Rocky Balboa

Rocky BalboaMarish è ormai tra le poche persone che riescono a tirarmi fuori di casa. E così, malmostosi ma fiduciosi, decidiamo di andare al cinema. Di pomeriggio. A vedere svanire per sempre un pezzo di "sogno americano" che ci ha accompagnati negli anni ’80. Per l’ultima volta (?) nella nostra vita andiamo a sederci su una poltroncina a luci spente per gustarci i cazzotti dello Stallone Italiano.

La critica cinematografica nostrana, la cui puzza sotto il naso è ormai a livelli intollerabili, lo ha stroncato. Motivo di più per apprezzarlo. Se si gratta via la patina di show, di primeconvip e di battage mediatico che fa da sfondo all’evento, sotto si scopre un film "sincero". Non ci sono effetti speciali, la storia è un po’ debole, i personaggi sono tagliati con la scure e i dialoghi vacillano. Non è, o per lo meno non del tutto, un film sulle grandi opportunità che non conoscono limiti anagrafici. Quello è solo un pretesto. Rocky Balboa è molto altro. Con coerenza e testardaggine continua a mostrare al mondo il "proletariato urbano" bianco delle grandi metropoli americane (di cui Philadelphia è uno degli esempi più brutti), quartieri degradati brulicanti di italiani e irlandesi e conditi, qua e là, da qualche portoricano. Ci mostra un America a rovescio – almeno per i cliché che conosciamo – in cui è il nero che ha i soldi, le auto, la fama, il successo, le donne, l’arroganza e la strafottenza. Lancia anche una piccola frecciatina (il cameo di Tyson a bordo ring la dice lunga…) al mondo della boxe, ormai noioso, privo di personaggi romanzeschi e "di cuore".

Stallone ha voluto ricordarci ancora una volta il mondo del primo Rocky. Quello degli sconfitti, dei perdenti, dei bulli più o meno buoni, una "commedia umana" della gente di mezzo. Non gli inferi degli assassini e dei serial-killer o degli emarginati, né il paradiso dei broker o dell’aristocrazia finanziaria e intellettuale, ma quella fascia "grigia" di persone senza particolari talenti o tragedie epiche. Persone che il sogno americano l’hanno visto di sfuggita. Rocky è sì stato campione del mondo, ma ora gestisce un ristorante italiano e non se la passa troppo bene. Piange in continuazione la moglie morta. Birillo non c’è più, al suo posto c’è uno spelacchiato Castagna. Paulie (grandissimo!) è un personaggio sempre più squallido e abietto. Ma Rocky non se ne vergogna: contano solo la famiglia e l’affetto della gente. Punto. E Stallone non si vergogna di far vedere al mondo cosa ne è stato dei muscoli da culturista di cui andava fiero.

Sly vuole che ci ricordiamo di quel mondo. E che ci ricordiamo di lui. Per questo, alla faccia della malinconia che ti abbandona solo alla fine del film, sarebbe orgoglioso di quei ragazzini più o meno ventenni che hanno applaudito e esultato quando hanno visto Rocky ricominciare ad allenarsi salendo di corsa l’ormai celeberrima "scalinata", anche se all’uscita del primo episodio non erano nati. Per questo, sarebbe orgoglioso di quei due un po’ più maturi (gli unici nel cinema) che all’uscita del film se ne sono andati in giro a fischiettare la mitica canzone dello Stallone Italiano per tutta la sera. 

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2 Risposte to “Rocky Balboa”

  1. utente anonimo Says:

    La prima recensione sensata di questo film che leggo. Complimenti.

  2. gau Says:

    Grazie.

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