I Balcani siamo noi

desertificazioneLa retorica post-elettorale con cui la nostra stampa ci ha tormentato per allarmarci e "svegliare la coscienza dei cittadini" dice che l’Italia è un Paese spaccato a metà. Non dobbiamo allarmarci, non è vero. La realtà è molto più complessa, ed ovviamente peggiore, di così.

L’Italia sta scivolando verso una forma di "balcanizzazione" morbida, una frantumazione che rende il nostro tessuto sociale, economico e politico molto simile a quei terreni desertici attraversati da crepe che nel nostro immaginario evocano il West o l’Africa subsahariana.

Andiamo con ordine. I giornali, i talk-show, i telegiornali e gli opinionisti hanno fatto passare un messaggio fuorviante: gli Italiani sono o di centro-destra o di centro-sinistra, 50 e 50 (o fifty-fifty). Ciò che emerge quotidianamente dal desolante palcoscenico della nostra politica nascerebbe dalla contrapposizione tra due coalizioni arcigne e trinariciute, dai pochi senatori di vantaggio di cui la sinistra dispone e, naturalmente, dalla dabbenaggine di alcuni buontemponi che giocano a mettere in difficoltà i rispettivi schieramenti solo per trarne qualche tornaconto personale immediato.

No. Gli Italiani vanno per conto loro. E la politica non è più in grado di star loro dietro. Semplificando molto, sul piano economico c’è un area del Nord-Ovest che ha affrontato quasi in silenzio una delle più grandi ristrutturazioni industriali della sua storia: la FIAT ha rischiato il collasso e, tra un Lapo ed un Marchionne, sembra in grado di rialzarsi, a Milano la grande industria, quella della Breda, dei Falck, etc. semplicemente non c’è più, soppiantata dalla spietata concorrenza internazionale cui la globalizzazione l’ha impietosamente messa di fronte, e gradualmente sostituita dalle banche, dalla tecnologia, dal design, dalla moda, in una parola dai servizi. Milano e Torino approfitteranno della candidatura del capoluogo lombardo ad ospitare l’Expo 2012 per creare – con i capitali dei neo-colossi bancari UNICREDIT e Intesa-San Paolo IMI – un polo infrastrutturale – coinvolgendo anche Genova – che rilanci il vecchio "triangolo industriale" di cui ci parlavano le maestre alle elementari. Treni ad Alta Velocità che si colleghino al Corridoio europeo n. 5 (Lisbona – Kiev), autostrade a più di due corsie, etc. In quest’area, centrodestra e centrosinistra, in nome di prosaici interessi concreti, dialogano e si accordano (Formigoni e la Bresso, Chiamparino e la Moratti, con buona pace dei No-Tav).

A Nord-Est il tessuto economico è più parcellizzato. La piccola e media impresa è in difficoltà è in difficoltà: Cina, globalizzazione ed euro ne hanno messo a dura prova capacità produttive e intraprendenza, ma tutto sommato il sistema regge. Anche qui le infrastrutture servirebbero come il pane per abbassare i costi e rendere più competitivi i prodotti. Qui l’immigrazione è nella fase post-meridionale: i nuovi lavoratori arrivano dall’Est, dal Ghana, dal Senegal, dalle Filippine. Si integrano, lavorano e parlano con accento veneto. Il problema in questa zona è la rappresentatività. Come buona parte della Lombardia, anche il Triveneto si sente tutelato da una forza magmatica ed in evoluzione, quella che Ilvo Diamanti chiama con intuizione felice il "Forza-leghismo", una specie di partito unico Forza Italia – Lega che è già nato nei fatti prima che nelle segreterie dei partiti tradizionali. Il centro-sinistra è molto diverso da quello dell’establishment romano. Cacciari e Illy, per fare due nomi, sono spesso in contrasto con le direttive che arrivano dalla Capitale e lamentano scarsa attenzione per l’area: i Veneti ed i Friulani si sono rotti le scatole di passare per gli unici evasori fiscali del Paese.

Il Centro-Italia è un’area pressoché stabile. Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo sono legate da un sistema fatto di piccole e medie imprese, di servizi, di cooperative (bianche e rosse), di piccoli istituti di credito (tranne Capitalia e Monte Paschi), di prodotti agricoli ed alimantari di eccellenza, di artigianato di qualità, tenuto insieme da un reticolo politico il cui fulcro sta a sinistra, soprattutto nei DS. In questo quadro è emersa negli ultimi anni l’eccezione/conferma di Roma, che non è più soltanto la capitale del ceto impiegatizio e ministeriale, ma è una città in evoluzione: industria, commercio, servizi, lobbying, management, cultura, turismo, show-business, con tutto il bene ed il male che ne consegue. Il centro-destra in quest’area è asfittico, il centro-sinistra ha creato questo reticolo e sa farlo funzionare. A Roma qualcuno storce il naso (caso Unipol, cooperative rosse, etc.) ma alla fine va bene così.

Il Mezzogiorno è in emergenza, cioè stabile. Non ci sono banche, una buona fetta di territorio sfugge a qualsivoglia tentativo di controllo da parte dello Stato, le uniche forme di imprenditorialità di successo appartengono alla malavita organizzata (leggete come Saviano racconta su "Gomorra" del trionfo della public company organizzata dalla camorra a Napoli sullo spaccio della cocaina). In quest’area la politica nazionale è pura fantasia: le istanze dei cittadini vengono filtrate e declinate da ras locali (Cuffaro in Sicilia, Fitto prima e Vendola poi in Puglia, Bassolino in Campania tranne Benevento che è di Mastella e Avellino che è di De Mita, i Democristiani in versione UDC o Margherita in Lucania e in altri feudi delle varie regioni) che se ne alimentano creando sistemi di poteri sconnessi e auto(in)sufficienti. Nel frattempo ci trastulliamo con le solite scemenze sulla rinascita della società civile attraverso il lavoro e la cultura, sull’utilità o meno dell’invio dell’esercito, sulla Salerno-Reggio Calabria e la gente muore o ingrossa le file della malavita.

E poi ci sono le "categorie produttive", ovvero le corporazioni. Quando si parla di grandi temi etici, politici, internazionali, etc. siamo tutti cittadini italiani. Ma quando si parla di portafoglio, siamo tutti avvocati, medici, insegnanti, tassisti, commercianti, "suvvisti", etc. Siamo quello e nient’altro. Se si parla di pensioni o di tutelare il pubblico impiego siamo tutti sotto le bandiere del sindacato.  E la politica non ce la fa: in questa Finanziaria è evidente. La politica non riesce più a ricomporre gli interessi diversi e spesso contrastanti che si sono moltiplicati a dismisura: le categorie produttive, i sindacati, gli industriali, le partite IVA, gli statali, il partito dei sindaci e chi più ne ha più ne metta tirano sempre più la corda perché sanno che tanto le coalizioni sono eterogenee e ogni partito rappresenta interessi e corporazioni più che idee e visioni della società.

La questione fiscale assume toni drammatici e di federalismo fiscale non si parla quasi più. Nella Prima Repubblica il Paese si reggeva su un patto più o meno tacito, cioè su un sistema articolato e complicato che la vecchia calsse dirigente aveva imparato a costruire pezzo per pezzo e a gestire servendosi di ammortizzatori sociali "occulti" come l’evasione fiscale in una parte del Paese e l’ipertrofia della Pubblica Amministrazione in altre, con la svalutazione della lira per gli imprenditori e la concertazione con i sindacati, con l’appeasement con la malavita organizzata e con le leggi speciali. Oggi tutto questo non c’è più, spazzato via insieme ai suoi demiurghi da Tangentopoli. Quello che rimane è un cumulo di macerie, un Paese fermo, invecchiato, sazio, imbolsito e attratto solo dalla vetrina dello spettacolo e dell’ostentazione. Rimetterlo a posto è un’impresa ardua, ai limiti dell’impossibile. 

Una parte del Paese, quella più produttiva, più o meno inserita con successo nel circuito della globalizzazione scalpita, come scalpitavano nel 1990 Croazia e Slovenia. Il patto tacito è saltato: perché dunque continuare a versare tasse al centro se poi in cambio non arrivano infrastrutture, ricerca e sviluppo? Una parte del Paese preme perché tutto si ricomponga in un nuovo equilibrio: è il centro, è la politica di Roma, che somiglia – lo so, è un paradosso – alla Belgrado di quindici anni fa. E c’è una parte del Paese che se va avanti così è perduta. Sono il Kossovo e il Montenegro del Paese. Aree dove la criminalità amministra politica, economia e ammortizzatori sociali, dirime le controversie meglio della giustizia ordinaria ed offre modelli di successo per le giovani generazioni.

Lo ripeto, è solo un paradosso. Di secessioni non parla quasi più neanche Borghezio. Ma se dall’altra parte dell’Adriatico si sa come è andata finire, da questa parte è ora di interrogarsi sui rischi di implosione, sul fatto che parole come riforme istituzionali, federalismo fiscale, privatizzazioni, etc. sono ormai ridotte semplicemente a stracci che volano quotidianamente da una parte all’altra dell’emiciclo di Montecitorio.

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8 Risposte to “I Balcani siamo noi”

  1. utente anonimo Says:

    …Ed è per questo che bisogna votare TUTTI PdCI!
    Così, almeno, c’è una ricomposizione sociale intorno alla fede nel comunismo e l’Italia riparte”
    Hai dimenticato questa OVVIA conclusione!
    Scherzo…
    Comunque impietosa analisi.
    Quale potrebbe essere il risultato alla lunga di questa paventata implosione?
    Certamente non una guerra civile.
    Più una cosa simile alla quarta fase della disintegrazione nord-coreana? (cioè la creazione di feudi di potere altamente corrotti e altamente potenti…) oppure proprio questa è la fase che stiamo attraversando?
    Allora quale sarebbe la quinta fase?
    Un rovesciamento del risorgiemento incruento? E tutto ciò, nell’ambito dell’Unione Europea, come potrebbe essere consentito?
    L’adesione di un Nord ricco all’Europa, un’ Italia centrale che ricordi il granducato di Toscana che fu (chiaramente il tutto estremizzato…) cioè fatto di un’economia che tutto sommato tiene, un po’ chiuso in se stesso, ma sostanzialmente democratico, e infine un Sud che, come dici tu, diventerebbe un Montenegro in salsa italiana: cioè retto da mafie?
    E qualora ciò avvenisse, che ne sarebbe della Basilicata e del Molise che, in fin dei conti, sono le regioni “meno mafiose” e più dignitose del sud?
    Rispondi….Firmato kolchoz

  2. utente anonimo Says:

    Pensioni e pubblico impiego e “Tutti sotto la bandiera del sindacato”??????????? Io gli darei fuoco alle bandiere del sindacato quando si parla di P.A.. trovo scandaloso che gente che non può essere licenziata anche se semplicemente a lavorare non ci va abbia anche la faccia tosta di attaccarsi alle gonnelle del sindacato, e io sono di roma. credo che nel Nord-est questa cosa la pensino tutti. Per kolchoz semplicemente non ho più parole. M.

  3. utente anonimo Says:

    Per M.: Non hai parole? Beh, almeno te stai zitta….

  4. utente anonimo Says:

    Ora un commento serio: anch’io trovo vergognoso che ci sia nelle P.A. gente che non lavora, ruba lo stipendio e non può essere cacciata via. Ma il vero scandalo è un altro: chi permette a queste persone di farlo.
    Mi spiego: se un dipendente X si può permettere di fare una pausa caffè di ore due, vuol dire che alle spalle ha un dirigente che glielo permette. Se un dipendente Y riesce a farsi pagare indennità di trasferta palesemente gonfiate, vuol dire che c’è dietro un addetto al budgets che gliela approva…
    Ora ipotizziamo che un governo qualsiasi decida che nelle P.A. ci siano esuberi di 10.000 persone e che, quindi vadano tagliati.
    Si scende nello specifico di ogni singolo servizio di ogni singolo ente pubblico e questi numeri bisogna dare un volto: ipotizziamo che un servizio composto da 5 persone debba essere ridotto a 2. Bisogna, quindi, mandarne a casa 3. Come si scelgono?
    I 5 sono: un sindacalista autonomo che è uscito dai confederali, lavora, produce e rompe le palle sul rispetto dei regolamenti.
    L’amante del responsabile che, approfittando della sua posizione, entra a mezzogiorno ed esce alle tre
    Un donna separata con figlio piccolo che ogni tanto è costretta a prendere la malattia figlio
    Il nipote del capo struttura che, in quanto tale, è autorizzato a fare letteralmente ilporco comodo suo.
    Una ragazza appena sposata, assunta da sette mesi, con velleità di gravidanza….
    Volete sapere chi dovrebbe essere licenziato per scarsa produttività, secondo me? L’amante del capo e il nipote dell’altro capo…
    Sapete chi verrà tagliato? Il sindacalista rompi palle, la donna separata e la giovane neo sposa!
    Coi risultati: A) viene perpetrata una colossale ingiustizia, che, poi, diventa un’arma per ricattare chiunque si ribelli alle ingiustizie.
    B) Quel settore resta di fatto senza personale, così la produttività, anzichè migliorare, crolla!
    Ad Majora.
    Kolchoz!

  5. gau Says:

    Allora.
    Al primo commento rispondo che non parlavo di secessione politica. Il paragone con i Balcani è ovviamente un paradosso: il rischio è di vedere il tessuto politico ed economico del Paese lacerato da spinte centrifughe, con partiti a caratterizzazione sempre più regionale o addirittura personale e con sistemi economici differenti in tutta l’Italia. I rischi di questa evoluzione sono molteplici e tutti possibili. Ma uno è certo: l’Italia perde competitività sul piano economico e peso specifico sul piano politico.
    Quanto al commento sulla Pubblica Amministrazione, io vorrei davvero sapere in quale pianeta vivi. Studiati un po’ le norme che riguardano i provvedimenti disciplinari nei confronti dei pubblici dipendenti e scoprirai che il licenziamento è praticamente un caso di scuola. Scoprirai anche che molte delle tutele concesse ai pubblici dipendenti cozzano con il principio di efficienza della PA e che se alcuni, per fare il proprio lavoro secondo coscienza, addirittura vi rinunciano, molti altri se ne approfittano, facendo finta di ammalarsi (tanto lo Stato non ha i soldi per le visite fiscali) o aspettando per mezz’ora l’autobus dietro ai tornelli invece che sul marciapiedi, così risparmiano tempo e “rispettano l’orario di servizio”. Se analizzi la prassi, scoprirai inoltre che i procedimenti durano una vita, l’avvocatura dello Stato non si presenta ai processi e se il procedimento non va a buon fine è il dirigente che spesso, ufficialmente o ufficiosamente, paga.
    I casi che hai elencato vanno bene per una fiction, la realtà è molto più complicata di così.

  6. kolchoz Says:

    Non credo che quei casi vadano bene per una fiction, purtroppo….sono REALI! Fidate.
    Il discorso sui licenziamenti casi di scuola lo so benissimo, come so benissimo che ci sono soggetti che se ne approfittano.
    Il discorso è sempre quello: manca una cultura della legalità. Allora, dietro ad un tale che chiede e OTTIENE rimborsi palesemente gonfiati, dietro ad una persona che chiede ed OTTIENE un part-time verticale c’è sempre qualcuno che consente che tutto ciò avvenga.
    E secondo te chi permette che ciò avvenga, và poi a licenziare la persona che fino al giorno prima ha protetto, permettendogli di rubare lo stipendio, i rimborsi e le malattie?
    Potrei raccontarti un esempio concretro che avviene nelle scuole PUBBLICHE!
    Diciamo che ci sono presidi che dicono ai titolari di cattedre in classi difficilissime: “Prenditi tutto l’anno di malattia, ma mandami certificati medici corti, così i supplenti avranno contratti brevi e saranno costretti, se vogliono il rinnovo, a non assentarsi MAI!”
    Ora la domanda è questa: chi dovrebbe essere licenziato?
    Il Prof che si dà malato per tutto l’anno?
    Il preside che suggerisce finte malattie?
    Il medico che per 50€ (questo è il prezzo, lo so per CERTISSIMO) emette falsi certificati?
    Oppure il medico fiscale che è SEMPRE un neolaureato che emette certificati con queste parole: “Quanti giorni vuole, tanto io non prendo responsabilità”…fidate, sentito con le MIE orecchie!! Capisci quale è il problema? Una corruzione diffusa che permette piccoli e grandi abusi che sommati producono uno sfacelo.
    Mettere in mano a questa genìa di corrotti l’arma del licenziamento, secondo me, più che favorire la ripresa dell’efficacia aumenterebbe a DISMUSURA il soppruso e l’inefficienza….tutto qui!

  7. utente anonimo Says:

    Io mi fido.
    Ma se tu hai sentito tutte ste cose con le tue orecchie, perché non vai dai carabinieri a denunciarli?
    Così diamo un primo contributo alla cultura della legalità.

  8. kolchoz Says:

    Hai ragionissima: il discorso è questo.
    Per la scuola mi è stato riferito da una mia amica carissima che, però, non potrebbe testimoniare.
    Il medico fiscale era una dottoressa che venne a casa nell’Aprile 1992, avevo 17 anni e disse quella bellissima frase a mia madre, con me presente…ma la cosa bella era che fece la faccia di chi sottindende “Come è ovvio…”
    Purtroppo il discorso ruota SEMPRE intorno alle stesse cose: manca una cultura della legalità.
    La tua analisi in merito alla “Balcanizzazione” dell’Italia è impietosa e puntuale e tu capisci che già in quell’analisi ci sono i presupposti del mio discorso: tu parli, giustamente, di una disgregazione del tessuto sociale italiano, e sai meglio di me che la disgregazione del tessuto sociale è terreno di coltura per la corruzione e il sopruso. In una fase come questa, nella quale si sta sviluppando un fertilissimo terreno di coltura per la corruzione,istituzionalizzare il licenziamento libero nelle P.A. significherebbe mettere un’arma in più nelle mani dei corrotti per proseguire nella loro opera, piuttosto che operare una salutare missione di espulsione dei parassiti dai posti di lavoro!
    Ti lascio SOLO con una domanda: pensa cosa potrebbe essere la vita per un dipendente del Comune di Ceppaloni che non ama Mastella qualora fosse permesso licenziarlo….

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