Archive for novembre 2006

Kraftwerk

23/11/2006

"Il nostro obiettivo è scrivere la canzone pop perfetta per tutte le tribù del villaggio globale" (Florian Schneider)


kraftwerkMa come?
I Kraftwerk dei perdenti? Ma stiamo scherzando?
Oh! Stiamo parlando di uno delle ultimi gruppi che ha veramente “inventato” qualcosa nella storia della musica. Un gruppo che ha creato (insieme ai Suicide) dal nulla letteralmente la musica elettronica e senza cui il 90% dei gruppi degli ultimi vent’anni non sarebbe nato (qualche nome a caso? Depeche Mode, Pet Shop Boys, la totalità della scena dance). Non solo. Sono il gruppo che “mammasantissima” del calibro di Afrika Bambaata, Chemical Brothers, CCCP, Daft Punk hanno citato e considerato delle assolute divinità.
Ok. Finita la tirata, ma si sta scherzando quindi? E perchè mai? Quanti in questo lurido ed acquitrinoso paese sanno che le famosissime e diafane melodie di Space Lab, Trans Europe Express e Robots (tra le tante) sono state create da questo strabiliante combo di geni? Praticamente nessuno.
Nel paese dei morti viventi (il 90% della scena musicale italiota), delle 50.000 persone che si accalcano ai concerti dei Pink Floyd (un gruppo che non scrive una canzone da quasi vent’anni e il cui periodo d’oro è coinciso con quello dell’Inter di Herrera), chi si potrebbe esaltare di fronte ad una storia, quella dei nostri eroi, che trasuda genialità, modernità, desiderio di andare avanti, di sperimentare le nuove tecnologie al servizio della musica popolare (così chiamavano la loro musica)?
Nessuno appunto.
Siamo nel paese in cui si studia a morire gentaglia priva di senso come Ariosto e Pascoli ed in cui metà della popolazione non sa nemmeno come si scrive computer. Ricordiamocelo.
Non è questo lo spazio per raccontare la loro storia (per chi volesse saperne di più, prego). Ora è tempo di ascoltare. Per chi li conosce di sbieco e per chi li ha conosciuti e se ne è scordato. Dovunque vi troviate, in macchina, sulla metro con l’I-Pod, mentre parlate con il vostro capo. Ora è tempo di tornare indietro, di sentire come, quasi trent’anni fa, nella Germania Federale che lentamente rialzava la testa, c’era chi scriveva canzoni strane, bellissime, apparentemente prive di emozioni ma, se comprese appieno, tristissime perché piene dell’inquietudine di chi forse ha visto troppo oltre ed ha immaginato il mondo moderno.
Che fa schifo. Non dimentichiamocelo.
Dei perdenti quindi? Si, infine. Perché i nostri amici sono stati tra le rare eccezioni (altri nomi? I Clash) che non si sono  piegate alla logica alla Pink Floyd-Rolling Stones-etc (ho un pubblico di ebeti? Perfetto. Il nome ce l’ho, scrivo ogni tanto dei bei dischi inutili e vado in tourneè a fare cassa).
Nel 1986 annunciarono: "faremo uscire qualcosa soltanto quando lo riterremo rilevante per noi o per il pubblico".
Ad eccezione per una piccola colonna sonora (del Tour de France! i francesi stanno sempre avanti!), noi li stiamo meravigliosamente ancora aspettando.

Pierluigi Orlandini

22/11/2006
OrlandiniPierluigi Orlandini….ma chi sono andato a ripescare!
Nato a San Giovanni Bianco, Bergamo, il 9 Ottobre 1972 sembrava, a metà anni 90 il centrocampista italiano del futuro. Di lui il vate del catenaccio azzurro Under 21, Cesare Maldini, arriverà a scomodare una frase che il “vecio” Bearzot aveva detto per il geniale e sfigato Giancarlo Antognoni: “E’ bravo, ma non mi piace, e poi ogni tanto gli scappa lo schiaffo del goal”
La sua carriera a metà anni 90 sembrava lanciata verso un futuro radioso, ma, purtroppo, prese la via sbagliata perchè si impantanò tra le squadre bluff che la “finanza creativa” dell’epoca aveva creato: l’Atalanta della vecchia volpe Ruggeri fiutò l’affare e lo cedette al Verona, e di lì passò al Parma dei Tanzi, dove giocò parecchio, prese una bella carrettata di soldi, ma non vinse nulla.
Intanto la sua stella si stava sempre più affievolendo, col nuovo millennio fu folgorato sulla via di Damasco e si innamorò della Puglia: era il gioiello del Brindisi, per un immediato ritorno tra i professionisti dei portuali, ma l’esperienza fallì miseramente, dopo pochi mesi, per ragioni caratteriali fu messo fuori squadra.
Ma, evidentemente, la Puglia gli rimase nel cuore e, tra fragori, servizi del Tg, gioia incontenibile dei miei compaesani d’adozione arrivò, primo giocatore della storia del club ad aver giocato con la Nazionale, all’Ostuni Sport. Chi scrive ricorda quell’estate (mi sembra del 2004) ad Ostuni come l’attesa di una festa annunciata…c’erano ottime possibilità, anzi si dava per certo, di arrivare nel Campionato Nazionale Dilettanti, ultimo gradino prima della mai raggiunta C2!
L’aria era di festa….ma la festa non arrivò MAI: fu uno sciagurato spareggio col Pietrelcina (cazzarola il Pietrelcina di Padre Pio!) a fermare la squadra della Città Bianca e a far tramontare i sogni di gloria legati a Orlandini.
Ultime notizie lo danno ancora da quelle parti: pare giochi nel Nardò!
Ma perché occuparsi di uno che non è riuscito a battere nemmeno il Pietrelcina?
Perché, anche lui, nel suo piccolo è entrato nella storia del calcio…anzi del Calcio!
Era la primavera del 1994, il nostro Pierluigi era una delle colonne portanti dell’Under 21 di mastro catenaccio Cesare Maldini, campione d’Europa uscente.
Quell’Under 21 aveva una rosa impressionante, c’era gente del calibro di Paolo Negro (ancora grazie per lo scudetto numero tre della mia amata Roma….), Cristian Panucci, Francesco Toldo (allora giovane rampante portiere della retrocessa Fiorentina), Cristian Vieri, Filippo Inzaghi, Demetrio Alberini….insomma una squadra importante.
Chiaramente la nazionale arranca, ma riesce ad arrivare ai quarti di finale contro la Cecoslovacchia (uno di quei casi, all’epoca all’ordine del giorno, di nazionali di stati inesistenti…): all’andata è un trionfo, 3-0, mentre al ritorno è l’ennesima riproposizione della linea del Piave: 1-0 per i nostri avversari, ma tra le prime quattro in Europa ci siamo ancora noi!
Da campioni uscenti ci troviamo in un lotto che prevede Francia, Spagna e Portogallo.
A quel punto l’UEFA decide di cambiare il regolamento in corsa (un’abitudine che all’epoca era diffusa: due anni dopo decise di riaprire le convocazioni per la finale degli Europei maggiori in Inghilterra….): non più semifinali e finali su andata e ritorno, ma una riproposizione, in chiave ridotta, delle formule dei mondiali e degli europei maggiori.
La chicca dell’UEFA non è solo nell’aver variato la formula all’ultimo secondo, ma anche, e soprattutto, nel non effettuare sorteggi: scegliamo la partita sulla base del fascino e delle rivalità.
Quindi da una parte il derby della penisola iberica, dall’altra Francia-Italia. Chiaramente la sede per questo nuovo europeo under 21 è Montpellier!
La semifinale, contro i padroni di casa, è un assedio: noi schieriamo Vieri e Inzaghi, ma loro ci rispondono con persone del calibro di Blanc, Barthez, Thuram, Makelele e Zidane! Come dodici anni dopo si arriva ai rigori e, come dodici anni dopo, trionfa l’Italia….alla faccia dell’UEFA che ci voleva fuori, siamo ancora in FINALE!
In finale affrontiamo il Portogallo di Rui Costa, Fernando Couto e Figo!
Mastro Catenaccio Maldini sostituisce Inzaghi col nostro eroe: non si sa mai, dovessimo fare una sola azione in attacco!
La partita scivola ai supplementari e qui Orlandini, Pierluigi Orlandini da San Giovanni Bianco, entra nella storia del calcio mondiale: da pochi mesi la FIFA aveva concepito il Golden Goal, all’epoca si chiamava Morte Istantanea, e l’UEFA aveva deciso di introdurlo in via sperimentale proprio per quell’”Europeo” Under 21 di Montpellier.
Il nostro eroe a metà primo tempo supplementare ha sul piede, all’altezza dell’angolino sinistro dell’area di rigore portoghese il pallone che lo avrebbe consegnato alla storia, scaglia una mina di precisione che si infila sotto gli incroci in alto alla destra del portiere: è il PRIMO GOLDEN GOAL DELLA STORIA!!
I giocatori italiani corrono ad abbracciarlo e, poi, riprendono posizione per difendere ad oltranza il vantaggio, i portoghesi centrano il pallone, l’arbitro corre verso il centro, ma poi si accorge degli addetti UEFA che stanno portando il tavolino con la coppa e fischia la fine: i giocatori in campo non si rendono conto di cosa stesse succedendo, gli Italiani increduli si abbracciano, i portoghesi si sarebbero voluti suicidare….personalmente ebbi una delle mie botte di culo: non vidi la partita, decisi di vedere cosa stesse facendo la nazionale, cambiai canale e in quell’istante sentii Marco Civoli che urlava “Orlandini, tiro GOOOL!! Orlandini, Orlandini, Orlandini, Orlandini….è finita, i giocatori e l’arbitro non se lo ricordano. E’ finita, siamo ancora campioni d’Europa!”
Ci fece vincere l’Europeo Under e adesso è sparito….in fin dei conti questo Carneade passato alla storia continuerà a mancarci in serie A.

William S. Burroughs

21/11/2006

Preghiera per il Giorno del Ringraziamento. 28 novembre 1986

emeter

"Grazie per il tacchino e i piccioni viaggiatori, destinati a essere cacati attraverso le sane budella americane,
grazie per questo Continente da saccheggiare e avvelenare,
grazie per gli Indiani che ci procurano quel tanto di stimoli e di pericoli,
grazie per le immense mandrie di bisonti da uccidere e scuoiare, lasciando le carcasse a marcire,
grazie per le laute ricompense sui lupi e i coyotes,
grazie per il SOGNO AMERICANO da involgarire e falsificare fin quando la nuda menzogna non vi risplenda attraverso,
grazie per il KKK, per gli uomini di legge che incidono una tacca per ogni negro ucciso, per le rispettabili signore tutte "casa-e-chiesa" con le loro facce meschine, smunte, sgradevoli, perverse,
grazie per gli adesivi «Ammazza un frocio in nome di Cristo»,
grazie per l’AIDS di laboratorio,
grazie per il Proibizionismo e la Lotta contro la Droga,
grazie per un paese dove a nessuno è dato di frasi i cazzi propri,
grazie per questa nazione di spie,
sì, grazie per tutti i ricordi…
va bene, facci vedere le tue braccia…
sei sempre stato un problema, ci hai proprio rotto i coglioni,
grazie per l’ultimo e più grande tradimento dell’ultimo e più grande dei sogni umani"

Grazie Bill, di cuore.

I Balcani siamo noi

18/11/2006

desertificazioneLa retorica post-elettorale con cui la nostra stampa ci ha tormentato per allarmarci e "svegliare la coscienza dei cittadini" dice che l’Italia è un Paese spaccato a metà. Non dobbiamo allarmarci, non è vero. La realtà è molto più complessa, ed ovviamente peggiore, di così.

L’Italia sta scivolando verso una forma di "balcanizzazione" morbida, una frantumazione che rende il nostro tessuto sociale, economico e politico molto simile a quei terreni desertici attraversati da crepe che nel nostro immaginario evocano il West o l’Africa subsahariana.

Andiamo con ordine. I giornali, i talk-show, i telegiornali e gli opinionisti hanno fatto passare un messaggio fuorviante: gli Italiani sono o di centro-destra o di centro-sinistra, 50 e 50 (o fifty-fifty). Ciò che emerge quotidianamente dal desolante palcoscenico della nostra politica nascerebbe dalla contrapposizione tra due coalizioni arcigne e trinariciute, dai pochi senatori di vantaggio di cui la sinistra dispone e, naturalmente, dalla dabbenaggine di alcuni buontemponi che giocano a mettere in difficoltà i rispettivi schieramenti solo per trarne qualche tornaconto personale immediato.

No. Gli Italiani vanno per conto loro. E la politica non è più in grado di star loro dietro. Semplificando molto, sul piano economico c’è un area del Nord-Ovest che ha affrontato quasi in silenzio una delle più grandi ristrutturazioni industriali della sua storia: la FIAT ha rischiato il collasso e, tra un Lapo ed un Marchionne, sembra in grado di rialzarsi, a Milano la grande industria, quella della Breda, dei Falck, etc. semplicemente non c’è più, soppiantata dalla spietata concorrenza internazionale cui la globalizzazione l’ha impietosamente messa di fronte, e gradualmente sostituita dalle banche, dalla tecnologia, dal design, dalla moda, in una parola dai servizi. Milano e Torino approfitteranno della candidatura del capoluogo lombardo ad ospitare l’Expo 2012 per creare – con i capitali dei neo-colossi bancari UNICREDIT e Intesa-San Paolo IMI – un polo infrastrutturale – coinvolgendo anche Genova – che rilanci il vecchio "triangolo industriale" di cui ci parlavano le maestre alle elementari. Treni ad Alta Velocità che si colleghino al Corridoio europeo n. 5 (Lisbona – Kiev), autostrade a più di due corsie, etc. In quest’area, centrodestra e centrosinistra, in nome di prosaici interessi concreti, dialogano e si accordano (Formigoni e la Bresso, Chiamparino e la Moratti, con buona pace dei No-Tav).

A Nord-Est il tessuto economico è più parcellizzato. La piccola e media impresa è in difficoltà è in difficoltà: Cina, globalizzazione ed euro ne hanno messo a dura prova capacità produttive e intraprendenza, ma tutto sommato il sistema regge. Anche qui le infrastrutture servirebbero come il pane per abbassare i costi e rendere più competitivi i prodotti. Qui l’immigrazione è nella fase post-meridionale: i nuovi lavoratori arrivano dall’Est, dal Ghana, dal Senegal, dalle Filippine. Si integrano, lavorano e parlano con accento veneto. Il problema in questa zona è la rappresentatività. Come buona parte della Lombardia, anche il Triveneto si sente tutelato da una forza magmatica ed in evoluzione, quella che Ilvo Diamanti chiama con intuizione felice il "Forza-leghismo", una specie di partito unico Forza Italia – Lega che è già nato nei fatti prima che nelle segreterie dei partiti tradizionali. Il centro-sinistra è molto diverso da quello dell’establishment romano. Cacciari e Illy, per fare due nomi, sono spesso in contrasto con le direttive che arrivano dalla Capitale e lamentano scarsa attenzione per l’area: i Veneti ed i Friulani si sono rotti le scatole di passare per gli unici evasori fiscali del Paese.

Il Centro-Italia è un’area pressoché stabile. Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo sono legate da un sistema fatto di piccole e medie imprese, di servizi, di cooperative (bianche e rosse), di piccoli istituti di credito (tranne Capitalia e Monte Paschi), di prodotti agricoli ed alimantari di eccellenza, di artigianato di qualità, tenuto insieme da un reticolo politico il cui fulcro sta a sinistra, soprattutto nei DS. In questo quadro è emersa negli ultimi anni l’eccezione/conferma di Roma, che non è più soltanto la capitale del ceto impiegatizio e ministeriale, ma è una città in evoluzione: industria, commercio, servizi, lobbying, management, cultura, turismo, show-business, con tutto il bene ed il male che ne consegue. Il centro-destra in quest’area è asfittico, il centro-sinistra ha creato questo reticolo e sa farlo funzionare. A Roma qualcuno storce il naso (caso Unipol, cooperative rosse, etc.) ma alla fine va bene così.

Il Mezzogiorno è in emergenza, cioè stabile. Non ci sono banche, una buona fetta di territorio sfugge a qualsivoglia tentativo di controllo da parte dello Stato, le uniche forme di imprenditorialità di successo appartengono alla malavita organizzata (leggete come Saviano racconta su "Gomorra" del trionfo della public company organizzata dalla camorra a Napoli sullo spaccio della cocaina). In quest’area la politica nazionale è pura fantasia: le istanze dei cittadini vengono filtrate e declinate da ras locali (Cuffaro in Sicilia, Fitto prima e Vendola poi in Puglia, Bassolino in Campania tranne Benevento che è di Mastella e Avellino che è di De Mita, i Democristiani in versione UDC o Margherita in Lucania e in altri feudi delle varie regioni) che se ne alimentano creando sistemi di poteri sconnessi e auto(in)sufficienti. Nel frattempo ci trastulliamo con le solite scemenze sulla rinascita della società civile attraverso il lavoro e la cultura, sull’utilità o meno dell’invio dell’esercito, sulla Salerno-Reggio Calabria e la gente muore o ingrossa le file della malavita.

E poi ci sono le "categorie produttive", ovvero le corporazioni. Quando si parla di grandi temi etici, politici, internazionali, etc. siamo tutti cittadini italiani. Ma quando si parla di portafoglio, siamo tutti avvocati, medici, insegnanti, tassisti, commercianti, "suvvisti", etc. Siamo quello e nient’altro. Se si parla di pensioni o di tutelare il pubblico impiego siamo tutti sotto le bandiere del sindacato.  E la politica non ce la fa: in questa Finanziaria è evidente. La politica non riesce più a ricomporre gli interessi diversi e spesso contrastanti che si sono moltiplicati a dismisura: le categorie produttive, i sindacati, gli industriali, le partite IVA, gli statali, il partito dei sindaci e chi più ne ha più ne metta tirano sempre più la corda perché sanno che tanto le coalizioni sono eterogenee e ogni partito rappresenta interessi e corporazioni più che idee e visioni della società.

La questione fiscale assume toni drammatici e di federalismo fiscale non si parla quasi più. Nella Prima Repubblica il Paese si reggeva su un patto più o meno tacito, cioè su un sistema articolato e complicato che la vecchia calsse dirigente aveva imparato a costruire pezzo per pezzo e a gestire servendosi di ammortizzatori sociali "occulti" come l’evasione fiscale in una parte del Paese e l’ipertrofia della Pubblica Amministrazione in altre, con la svalutazione della lira per gli imprenditori e la concertazione con i sindacati, con l’appeasement con la malavita organizzata e con le leggi speciali. Oggi tutto questo non c’è più, spazzato via insieme ai suoi demiurghi da Tangentopoli. Quello che rimane è un cumulo di macerie, un Paese fermo, invecchiato, sazio, imbolsito e attratto solo dalla vetrina dello spettacolo e dell’ostentazione. Rimetterlo a posto è un’impresa ardua, ai limiti dell’impossibile. 

Una parte del Paese, quella più produttiva, più o meno inserita con successo nel circuito della globalizzazione scalpita, come scalpitavano nel 1990 Croazia e Slovenia. Il patto tacito è saltato: perché dunque continuare a versare tasse al centro se poi in cambio non arrivano infrastrutture, ricerca e sviluppo? Una parte del Paese preme perché tutto si ricomponga in un nuovo equilibrio: è il centro, è la politica di Roma, che somiglia – lo so, è un paradosso – alla Belgrado di quindici anni fa. E c’è una parte del Paese che se va avanti così è perduta. Sono il Kossovo e il Montenegro del Paese. Aree dove la criminalità amministra politica, economia e ammortizzatori sociali, dirime le controversie meglio della giustizia ordinaria ed offre modelli di successo per le giovani generazioni.

Lo ripeto, è solo un paradosso. Di secessioni non parla quasi più neanche Borghezio. Ma se dall’altra parte dell’Adriatico si sa come è andata finire, da questa parte è ora di interrogarsi sui rischi di implosione, sul fatto che parole come riforme istituzionali, federalismo fiscale, privatizzazioni, etc. sono ormai ridotte semplicemente a stracci che volano quotidianamente da una parte all’altra dell’emiciclo di Montecitorio.

Mamma li Europei!

11/11/2006

Mustafa Kemal Ataturk

Ataturk"La Turchia è come un autobus diretto verso l’Europa, i cui passeggeri hanno lo sguardo rivolto all’oriente".

Orhan Pamuk, scrittore turco, Premio Nobel per la letteratura 2006

Sarò lungo e noioso.

L’8 novembre scorso la Commissione Europea ha pubblicato l’atteso Rapporto sui progressi compiuti dalla Turchia nel percorso di adesione alla UE, avviato con l’apertura dei negoziati il 3 ottobre dell’anno scorso. Il documento è tiepido ma – come nella consolidata tradizione della diplomazia comunitaria – tendenzialmente equilibrato. Si fa stato dello slancio riformatore mostrato fin qui dal governo di Ankara, ma al contempo se ne sottolinea l’affievolirsi negli ultimi dodici mesi. Si invita l’esecutivo turco a rispettare gli impegni presi l’anno scorso per risolvere la questione di Cipro (l’isola è ancora di fatto divisa in due) e a moltiplicare gli sforzi per tutelare i diritti umani e in particolare quelli delle minoranze.

Insomma, un colpo al cerchio ed uno alla botte. Ma l’aria che tira per la Turchia è ben peggiore di come viene descritta. L’Europa è letteralmente frantumata sulla sua adesione: si fronteggiano da una parte Regno Unito, Spagna, Paesi scandinavi e (incredibile dictu) l’Italia e, dall’altra, Francia, Germania e Benelux. Tra i primi, cui non sfuggono le evidenti ragioni economiche legate all’ingresso nella UE di 70 milioni di consumatori e lavoratori a basso costo, alcuni spingono per riequilibrare l’asse dell’Unione verso il Mediterraneo (Spagna e Italia), altri (Regno Unito e Scandinavi) sperano che l’accesso di un Paese così grande e diverso ponga la parola fine a ogni tentativo di rendere l’Europa uno spazio "politico", oltre che economico. Ma il fronte avverso è altrettanto composito: i Francesi, che ancora barcollano dopo il "no" nel referendum al Trattato costituzionale, hanno deciso che l’allargamento va fermato, che i Turchi sono troppi e troppo diversi, che altererebbero gli equilibri istituzionali e che l’UE non può permettersi di assorbire 70 milioni di islamici subendone conseguenze sul piano dell’immigrazione e dell’identità; i Tedeschi, che hanno già assistito ad ondate di immigrazione turca, sono divisi al loro interno (Cristiano-democratici contrari, socialdemocratici favorevoli) e nicchiano, puntando a rimandare alle calende greche il problema.

Lo stato catatonico dell’Europa è prossimo all’irreversibilità. La sua totale incapacità di riflettere una buona volta sulla sua identità politica, culturale e religiosa trova il "capro espiatorio" nel dibattito sull’ingresso di un Paese a maggioranza musulmana, ma laico. Non sappiamo chi siamo, cosa vogliamo e dove andiamo, ma di certo non vogliamo 70 milioni di individui che – secondo i nostri eleganti stereotipi – fumano, bestemmiano, inventano strani water e sono nel nostro immaginario identici a quegli orribili esseri che secoli fa ci terrorizzavano spingendoci ad invocare le mamme (l’esclamazione "mamma li Turchi" scappò anche al  nostro Presidente del Consiglio quando era Presidente della Commissione..).

E allora ecco il ricorso all’unica vera arma di distruzione di massa di cui l’Europa si vanta: l’ipocrisia. Prima facciamo entrare Cipro nella UE (solo la parte greca, ovviamente), poi lasciamo che il referendum sulla riunificazione dell’isola vada a remengo e venga bocciato (i graci votarono no, i turchi sì…). Forse sarebbe stato più sensato fare il contrario, usando la "carota" dell’ingresso nella UE per convincere la maggioranza a votare sì alla riunificazione. Prima apriamo i negoziati per farli entrare e poi, solo un anno dopo, ci lamentiamo che non fanno le riforme (loro!), che non rispettano i diritti umani, che torturano ed uccidono, etc. ignorando, o per meglio dire cancellando, decenni di progressi e sacrifici.

La Turchia è in mezzo al guado. E’ l’unico Paese islamico che sia riuscito (grazie ad Ataturk) a separare la religione e dalla politica, l’Islam dallo Stato. Lo hanno fatto con i militari, certo, ma lo hanno fatto. Sono l’unico Paese islamico in cui ci sia un esperimento democratico più o meno funzionante da decenni ed un’economia di mercato di livello dignitoso. Rappresentano uno snodo fondamentale per il nostro approvvigionamento energetico, dato che alcuni importanti gasdotti passano da loro. Sono membri della NATO dal 1952, sono l’unico alleato islamico di Israele. Hanno fatto altre importanti riforme in questi anni e devono ancora metabolizzarle. Ma sono arrivati al "punto di non ritorno". Sono arrivati al punto di dover trovare un nuovo equilibrio tra la tutela "laica" dello Stato garantita dai militari ed il nuovo fermento religioso che si avverte nella società civile, tra un Capo dello Stato kemalista ed un Primo Ministro leader di un partito religioso. Il terrorismo curdo continua a farsi sentire, l’integralismo islamico alza la voce (e Al-Qaeda fa da megafono), l’Europa socchiude la porta, la popolazione è meno filoeuropeista di qualche anno fa (i pro-adesione sono al 54%, l’anno scorso erano al 71%..) e il governo è in difficoltà. Se la Turchia, che – ricordo en passant – ha il nucleare, finisce in mani sbagliate diventa una polveriera.

Benedetto XVI l’ha capito, e infatti va a compiere lì una delle sue rarissime visite. Dato che l’Europa ritrae la sua mano, la Turchia sta cercando quella della Russia di Putin e della Siria di Assad. Se dovessimo negargliela definitivamente, li abbandoneremmo al loro destino e non potremmo lamentarci se invece di diventare l’avanguardia dell’Europa nel mondo islamico si trasformassero nell’avanguardia di un Islam aggressivo alle porte di casa nostra.

Se capitasse, sarebbe un disastro. Per noi, ma anche e soprattutto per loro. E non potremmo biasimare le nuove generazioni di Turchi se, sentendo dai loro nonni i racconti di questa nebulosa e magmatica fase storica, dovessero esclamare "Mamma li Europei!".

Giuliano Ferrara

06/11/2006
Pico de PaperisC’era una volta un personaggio della Disney, il tuttologo, Pico de’ Paperis. Un uomo, anzi un papero, di cultura immensa, anche se tassonomica, ma buono per tutte le occasioni. Aveva un solo difetto: sparava sentenze a più non posso. Ma poteva permetterselo….aveva ogni sorta di laurea!
Educati da quest’inquietante figura, molti rappresentanti della comunicazione patria hanno iniziato a farsi cogliere da manie Picodepaperiane, non tanto perché raccogliessero titoli e lodi, quanto perché decidevano di accorciare il viaggio e, senza preoccuparsi troppo delle basi accademico-scientifiche, hanno iniziato a sputare sentenze come e più dell’eroe Disneyano.
Tra i principali esponenti di questa classe giornalistica spicca, per ogni motivo vi venga alla mente, certamente Giuliano Ferrara.
La storia personale dell’ipercolesterolico di “La7” è emblematica della genia italiota.
Nato da una famiglia che lo ha educato a pane (e non solo) e politica, da giovane ha militato nelle fila del Partito Comunista Italiano, prima nella sua città natale, Roma, poi, per godere al meglio del carrello dei bolliti, nelle sezioni di Torino.
Tra le fila del PCI era famoso e temuto per vari motivi, non solo perché inaffidabile nel gestire l’arrostitura delle famose salamelle alle Feste dell’Unità, ma anche e soprattutto per un violento e livoroso dogmatismo ideologico che lo portava a somigliare ad un Ceausescu in salsa italiana.
Memorabili, a tal proposito, le sue iniziative per ottenere la cacciata dal Partito Comunista Italiano del gruppo del “Manifesto”. “Troppo poco conformi alle direttive storiche provenienti dalla forza propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre”, il pensiero del nostro in merito alle idee di Rossanda, Pintor e compagni.
Oltre per questo dogmatismo ideologico, Giuliano Ferrara era famoso per la sua “stravaganza”: presentarsi alle manifestazioni in Frac!!
Famosa una fotografia che lo ritrae mentre fugge, acchitato come se stesse alla prima della Scala, durante la battaglia di Valle Giulia a Roma!
Dogmatismo dottrinale che tarpava ogni forma di ammodernamento del PCI, “Stravaganze”: per anni si ritenevano questi comportamenti dovuti a una scarsa irrorazione sanguigna dei neuroni, ma, invece, era diverso e ce lo ha fatto capire lo stesso Pico de’ Paperis in taglia XXL anni dopo: Giuliano Ferrara è stato una spia al soldo della CIA!
Complimenti, mio grassone, tronfio e sudaticcio!! Quindi il dogmatismo dottrinale non era figlio di una tua idea, ma il disegno ben ordito dai tuoi assassini e burattinai di Washington per sganciare il PCI dalla società, quindi l’idea di presentarsi in Frac alle manifestazioni non era una stravaganza, ma, molto più semplicemente, un segno di riconoscimento, un qualcosa per cui spiccare….una divisa!!
Solo per questo meriterebbe una “Webgogna”, ma il suo curriculum non avrebbe potuto finire qui, anzi, se possibile, è peggiorato: con l’avvento di un uomo che molto avrebbe fatto in Italia e molto di più per molti italiani (per molti, ma non per tutti….diciamo solo per chi sapeva accrescerne il conto in banca!) il nostro “Pico-Pitran” decise che era arrivato il momento di continuare a riempire il suo vorace stomaco, e dove se non nel partito nel quale erano garantite mangiate pantagrueliche?
La sua carriera all’ombra del garofano fu fulminante: Rai Due, ovviamente, gli aprì porte e soprattutto portoni!
Ma un canale Rai non gli bastava, voleva di più: un contratto con la tv del numero 1861 della P2!!
Da Italia 1 ha cominciato a riempire la televisione italiana del peggio del peggio del peggio!
Sgarbi e D’Agostino che si schiaffeggiano, lui che esce da un secchio della mondezza, ragazzi del MSI omofobi che sfogano tutte le loro frustrazioni contro Grillini, ma, soprattutto, si mette a insegnare sesso all’Italia tutta, insieme a quel Richard Ginori italo-statunitense che è riuscito ad impalmare! Delle volte, però, il diavolo ci mette lo zampino e nel 1992 crolla tutto: il PSI, nel giro di pochissimo, si dissolve travolto dall’onda dilagante della sua stessa corruzione.
Giuliano Ferrara non resta a guardare, sembra non salire sul carro dei vincitori, attacca i magistrati che hanno avuto la colpa immensa di mettere in galera corrotti e corruttori: invece guarda lontano, anzi guarda vicino! Risfodera tutta la sua abilità di “Yes Man” dei potenti e, senza che nemmeno da Arcore il succitato 1861 ordini, lui già esegue e mette in pratica il programma politico di Forza Italia: parare le chiappette del boss, costi quel che costi!
Il ringraziamento è immediato: nel 1994 assurge alla carica di Ministro per i Rapporti col Parlamento!!
La sua stagione politica dura pochissimo (sempre troppo), anche perché la bouvette di Monte Citorio finisce in un amen i famosi supplì e lui riprende a vomitare veleno dalla televisione…e arriviamo a oggi: oggi dirige un giornale che vive SOLO grazie ai finanziamenti pubblici e che invoca sempre meno stato!
Oggi, da cinque anni a questa parte, conduce una trasmissione di approfondimento politico su “La7”: iniziò con Gad Lerner, col quale strinse un profondo rapporto di amicizia, ma Gad Lerner era troppo preparato per stargli vicino, la sua trasmissione rischiava di diventare un contraddittorio vero e allora, mercè l’amistà, via Gad Lerner, serviva una figura femminile….prima Barbara Palombelli, ora tale Ritanna Armani.
La prima è famosa solo per essere la moglie di Rutelli: sciapa come il sale tocco della Toscana, i suoi interventi sono meno interessanti di un pistolotto di una vecchia zia, e meno incisivi di una cuscinata; la seconda non si è mai capito chi fosse, ancora non si è capito chi sia!Giuliano Ferrara
La sua trasmissione è diventata il salotto di riferimento per chi crede di assistere a veri contradditori politici, invece è solo la cassa di risonanza di quest’uomo che si circonda di nullità per non avere contraltare, che invita sempre gli stessi amici: riformisti, che guardano lontano, che non torcerebbero un capello a nessuno, purché questo “nessuno” sia almeno a loro livello, che considerano Mediaset una risorsa del Paese, che vogliono salvaguardare l’Italianità delle loro aziende, che privatizzano a capitani coraggiosi e che giustificano ogni sorta di furbetto del quartierino, che venderebbero la madre per un briciolo di carriera…insomma è casa di Massimo D’Alema e di tutta una classe politica che da circa 12 anni si riempie la bocca della necessità di migliorare il Paese, riuscendo solo a migliorare la propria immagine nei salotti buoni!

E’ per questo che per Giuliano Ferrara è necessaria una “Webgogna” importante, per il suo passato e per il suo presente e per fare in modo che nel futuro non ci sia posto per lacché, tuttologi a tassametro e fustigatori dei deboli come lui!!

Ségolène Royal

04/11/2006

royalDopo il pezzo del mese, il libro del mese, etc. ecco il varo della rubrica "uomo del mese". Iniziamo con una donna: Ségolène Royal, candidata del Partito Socialista francese alle elezioni presidenziali.

Questo post avrebbe dovuto intitolarsi "Dio salvi i Francesi". Delle estemporanee iniziative elettorali estive del nuovo leader della destra, Sarkozy, abbiamo già detto. Ma dato che le disgrazie non vengono mai sole, ecco che la sfida delle demenziali assurdità viene raccolta e rilanciata a sinistra da questa avvenente naive della politica, compagna del capo del PS, Hollande.

Ségo (come la chiamano affettuosamente i transalpini, che amano vezzeggiare qualunque cosa respiri) si è contraddistinta per una campagna elettorale mediatica, incentrata sul suo charme, sul volto nuovo della sinistra giovane, moderna e de-ideologizzata, ma attenta ad evitare come la peste l’enunciazione di un "programma"…E pensare che la sinistra italiana ci ha sprecato così tanto tempo e fatica, al punto da creare una "fabbrica" come quella di San Pietro..

E così nessuna ricetta o quasi per la disoccupazione, l’Europa, l’immigrazione clandestina, l’assistenza agli anziani e via discorrendo. Pochissimi dibattiti con gli altri candidati socialisti. Molti bagni di folla ma poche occasioni di confronto con la "base": a La Rochelle la nostra Ségo si è rifiutata di incontrare i giovani universitari socialisti. In compenso, grandi idee su come risolvere i problemi delle banlieues ("gli elementi più turbolenti devono essere rinchiusi negli istituti militari") e grandi feste a Zidane dopo la nota capocciata ("ha difeso le donne della famiglia").

E infine la perla. Ad una domanda sullo stato di salute della democrazia in Europa, e cioè come valutare i risultati raggiunti da un governo nell’arco di una legislatura, la Royal ha risposto: "devono essere giudicati al termine dei 5 anni da una giuria popolare che stabilisca se i politici hanno rispettato gli impegni presi". Il celebre storico Max Gallo ha subito ribattuto che "quelli erano i sistemi adottati da Mao in Cina". Forse. In realtà si tratta di una svolta epocale. Se la giuria popolare si esprimerà con le nominatons avremo finalmente completato il passaggio dal "socialismo reale" al "socialismo reality".

Dio salvi i Francesi.  

 

arctic monkeys

03/11/2006

cover_169Io li odio gli inglesi. Perché? Per mille motivi (cito a caso la monarchia, guidano a destra, cucinano male e poi i boeri, gli irlandesi, le pecore delle Falklands, i pizzicotti alla guancia a Pinochet…).
Eppure. Eppure, ogni circa dieci anni, questi curiosi esseri riescono (ci casco sempre…) a ri-farmi sentire, anche solo per dieci secondi, un quindicenne infoiato per via di un gruppetto tirato fuori (sembra…) a caso.
Signore e signori, il (mio) gruppo (inglese-tirato-fuori-a-caso) del momento: gli Arctic Monkeys!
Cioè, quattro normali ventenni inglesi che con la medesima naturalezza con cui noi ci rincoglioniamo a passeggiare per Roma, fondano un gruppo a diciotto anni ed a venti sfondano (si, lo so, poi a trenta o sono morti dimenticati da Dio o si riciclano come DJ, ma questo è un’altra storia).
Sempre il solito canovaccio: un paio di singoli da urlo. Un disco niente male. E noi rompicoglioni a chiederci che fine faranno. Tutto ciò ha senso? O non ci conviene forse non pensarci molto, comprare il disco, rincoglionirci e basta? Dopo la fine degli Oasis è meglio porsi domande e scaricarceli i loro dischi.
Il problema è sempre quello. Gli inglesi hanno bisogno di un gruppo vincente per mandare avanti la loro industria musicale. Non è una cazzata alla Ballarò. È storia. Pensate alle mille etichette. Alle bellissime sale da concerti. Ai negozi di dischi. Alle numerose e dementigene riviste musicali. Tutto questo baraccone nacque nei “meravigliosi” anni ’60 (avete presente? British Invasion, e quella volta non scherzavano!). E poi? E poi è finito tutto. Gli americani hanno preso il sopravvento e ciao, ciao. E quei lavoratori? Che fine fanno? La cassa integrazione? State scherzando, spero, ricordatevi che lì hanno avuto la Thatcher. Allora su amici al bionici, un po’ di ingegno! Altro che Full Monty! Non ci vuole molto. Prendete un gruppo di miserabili, scrivetegli delle belle canzoni, fateli ubriacare, un po’ di risse ed il gioco è fatto! Ecco i nuovi Beatles, i nuovi Rolling Stones, i nuovi Who insomma ecco spiegati tutti gli inspiralcarpets-charlatans-oasis-menswear-shedseven-supergrass-etc… ed eccoli lì tutti ad urlare al nuovo miracolo della musica inglese, la nuova rivalità stones-beatles (Oasis vs Blur… ricordate? Che tristezza!). Ma poi come è finita? Meglio soprassedere.
Comunque il disco delle scimmie non è male. Molto ben suonato, molti pezzi che si fanno ricordare. Il mio problema è la disillusione. Non ci posso fare nulla. Non ci credo più.
Eh si, sono proprio vecchio.
Ma ora basta. A dormire. Prima però è giusto finirla con il solito pezzo da stronzo saccente.
Il disco, lo ripeto, non è male. Ma lo vale tutto una sola nota di “Eton Rifles” dei Jam (per le bestie, il gruppo più sottovalutato della storia del Rock e, la cui discografia, le nostre scimmie devono conoscere, ad occhio e croce, a memoria).
Pensateci bene, prima di eccitarvi la prossima volta.