Il Partito Democratico

marmellata_fichidindia2_graBisogna che prima o poi ne parliamo. E allora meglio prima che poi. Cominciamo dalle cose positive. Ci vuole coraggio a praticare l’eutanasia con le persone, figuriamoci con i partiti, le famiglie politiche e la loro storia. Ci vuole fantasia per immaginare una nuova forza riformista che fondi la propria azione sulla fusione di idee, culture politiche e tradizioni centenarie. Ci vogliono un pizzico di follia e di presuzione per pensare di avviare un processo che trasformi radicalmente i meccanismi di selezione della classe politica (con le primarie a tutti i livelli), che inneschi una gigantesca reazione a catena il cui risultato sia una tendenziale reductio ad unum in entrambi i campi. Che insomma sconvolga il quadro politico attuale.

Poi però servono altre cose. Servono gli obiettivi, i fini, i punti di partenza e quelli di arrivo. Servono capacità politiche non comuni per gestire un processo del genere. Servono gli uomini. E qui, secondo me, iniziano le dolenti note. Non nego dignità all’idea del PD, per carità. L’idea nasce dagli inventori del primo Ulivo nel 1996: Prodi, Parisi, Veltroni e passa attraverso momenti di burrasca (la caduta di Prodi nel 1998, il centro-sinistra col trattino di D’Alema e Cossiga, etc.) e di esaltazione (le primarie del 2006). E’ un fatto che dalla scomparsa dei partiti della Prima Repubblica, due culture politiche – la sinistra post-comunista ed i cattolici democratici, o di sinistra – hanno avviato un serrato dialogo, trovando molti punti di convergenza ed altri di dissenso.

Ma è un fatto che non necessariamente un dialogo diventa un partito unico. Soprattutto se non si ha chiaro cosa questo partito debba fare nella sua vita. Riformismo è una parola leggermente abusata in questo Paese e di questi tempi. Consentitemi qualche lieve perplessità nel definire riformista uno come Fioroni o uno come Marini. Ho difficoltà a scorgere elementi di discontinuità nella politica economica di Prodi rispetto alle idee che professava e metteva in pratica da Ministro dell’Industria e Presidente dell’IRI negli anni ’70 e ’80 (il piano Rovati su Telecom, le chiacchiere sulle pensioni, la politica fiscale, etc.). Mi infastidisce l’idea che una clase dirigente che intende rinnovare se stessa con metodi innovativi ripresenti a dieci anni esatti di distanza molti dei nomi che governarono nel primo governo Prodi (lo stesso Presidente, D’Alema, la Turco, Visco, la Bindi, Mastella, Di Pietro, etc. con l’unica eccezione dello "scambio di posizioni" tra Veltroni e Rutelli alle poltrone di vice premier Ministro della Cultura e Sindaco di Roma). E poi mi preoccupa l’involuzione tatticista che sta vivendo il povero Fassino.

L’altra notte non avevo sonno e mi sono fermato ad ascoltare la sua balzana e stralunata intervista rilasciata a Minoli per "La Storia siamo noi". Sentirlo farneticare di una conferenza di pace con i Talebani in Afghanistan "perché la pace si fa con il nemico", mentre lì l’offensiva non è ancora iniziata mi ha lasciato basito. Mi ha irritato il paragone insensato fatto con le trattative di De Gaulle in Algeria e di Kissinger con i Nordvietnamiti, non perché Fassino non conosca la storia, ma perché – vecchio vizio di alcuni compagni – la storia diventa strumento di lotta politica. Peggio, di una penosa ricerca di equilibri interni ad una coalizione di governo claudicante e sbilanciata a sinistra. Il suo ragionamento arriva alle estreme conseguenze quando con il volto contrito dice che "in fondo anche per salvare Moro sarebbe stato giusto trattare". Ammetto di aver provato un po’ di nostalgia per il PCI. Ma di questo parleremo un’altra volta. 

E questo sarebbe il Segretario di una forza che si professa anima del riformismo italiano? Purtroppo la verità è che i DS sono a pezzi e la Margherita pure. I DS si sono svenati per tenere insieme la coalizione nelle esperienze di governo, stiracchiando di volta in volta da una parte e dallìaltra le loro posizioni per venire incontro a tutti. Il risultato è che nessuno sa più cosa pensano veramente. E’ giusto rimanere in Afghanistan o no? La legge Biagi è da cambiare sì o no? In che misura? I precari vanno assunti tutti o in parte? Lo scalone sulle pensioni va bene o no? E se no, come lo si cambia? I conti pubblici erano al disastro o no? Le tasse vanno abbassate o stanno bene così? Queste domande sono pezzi della futura piattaforma del Partito Democratico. Prima o poi bisogna che qualcuno risponda. La Margherita non sta meglio. L’implicita contraddizione di un movimento fondato da un Presidente del Consiglio che ne è stato praticamente estromesso, composto dai seguaci del Presidente e da seguaci di un partito che in silenzio puntano a ricostituire, sta emergendo in questo frangente. Prima o poi bisogna fare chiarezza.

Dicono che il nuovo partito serva a dare più forza ai riformisti. Che serva a ridimensionare la cosiddetta sinistra radicale. Non vedo come. La forza della sinistra radicale italiana non è solo numerica. E’ culturale. E se le radici culturali del PD nascono sbilenche allora c’è poco da fare. Fa sorridere poi il gioco dei veti incrociati sulla collocazione nelle famiglie politiche europee: i DS vogliono rimanere nel PSE, la Margherita si guarda bene dal volervi entrare. Soluzione? Cerchiamo di convincere il Partito Socialista Europeo a diventare altro. Costruiamo l’Ulivo mondiale con la benedizione di Clinton (non di Blair, che prima era un modello e oggi è considerato solo il servo di Bush). Guardiamo a Zapatero, ma non troppo altrimenti i cattolici si offendono.

Per tutto questo l’operazione Partito Democratico rischia di diventare velleitaria. Di non essere neanche una sommatoria di personalità e voti, ma soltanto una congerie affastellata di tradizioni e proposte politiche e una giustapposizione di interessi di ceti sociali diversi. Una marmellata, insomma. I più giovani – meno ideologizzati e tattici – potrebbero dare un enorme contributo al dibattito. Ma di loro non c’è traccia. Bisogna che di tutto questo si parli prima o poi. Meglio prima, se ne siete capaci.

 

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