Archive for maggio 2007

United States of Humour

30/05/2007

Mentre da noi si allontanano alla chetichella e con molta lentezza le importantissime e vitali elezioni amministrative, negli USA si avvicinano a grandi falcate le presidenziali….sui giornali si vede…

Ecco due chicche su John Edwards (democratici) e Rudy Giuliani (repubblicani).

gm070529

Fred Thom-pson! Fred Thom-pson! Fred Thom-pson! Fred Thom-pson!

O al limite Obama.

Ma Hillary, se ci volete ancora un po’ di bene, proprio no.

thanx to NY Times again.

Complimenti a Bobo

28/05/2007

Alias "Artefatti".PierChampion (E anche al Milan che l’ha vinta, anche se non avrebbe nemmeno dovuto partecipare a questa Champion’s….)

 

 

 

 

 

 

Ultima di Serie A. E ora?

28/05/2007

E’ finita la serie A: e mò che famo? Scusate la domanda in romanesco, ma sinceramente da oggi 28 Maggio ce lo chiediamo. Che famo? A che se dedicamo? E’ inutile illudersi di provare gioia da domeniche passate in coda al caldo sulle consolari, verso i monti o il mare, è inutile illudersi di leggere bei libri….io avrei una proposta: riscopriamo il gioco del "Pallone col Bracciale". Per chi non lo conoscesse era uno sport molto diffuso e seguito nell’Italia del XVIII e XIX secolo, in grado di muovere passioni a livello del calcio dei giorni nostri. Si praticava all’interno degl "Sferisteri", il più famoso dei quali è il Carlo Didimi di Macerata, e la regione con maggior seguito erano le Marche. Lo sport era una sorta di mix tra Tennis, Pelota Basca e Tamburello (tant’è che è compreso nella "Federazione Italiana Pallapugno" che gestisce anche le gare di Tamburello), si giocava tre contro tre e l’incontro si svolgeva nel modo seguente: battuta la palla e commesso il primo errore, la squadra che si aggiudicava il primo scambio conquistava i primi 15 punti ai quali si sarebbero aggiunti, sempre nel caso di vittoria, altri 15 punti, poi 10 e infine 10. Il punteggio veniva, pertanto, così conteggiato: 15 – 30 – 40 – 50. Aggiudicandosi il cinquantesimo punto la squadra vittoriosa conquistava un "gioco". Nonostante la similitudine di questo punteggio con quello del Tennis, le squadre, una volta giunte sul 40 pari, non proseguivano con il metodo dei vantaggi, bensì vinceva quella che per prima si aggiudicasse il cinquantesimo punto. Il gioco ammetteva, oltreché la risposta a volo, anche quella dopo un solo rimbalzo.
I punti si facevano:
a) se il pallone oltrepassava di volo il limite del campo avversario ("volata");
Pallone al Braccialeb) se il pallone, sorpassata la metà del campo, non veniva raccolto dall’avversario;
e) se l’avversario mandava il pallone fuori dai lati maggiori;
d) se l’avversario non mandava il pallone oltre la propria metà campo.
Per due "giochi" consecutivi la battuta spettava alla stessa squadra. Quattro "giochi" formavano un "trampolino". L’intero incontro era costituito da tre "trampolini" per un totale di 12 "giochi". La vittoria spettava alla squadra che totalizzasse il maggior numero di "giochi" nei tre "trampolini". Carattersitici attrezzi da gioco erano il pallone e il bracciale:il bracciale era una sorta di manicotto, generalmente di sorbo, ricavato sempre da un unico pezzo di legno scavato in modo tale da adattarsi quanto più possibile alla mano e al polso del giocatore, munito di sette cerchi contornati di denti o punte di corniolo, a piramide smussata, per un totale di 105 punte. Il peso si aggirava sui 2 chilogrammi. La palla, formata da otto spicchi di pelle di manzo opportunamente conciata, aveva una circonferenza di 39 cm. circa e un peso di tre etti e mezzo. Il campo di gioco misurava mediamente m. 80 x 18; l’altezza del muro di ribattuta si aggirava intorno ai 20 metri. Alla popolarità di questo sport contribuirono certamente i suoi giocatori, veri e propri personaggi dell’epoca, le figure dei quali erano accompagnate da storie che spesso finivano per diventare vere e proprie leggende. Caratteristici erano poi i soprannomi e gli pseudonimi affibbiati dai tifosi ai giocatori, tra i più famosi: "Tremoto", al secolo Giuseppe Barni di Peccioli; "Gran Diavolo", Antonio Malucelli di Bassano del Grappa; "Moschino" Giovanni Bastianello di Firenze; "Galinot", Filippo Gallina di Santo Stefano Belbo; "Diavolone", Angelo Donati di Faenza; "il Veneziano", sferisterioAngelo Martini; "il Moro", Raspolini; "il Belloni", Gianni Foscaro di Poggibonsi; "el Cin", Lorenzo Amati di Santarcangelo di Romagna; "Omnibus", Gaspari; "il Bimbo", Antonio Agostinelli di Mondolfo; "Rosina", Mantellini; "Napoleone", Lorenzo Nidiaci di Poggibonsi; "Piombo", Francesco Zappi di Faenza; " Ghindo" Giuseppe Filippa di Cravanzana. Il più famoso e pagato di tutti, comunque, fu Carlo Didimi, il "garzon bennato" cantato dal Leopardi, nella sua ode "Ad un vincitore del Pallone", che nel maggio 1830 richiese per una sua esibizione un compenso di "non meno di 600 scudi romani" mentre un maestro elementare dello Stato Pontificio intascava dai 25 ai 60 scudi all’anno. Tra gli anni 40 e gli anni 50 del XX secolo morirono gli ultimi grandi protagonisti di questo gioco tanto amato nell’Italia a cavallo della sua Unità. Furono gli sports anglosassoni importati dai marinai inglesi a decretarne la fine: adesso sopravvive solo per esibizioni estive nelle località che lo vedevano furoreggiare fino a 120 anni fa. In chiusura un episodio a dimostrare quanta passione era in grado di muovere il pallone al bracciale: quando nel 1849 Garibaldi e le sue truppe dovettero fuggire da Roma, a seguito della disfatta della Repubblica Romana, nel loro viaggio verso il loro rifugio nella Repubblica di San Marino, si fermarono, col rischio concreto di farsi catturare dai francesi che li stavano seguendo, per assistere ad un incontro di Pallone….E’ proprio vero,l’Italia si fermerà SEMPRE per una partita di Pallone, ce l’ha nel DNA!

Pasquale Marino

27/05/2007

PAsqualeMarino1Sono romanista, e questo l’ho già detto. Ma per ragioni strettamente personali seguo anche il Catania da quando ho raggiunto l’età della ragione calcistica. Ricordo perfettamente l’arrivo dei rossazzuri in serie A dopo gli spareggi contro Como e Cremonese all’Olimpico nell’estate 1983. Ricordo benissimo i gol di Cantarutti (che poi ebbe una seconda giovinezza nell’Atalanta di Mondonico che arrivò in semifinale di Coppa delle Coppe) e Crialesi, la regia di Mastalli, le parate di Sorrentino. Ricordo anche la stagione della A, carica di attese e di aspettative e chiusasi malissimo con la retrocessione all’ultimo posto con 12 punti, record negativo del campionato italiano.

Il Presidente di quel Catania era il mitologico Angelo Massimino, emblema di un modo di fare il capo che nel calcio di oggi non ha più spazio. Era il mondo "vulcanico" dei Rozzi, degli Anconetani, degli Iurlano. Di Massimino si ricordano spesso gli strafalcioni o le battute involontarie (quando il suo allenatore gli disse che nella squadra mancava solo l’amalgama, lui rispose con sicurezza: "E allora compriamolo, quanto mai costerà?"), mentre spesso ci si è dimenticati della passione dell’uomo per la città ed il calcio. L’allenatore era il mitico Gianni Di Marzio, uno di quei vecchi maestri all’antica.

Quando l’anno scorso mi sono ritrovato incollato alla radio per sentire Catania – Albinoleffe, ultima giornata di B, per sapere se i rossoazzuri sarebbero tornati in A o avrebbero dovuto disputare i play-off, mi sono sentito captapultato nella mia infanzia. L’artefice dietro le quinte di questo déja vu è stato Pulvirenti. L’artefice sul campo, insieme ai giocatori, è stato Pasquale Marino.

Ho atteso qualche mese a dedicargli questo post, che da protagonista di questo campionato avrebbe meritato molto prima, solo per vedere il suo miracolo definitivamente compiuto. Posso solo immaginare che cosa possa significare per Catania e la sua storia questo giovane tecnico al suo primo anno di A. Battendo il Chievo dell’osannato Del Neri, il nostro ha salvato la sua squadra, conquistando la permanenza in serie A. Non succedeva dagli anni ’60. Meglio dell’83. Meglio del maestro Di Marzio.

Ma non è solo per ragioni sentimentali che oggi scrivo di lui. Lo faccio perché credo se lo meriti a prescindere questo quarantacinquenne di Marsala che ha sempre l’aria di uno capitato per caso in sala stampa, che non vuole dare fastidio e che dà spazio all’unica cosa che conta per lui, il calcio. Marino – a differenza di presunti grandi allenatori che hanno cominciato subito con grandissime squadre – ha fatto tutta la trafila delle serie minori. La cosiddetta "gavetta". Ha iniziato tra i dilettanti a Milazzo, poi è andato a Ragusa. Nel 2000-01 è approdato a Paternò, portando la squadra dalla D alla C1. Poi ha portato il Foggia in C1 e successivamente ha salvato l’Arezzo, subentrando a Tardelli. Infine, l’arrivo a Catania. In due anni, promozione e salvezza.

Dietro ai risultati ottenuti c’è sempre stato il goco. Un 4-3-3 (che diventa a volte 3-4-3) offensivo che punta su velocità e scambi di prima. Un po’ zemaniano e un po’ sacchiano, ma con giudizio. Nella prima parte della stagione ha fatto sfracelli. Il Catania era quarto, autentica rivelazione del campionato. Al Cibali (pardon, al Massimino) cadevano quasi tutte, una dopo l’altra. Ha trasformato Mascara da promessa a ottimo giocatore, ha fatto esplodere Caserta, ha valorizzato un "vecchietto" come Corona, ha fatto fare 17 gol a Spinesi, ha riportato Baiocco ai livelli di qualche anno fa e ha fatto diventare giocatori da A gente come Sardo, Silvestri, Vargas, Minelli e tanti altri che non menziono per mancanza di spazio. Ha fatto risorgere un panchinaro cronico come Rossini.

Poi, quel maledetto 2 febbraio. La morte dell’ispettore Raciti. La squalifica del campo, l’inibizione dei tifosi. Cinque mesi a porte chiuse e lontano da Catania. Eppure, mai una polemica. Ha rilasciato dichiarazioni sempre rispettose della famiglia del poliziotto e pur auspicando il ritorno a Cibali non ha mai contestato la gravità dei fatti. Nel periodo di maggior crisi ha capito le difficoltà della squadra (la difesa è stata sempre in affanno) e ha puntato su un 4-4-2 più coperto ed ha raggranellato i punti necessari alla salvezza. Compresa la vittoria di oggi sul Chievo, ottenuta con 2 gol dei 2 rincalzi che ha fatto entrare a partita in corso (Rossini e Minelli) e senza 4 titolari (tra cui Caserta e Spinesi).

Bravo Pasquale. Te lo sei meritato. E’ stato bello oggi vedere la tua faccia sorridente. Quella faccia simpatica, un po’ tonda, che somiglia quasi a " u’ liotru" (l’elefante), simbolo di Catania. Quel "liotru" attorno al quale stasera, ne sono certo, molta gente invocherà il tuo nome.

Idoli da balordi – seconda puntata

27/05/2007

Secondo appuntamento, come promesso, con i nostri idoli.

Il primo sketch merita l’oscar.

Buona visione.

 

 

Come accogliere George W.?

26/05/2007

Visto che la piccola peste di casa Bush sarà nostro ospite tra qualche giorno, i nostri dirigenti politici si stanno accapigliando per decidere che accoglienza riservargli…fischi, insulti, slogan, striscioni e manifestazioni o strette di mano, applausi, saluti cordiali e magari qualche bandierina…

Gli States come al solito sono avanti. Rassegnazione e speranza, conditi da una buona dose di leggerezza ed ironia…here’s the recipe, guys…

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courtesy of NY Times as usual..

Roland Garros

24/05/2007

La settimana prossima cominciano gli Internazionali di Francia. Il famoso "Roland Garros". Di chi vincerà non mi interessa assolutamente nulla. Trovo che Federer sia l’unico giocatore decente rimasto in circolazione. Bravo su tutte le superfici, elegante, capace di fare con qualità tutti i colpi.

Certo, però, che se il suo antagonista è Nadal allora il tennis è morto. Non voglio sbrodolare sui guasti di Bollettieri (non tanto per Agassi, che soprattutto da vecchio ho adorato, quanto per Courier) o della scuola spagnola e sudamericana. Voglio solo affidare a qualche immagine il tennis di cui molti si sono innamorati da piccoli.

E se c’era una partita che poteva catturare era proprio questa. La finale di Parigi del 1984 tra Lendl e Mc Enroe. Vinse Lendl dopo che Mac era stato in vantaggio per due set a zero. Ma al di là del risultato, vi prego di notare alcuni colpi e soprattutto il rovescio a una mano. Ormai facile da trovare nel tennis moderno quanto un’incisione rupestre a Cortina.

Comunicazione di servizio

24/05/2007

Cuore di tenebraNon riusciamo a sfondare in Africa…dobbiamo cambiare strategia!

Mio Fratello è figlio unico

23/05/2007
Mio fratello è figlio unicoUn filmettino italiano che può piacere.
Finalmente capiamo che Scamarcio non è solo il belloccio per adolescenti col lucchetto, ma è anche un attore, non è Marlon Brando, ma può recitare.
Il film, tratto dal romanzo “Il fasciocomunista” di Antonio Pennacchi, è un bello spaccato dell’Italia provinciale degli anni 60 e 70.
Per quanto il protagonista conclamato sia Riccardo Scamarcio, il vero soggetto che si erge nel film è, invece, Elio Germano, che interpreta un giovane ragazzetto inquieto che nel giro di un decennio passa per tutte le esperienze politico sociali possibili nella Latina di metà ventesimo secolo. All’inizio è un bambino che vuole farsi prete, dopo, influenzato da un fascistello locale, venditore di materiale tessile per la casa di second’ordine (Lenzuola rigorosamente in TELITAL), mirabilmente interpretato da Luca Zingaretti, si iscrive all’MSI. Un fasciatone insoddisfatto, al quale alterne vicende lo portano dall’altra parte della barricata, con Lotta Continua, col fratello, al quale è legato da un profondissimo rapporto fatto di schiaffi, calci, pugni e tentativi di annegamento.
La forza del film sta soprattutto nella sua mirabile capacità di rifugire i luoghi comuni, pur riuscendo a tracciare perfettamente il quadro desolante e tragico dell’esaltazione politica dell’Italia del boom. Quella che ne esce è la descrizione di una società che, una volta riempitasi la pancia, aveva smesso di sognare un futuro migliore per tutti e cercava nuove forze identificative e aggreganti, perdendo, però, di vista le problematiche ancora sul tavolo. Emblematica, a tal proposito, la scena nella quale, mRino Gaetanoentre Riccardo Scamarcio è seduto sul WC intento a leggere Marx, crolla il tramezzo che lo divide dalla cucina della casa popolare, ridotta dall’amministrazione di Latina, in stato di totale abbandono.
Alla fine del film sarà proprio Accio (Elio Germano) a salvarsi, l’unico ad abbandonare ogni forma di violenza e lotta politica fine a sé stessa (gli assalti della base dell’MSI al Teatro Eliseo, piuttosto che simpatiche sinfonie dell’Inno alla Gioia con testi di Bandiera Rossa nell’Auditorium occupato) per fare la cosa della quale avevano tutti più bisogno: irrompere nella sede dello IACP di Latina e consegnare a chi aspettava in graduatoria da una vita la casa popolare della quale aveva bisogno.
E sarà proprio la forza di quel gesto eversivo e necessario a consegnare ad Accio, il Prete Fascista Comunista, solipsista e ondivago, la dirittura morale per arrivare a Torino a cercare il fratello, ormai entrato nella clandestinità del terrorismo.
Purtroppo alla fine del film manca la canzone citata nel titolo…ci avevamo fatto la bocca!

22/05/2007

Rai TvIl sospetto che ci fosse una sorta di censura in Rai lo abbiamo sempre avuto, adesso il sospetto ha fatto un passo in più…Non è una certezza, ma è un "Supersospetto". Leggete qui:

Rai: scoperta una struttura a difesa del segreto di Stato

Ne farebbero parte 50 giornalisti con potere di censura
Roma, 22 mag. – La notizia è clamorosa: secondo quanto appreso da fonti dell’intelligence militare, in Rai sarebbe attivo un “organo esecutivo sicurezza” (Oes), alle dirette dipendenze del ministero delle Comunicazioni, con il compito di “vagliare” le notizie da diffondere. Stando a quanto scoperto dalla Voce, farebbero parte di questa struttura segreta circa 50 giornalisti – tra cui alcuni caporedattori – che avrebbero il potere di autorizzare il “Nulla osta di sicurezza” (Nos) sulla divulgazione di notizie sulle reti della tv pubblica. La rivelazione dell’esistenza di un organo preposto alla tutela del segreto di Stato in Rai, sarebbe stata fatta la settimana scorsa, durante una riunione dell’Autorità nazionale per la sicurezza (Ans), da parte del rappresentante del dicastero delle Comunicazioni – attualmente guidato da Paolo Gentiloni della Margherita -, dal cui Organo centrale di sicurezza (Ocs) dipenderebbe la struttura di viale Mazzini.

L’Ans è alle dirette dipendenze del Presidente del Consiglio dei ministri, al quale, secondo la legge n. 801 del 24 ottobre 1977 sull’Istituzione ed ordinamento dei servizi per l’informazione e la sicurezza e disciplina del segreto di Stato, è demandato il potere di decidere la secretazione delle informazioni. La materia è stata poi ulteriormente regolata dal decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 3 febbraio 2006 contenente le “Norme unificate per la protezione e la tutela delle informazioni classificate” (Berlusconi lo aveva usato per “coprire” l’abuso edilizio di villa Certosa in Sardegna). Tuttavia, il regolamento attuativo emanato da Palazzo Chigi è stato classificato come “riservatissimo”, e, quindi, occultato all’opinione pubblica. La scoperta ha lasciato stupefatti anche gli uomini del reparto Informazione e sicurezza del Centro intelligence interforze dello Stato maggiore della Difesa, che partecipavano all’incontro: persino i militari ne erano all’oscuro.

La Voce ha riscontrato in ambienti governativi che le indiscrezioni sull’esistenza di questo “filtro” sulle notizie circolano da tempo nella Capitale. Lo stesso ex ministro delle Comunicazioni del governo Berlusconi, Maurizio Gasparri, si sarebbe tenuto costantemente in contatto con l’organo esecutivo di sicurezza della Rai. Il rilascio del nulla osta di sicurezza consente alla pubblica amministrazione, all’ente, o all’organismo, già legittimati alla trattazione di informazioni classificate, di poter impiegare una persona in attività che comportano la necessità di trattare informazioni classificate “segretissimo”, “segreto”, “riservatissimo” (le classifiche di segretezza sono quattro – alle tre citate bisogna aggiungere “riservato” – e variano in funzione dell’entità del danno che sarebbe arrecato all’integrità dello Stato in caso di rivelazione non autorizzata).

Il possesso del Nos non implica tuttavia l’accesso automatico alle informazioni classificate, in quanto tale qualifica è subordinata all’effettiva “necessità di conoscere”. La normativa in vigore sul segreto di Stato stabilisce che sono coperti “gli atti, i documenti, le notizie, le attività ed ogni altra cosa la cui diffusione sia idonea a recar danno all’integrità dello Stato democratico, anche in relazione ad accordi internazionali, alla difesa delle istituzioni poste dalla Costituzione a suo fondamento, al libero esercizio delle funzioni degli organi costituzionali, all’indipendenza dello Stato rispetto agli altri Stati e alle relazioni con essi, alla preparazione e alla difesa militare dello Stato”.

Secondo questa definizione, potrebbe rientrare qualsiasi tipo di notizia, comprese quelle “politiche” (prima della riforma, il Regio decreto 11 luglio 1941, n. 1161 sulle Norme relative al segreto militare si riferiva infatti al “segreto politico o militare”). L’articolo 7 della legge sul segreto di Stato specifica che “è tenuto all’osservanza delle norme ed è responsabile di ogni infrazione alle stesse, chiunque, per ragione della sua carica, impiego, professione o servizio, ovvero in occasione dell’esercizio di essi, venga a conoscenza di notizie di carattere segreto o riservato”. L’articolo 262 del Codice penale stabilisce che “chiunque rivela notizie, delle quali l’Autorità competente ha vietato la divulgazione, è punito con la reclusione non inferiore a tre anni.”, e che “le pene si applicano anche a chi ottiene la notizia”. L’articolo 256 sul Procacciamento di notizie concernenti la sicurezza dello Stato punisce inoltre “chiunque si procura notizie che, nell’interesse della sicurezza dello Stato o, comunque, nell’interesse politico, interno o internazionale, dello Stato, debbono rimanere segrete con la reclusione da tre a dieci anni”. L’articolo 261 sulla Rivelazione di segreti di Stato stabilisce inoltre che “chiunque rivela taluna delle notizie di carattere segreto indicate nell’art. 256 è punito con la reclusione non inferiore a cinque anni”.

La Voce ha tentato inutilmente di ottenere un commento da parte del ministro delle Comunicazioni e dal presidente della Commissione parlamentare di vigilanza Rai, l’ex ministro Mario Landolfi, mentre alla Rai “non risulterebbe” una simile struttura. La scoperta di un centro preposto alla “censura” delle notizie da parte dell’emittente pubblica – se confermata – apre scenari inquietanti, soprattutto se si pensa ai legami con il ministero vigilante, il governo, ed il potere politico in generale, in spregio alla par condicio, al diritto di cronaca che i giornalisti dovrebbero garantire, ed al diritto dei cittadini ad essere informati. Si spiegherebbe così il meccanismo denunciato ieri da Pippo Baudo “contro ogni censura preventiva” in Rai in seguito alla polemica sollevata per la richiesta di Michele Santoro di acquistare della Bbc il documentario su alcuni casi di preti pedofili per la sua trasmissione Annozero. bavaglio

Evidentemente la richiesta di Santoro era temporaneamente “sfuggita” al controllo dell’organo esecutivo di sicurezza di viale Mazzini, obbligando le istituzioni preposte ad un tardivo, quanto goffo, intervento, per cercare di bloccarne la messa in onda. Vedremo che impatto avrà questa clamorosa scoperta sulle proposte di legge del governo sulla riforma della Rai e dei servizi segreti. E se la Rai si trasformerà definitivamente da “servizio pubblico” a “servizio segreto”.