta). I nostri governanti insorgono. Piano piano, spuntano come funghetti dopo la pioggia gli investitori italiani di una nuova cordata. Chi sono? Imprenditori? Non nel vero senso della parola. Sono banche e assicurazioni. Gli unici che – Berlusconi a parte – abbiano i soldi in Italia.

E così, si fanno avanti Generali (Gruppo assicurativo nel cui CdA compaiono i nomi del francese  Antoine Bernheim, della spagnola Ana Botin del Banesto, Gabriele Galateri, Leonardo Del Vecchio di Luxottica, Diego Della Valle, Francesco Caltagirone, Vittorio Ripa di Meana e Paolo Scaroni di ENI), Mediobanca (Banca nel cui CdA troviamo ancora Galateri, ancora Bernheim, Bolloré, Profumo di Unicredit, Geronzi, Colaninno, Ennio Doris di Mediolanum Assicurazioni, Gilberto Benetton), Banca Intesa – Sanpaolo (superbanca nata dalla fusione dei due istituti Intesa e Sanpaolo con Bazoli e ancora Bernheim nel Consiglio di Sorveglianza e Passera, Catania di Trenitalia e Perissinotto, presente anche nel cda di Generali, nel Consiglio di Gestione), Sintonia SpA (società controllata da Gilberto Benetton) e l’azienda di telecomunicazioni spagnola Telefonica.

A parte il giudizio sui Cagliostro di questa micidiale alchimia – vi risparmio il piagnisteo sui nomi che sono sempre gli stessi, etc. – credo vanno tirate un paio di conclusioni generali con la g minuscola. Intanto, trovati i compratori, si comincia a parlare un po’ meno – come denuncia Giavazzi sul Corriere – di separazione della rete e di concorrenza. Poi, che in Italia vale più che altrove il motto secondo cui "gli amici si vedono nel momento del bisogno". Il governo aveva chiamato a raccolta gli amici (rileggetevi i nomi dei vari cda) e loro non hanno tradito. Se agli amici italiani aggiungete anche quelli spagnoli (prima Abertis e Autostrade, finita non bene, poi ENEL e Endesa, ancora da definire, e ora Telefonica in TELECOM) e il gioco è fatto. Poi una domanda: quale mai sarà il salvifico progetto industriale di due banche, un gruppo assicurativo e una compagnia guidata da un leader dell’abbigliamento per un’azienda di telecomunicazioni che notoriamente fa acqua da tutte le parti? E se il progetto industriale della spagnola Telefonica non si adattasse ai dettami della tanto decantata "italianità" degli altri azionisti? Chi prevale? Il progetto industriale o l’italianità?

E poi, l’ultima considerazione. Per ragioni finanziarie e vincoli di bilancio europei, lo "Stato proprietario" è morto o quasi. Ma ad esso non è subentrato lo "Stato regolatore" tipico delle economie di mercato. Si è affermato un modello più italiano e tartufesco, quelo dello "Stato controllore per procura". Lo Stato – a seconda del Governo in carica – ha una lista di imprenditori o banchieri amici che ne assicurano la difesa degli interessi in alcune vicende economiche, industriali o finanziarie. Pensando anche a loro stessi, beninteso.

Mi si potrà obiettare che anche nel resto d’Europa fanno così. Che difendono la nazionalità delle loro aziende. Che non ci fanno entrare nei loro mercati. Che poi comprano le nostre aziende, le smembrano, licenziano e portano il settore Ricerca & Sviluppo a Taiwan o al MIT. A parte gli atavici timori dello straniero lanzichenecco, ho sempre pensato che le cose bisogna saperle fare. Non sono così entusiasta di difendere l’italianità di un0azienda o di un intero settore se è inefficiente e se costa più che altrove. E poi non sarà mica che all’estero nutriranno un pizzico di remora a far entrare un capitalismo le cui gloriose vicende sono arcinote a tutti? Non avranno mica anche loro letto sui giornali della BNL, di Antonveneta, di Cirio, di Parmalat, di Montedison, etc.?

D’altro canto, li capisco. Come farebbe una Telecom in mano a stranieri a continuare a fare intercettazioni intellegibili in italiano?

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