Silvio Muccino

manualedamore_1thNon è antipatico. Anzi, forse è simpatico. Ovviamente non è brutto. Anzi, è belloccio: le ragazze gli strizzerebbero le guanciotte per ore. Le sue prove nei film non sono male. La vicinanza con Verdone gli ha fatto bene. Il suo spot della Vodafone è diventato il tormentone dell’estate. E poi si è impegnato molto: ha preso lezioni di dizione per eliminare quella fastidiosa zeppola, ha studiato molto, ha persino scritto un libro. Dice anche la sua sul “senso della vita” da Bonolis. In teoria, non ci sarebbe alcun motivo valido per inserirlo in questa rubrica.
Eppure, c’è qualcosa in lui che disturba, che provoca un vago senso di nausea, che invita a cambiare canale o a voltare pagina. Non conosciamo la sua storia ma è come se sapessimo già il finale. Un copione pulitino sfogliato distrattamente perché tanto ne abbiamo letti a centinaia di simili. Una di quelle faccette per bene che (se sei di Roma) puoi trovare seduta il sabato pomeriggio al Parnaso a Piazza Euclide o al Fermatone all’Eur. Buona famiglia, ma un po’ scaciato. Apparentemente leggero, ma un po’ sofferto.
Silvietto è il tipico protagonista del “nuovo cinema italiano”, quello giovane. E’ l’idealtipo weberiano dello star system della penisola: è l’adolescente che parla “in generale” del mondo degli adolescenti, è il giovane che parla “in generale” del mondo dei giovani, è quello che ha il fratello famoso e parla “in generale” dei fratelli famosi, è l’attore emergente che parla “in generale” del mestiere di attore, è l’innamorato che parla “in generale” dell’amore. In Italia se l’attore non sa essere anche un po’ intellettuale, magari anche un po’ maledetto, è considerato più o meno alla stregua di una comparsa del “Bagaglino”. Il nostro lo ha capito subito e allora su con la maschera da ragazzo sorridente ma che “ha un disperato bisogno di sentirsi libero”, che contorce i suoi pensieri come tortiglioni al sugo davanti ad un Bonolis ormai catatonico, che scrive libri sull’amore, insomma che si “intellettualizza”.
Che grande genio è Dario Argento. In uno dei suoi (peggiori) film, “Il Cartaio”, ha girato una scena in cui un ragazzo bravo, buono e bello che aiuta la polizia a scoprire un assassino e a salvare ragazze brave, buone e belle esce dal “Jonathan’s” (un noto bar kitsch di Roma) per inseguire una bellissima ragazza e si trova poi braccato dall’assassino, che alla fine lo uccide. La parte di quel ragazzo la fa Silvietto. Fatte le debite proporzioni, possiamo fare un parallelo con la beffarda autoanalisi che Kubrick ha imposto alla coppia Cruise-Kidman? Il consumato e brillante regista ha voluto lanciare un monito al giovane e brillante attore (stai attento a inseguire successo e donne)?
Ma la realtà è sempre ben diversa. La carriera di Muccinino continuerà a galoppare a spron battuto – potete giurarci – fino a quando magari si innamorerà di una jeune fille francese e, come altri suoi illustri predecessori, comincerà a raccontarci da un grazioso e ben arredato appartamento di Parigi di quanto sia noioso e provinciale il nostro cinema. Siamo pronti. Tanto a noi che ce frega? Zero….
 
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