Archive for ottobre 2006

Andrea G. Pinketts

29/10/2006

tony federico”In TV faccio la figura del fenomeno da baraccone?
Andiamoci piano. Distinguiamo le cose, perché loro sono il baraccone, io sono il fenomeno!”

Un duro.
No, uno che discute di nullità ai reality.
Uno che se ne frega altamente.
Macchè, sembra pappa e ciccia con la Ventura.
Uno strano.
Ma se parla d’amore con Cucuzza.
Ma insomma. Ma chi cazzo è Andrea G. Pinketts?
Cominciamo saltando i convenevoli. Se vi interessa la bibliografia di questo tipo, prego. Il problema è che io sto cercando di capire il perché un buffone del genere continui a starmi simpatico. Scrive bene? Si, assolutamente. Anche se è tipo la sesta volta che cerco di leggere l’Assenza dell’assenzio (cazzo, non decolla, non decolla….). Il problema con il nostro amico (lo avrete notato) è la sua tendenza a presentarsi in trasmissioni esecrabili. Ma niente paura. È uno dei nostri. Ricordatevelo. Uno spostato. Uno che non si sposa. Non ha figli. Uno che non riesce proprio a porsi problemi quali “…il modo di affermare la mia personalità”. Insomma in questo caso non sembri un insulto il non approfondire la sua carriera di scrittore. È straordinario semplicemente ricordare alcune sue mitiche comparsate. Come quella volta che in una tremenda trasmissione di MTV sugli anni ’80 si presentò con qualcosa che sembrava un Margarida alla mano e cominciò cianciare di quando, venticinquenne, decise di fare il paninaro per intortarsi le “bambine fighette” di quindici anni.
Nella sala il gelo. Io in lacrime.
E poi. Pochi giorni fa. Una trasmissione miserabile sulla moda (quindi sul nulla) condotta da Jonathan (quindi il nulla). Il mezzo uomo che lo adula chiedendogli “…una parte in uno dei suoi bellissimi romanzi noir”. Lui, infastidito e chiaramente mezzo brillo, che risponde “…ci avevo già pensato, sei perfetto per il ruolo del cadavere”.

Grazie Andrea.
Resisti. 

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A1 Grand Prix e ABA… il fallimento degli altri

23/10/2006
Virginia Squires per AbaAl momento dello scoppio di “calciopoli” si era paventata l’ipotesi, da parte degli organi di informazione vicini ai club coinvolti (Juventus, Fiorentina, Lazio e Milan) che questi abbandonassero la Federcalcio e fondassero una loro Lega Professionistica, pur di evitare le penalizzazioni. Fortunatamente questa perniciosa idea ha perso di peso in poco tempo.
Ciononostante abbiamo voluto vedere quale è stato il destino delle “altre” leghe nate negli anni passati.
Sorvolando sul caos che ha distrutto il pugilato, il pensiero và a due esperimenti a loro modo abortiti: A1 Grand Prix e Aba. Entrambe sono ancora esistenti, ma vivacchiano e boccheggiano non si capisce bene sulla base di quale logica. La prima, A1 Grand Prix, è una serie automobilistica nata nell’autunno 2005 da un’ idea dello sceicco Maktoum Hasher Maktoum al-Maktoum della famiglia reale di Dubai. L’organizzazione della serie è molto orientata allo spettacolo, con team e piloti associati a una specifica nazione per il preciso obiettivo di attirare tifosi dai diversi bacini di pubblico. Altro elemento di spicco della formula è la relativa omogeneità tecnica delle vetture, il tutto volto a favorire (almeno secondo la volontà degli organizzatori) la spettacolarità e il fattore umano a scapito di fredde visioni tecnologiche.
Le gare si corrono soprattutto nei tracciati abbandonati dalla formula uno (tipo l’Olanda e il Sud Africa) nei mesi durante i quali la Formula Uno non corre (esattamente da Ottobre ad Aprile), con un regolamento che, oltre a premiare il vincitore della gara, assegna punti anche alle prove e prevede anche una gara breve, oltre alla classica “Lunga” (chiamate rispettivamente: Sprint Race e Feature Race): nonostante le buone intenzioni degli organizzatori, aumentare l’imprevedibilità delle corse e legare maggiormente i tifosi alle squadre e non al pilota, la prima edizione di A1 Grand Prix (vinta per la cronaca dalla Francia) è stata un autentico fiasco sotto ogni punto di vista: a livello di tornaconto numerico non se la è filata assolutamente nessuno, mentre l’idea di spostare l’attenzione dalla macchina al pilota ha reso, paradossalmente, la competizione ancora più scontata. Infatti l’idea di legare l’esito finale al fattore umano è stata mutuata dagli sport più tradizionali, ma la differenza sostanziale consiste nel fatto che negli sport di squadra e individuali (come il tennis) la sfida avviene uno contro uno e non sempre tutti contro tutti, come in questo surrogato di formula uno: il risultato è stato, di fatto, una monotona corsa solitaria del team francese che, indipendentemente dal tracciato, vinceva sempre per distacco e a mani basse. Anche dal punto di vista “promozionale” l’avventura del 2005/06 dell’A1 Grand Prix è stata un flop: infatti la scelta di vendere gli eventi SOLO a televisioni a pagamento non ha permesso la creazione di un pubblico fidelizzato che fosse disposto, nel futuro, a spendere soldi per seguire le competizioni.
Ben diversa la storia e l’avventura dell’Aba, acronimo di American Basketball Association: nata nel 1967 in contrapposizione all’Nba si distingueva per alcune innovazioni e variazioni regolamentari che permettessero di rendere più spettacolare uno sport già di per se stesso spettacolare come la pallacanestro: soprattutto dal punto di vista disciplinare le partite della Aba si distinguevano per un maggior permissivismo.
Nonostante le differenze regolamentari che fecero notevole presa tra i tifosi statunitensi, l’assenza di una vera copertura televisiva ne determinò un rapidissimo declino. Già nel 1976 ci fu una parziale fusione tra Nba e Aba col passaggio di quattro club nella più ricca Nba (New York Nets, Denver Nugets, Indiana Pacers, San Antonio Spurs) evento al quale seguirono il fallimento di tre club dell’Aba: Kentuchy Colonels, Spirit of St. Luis, Virginia Squires.
A causa di queste perdite e della mancanza di un’adeguata copertura televisiva l’Aba perse sempre più di fascino, per rimettersi in piedi decise di accettare anche giocatori squalificati altrove per Doping, a tal proposito ricordiamo che l’italiano Mario Boni, dopo la sua seconda positività alla cocaina che gli costò la radiazione, tentò senza troppa fortuna l’avventura statunitense (per un cestista andare a giocare negli States ha sempre un suo fascino, anche se si gioca nella lega dei dopati!).
Col nuovo millennio l’Aba ha deciso di rifondarsi come “New Aba”, ospitando squadre rappresentanti bacini di utenza tagliati fuori dal grande circo Nba, squadre del calibro di:
Albuquerque Native America (Team interessante perché composto da SOLI nativi americani)
Arkansas Rim Rockers
Calgary Drillers
Fort Worth Tycoons
Maryland Night Hawks
St. Louis Rottwilers
Hermosillo Seris
Nashville Rhythm
Pensacola Aviators
 
E tanti tanti altri!

Santarita Sakkascia

21/10/2006

mani6"me so comprato n’occhio de vetro,
tu me guardi, io nun te vedo…"
                             – da "sto come na pigna" (1996)    

I Santarita.
Mio dio che cosa sono andato a ripescare… no, no, basta devo fare qualcosa, parlare con qualcuno, farmi vedere…
Ma per voi è troppo tardi. Ora ve li beccate. Ve li beccate voi che c’eravate e voi che, purtroppo, li confondete ancora con quei poveracci dei Prophilax.
Un po’ di storia per cominciare?
Non se ne parla proprio! E chi la conosce? Chi li ha mai visti questi? Chi è mai riuscito a convincerli a fare un video? A Roma, nella prima metà degli anni 90 i Santarita erano delle leggende tramandate per via orale che Omero gli faceva una pippa. Nessuno sapeva (grazie a dio…) come erano fatti. Solo cassettaccie vendute in posti infami (Managua e Disfunzioni, per esempio) e tremendi manifesti pubblicitari. Si andava ai loro concerti così. Per fede. Ma cazzo che concerti. Tremendi, male assortiti, caotici, senza un senso logico, con persone che uscivano dalle bare ed ortaggi che volavano dal palco. Nel mezzo le loro quattro canzoni decenti che avevano messo in piedi, le fantastiche cover e le mitiche instant song (John Zorn alla fermata del 23… leggendaria). Di loro si ricorda una fugace apparizione in RAI dalla Dandini (tempio, come ora, del politically correct del epoca) e poi… poi sono spariti così. Io non so veramente cosa cazzo facciano adesso questi qua. La storia (e l’agiografia di genere) li vorrebbe a spalare merda in tutta roma. Ma una notizia, carpita facendo il topo da web, ha forse incrinato le mie scontate certezze. All’epoca, intervistati sul rapporto con gli altri gruppi demenziali, i nostri eroi rispondevano ruttando, insultando, bestemmiando che con certi idioti non avevano nulla a che vedere.
Ed allora? Cosa c’era dietro a tutto lo schifo che spargevano? Cosa c’era dietro il loro fiero essere underground? Cosa c’era dietro i peli di cazzo attaccati sul retro delle loro cassette?
Forse c’era molto di più.
Da una parte c’era sicuramente la storica tradizione anti-papalina romana ma dall’altra, forse, ci poteva essere spazio per un più fine (!?!) disegno (!?!).
Pensateci bene.
Quel senso dell’oltraggio (e dell’ortaggio…) fine a se stesso. L’amore (quasi patologico…) per le funzioni corporali. Il loro quasi infantile rifiuto di strutturare una pur minima carriera seria…
In fondo se si scopre che il loro ex-bassista adesso espone opere in mezza europa e si professa amante delle avanguardie dadaiste, pochi ne potrebbero rimanere sconvolti.
San Lorenzo del 1991 come Parigi nel 1920.
Incredibile, eh! Chi l’avrebbe mai detto…

Silvio Berlusconi

20/10/2006

silvio_berlusconi2…e che ve lo devo pure spiegare?

 

 

 

 

 

 

Lilli Gruber

17/10/2006

LilliE’ nato prima l’uovo o la gallina? E’ la crisi del giornalismo italiano che ha prodotto fenomeni come Lilli la rossa o è stata la diffusione di questi autentici virus ad indebolire un’intera categoria e ad infettare un mestiere in Italia? I primi sintomi compaiono negli anni ’80. Nella palude dello stile "istituzionale" del telegiornale di Stato comincia ad affermarsi un nuovo prototipo di giornalista: è donna, ha uno stile aggressivo, guarda la telecamera con fare sensuale e un filino provocatorio, assume persino una postura fisicamente diversa: tutta protesa in avanti, quasi a "bucare" lo schermo per soffiare in viso all’inebetito telespettatore.

Le capofila di questa nuova scuola sono Dietlinde "Lilli" Gruber e Carmen Lasorella. Carmen è affondata con il PSI: Craxi è stato esiliato, Martelli è stato trasformato in conduttore televisivo, il Partito si è frantumato in una penosa e straziante diaspora. E i clientes sono rimasti appiedati. Qualcuno è riuscito a riemergere grazie alle sue capacità, vedi Minoli, qualcun’altro invece – tra cui la nostra Carmen – è  sparito per un po’ ed ha accettato un ridimensionamento pur di tornare.

Ma Lilli no. Lilli è rimasta sulla cresta dell’onda perché ha un bella faccetta da impunita, ha un tono accattivante e dà l’impressione (ma solo quella) di sapere di cosa parla. Non ha referenti politici né partiti che le fanno da chioccia: si è solo lasciata trascinare dal mainstream, da una corrente culturale e professionale che in Italia è particolarmente robusta, quella della gauche caviar, della sinistra di lotta e di salotto che si esprime per preconcetti, che si fa guidare da un noto regista in girotondo, che guarda gli Americani con la puzza sotto al naso, quando non con malcelata acrimonia, che in relatà pensa soltanto alla tutela del suo status di "categoria intellettuale d’avanguardia".

E’ questo effetto di trascinamento che, poverina, le ha fatto compiere alcune scelte discutibili. Come quando è stata la fidanzata di Giuseppe Giulietti, responsabile informazione dei DS, e ovviamente non perché mettiamo in discussione la sua imparzialità di giornalista, ma perché Giulietti è uno degli uomini più brutti che si siano mai visti. Oppure come quando, inviata speciale della RAI in Iraq, aveva definito i tagliagole di Al-Zarqawi "resistenti" e fu costretta dalle bacchettate in diretta di Frattini a fare una precipitosa quanto imbarazzante marcia indietro. Oppure quando ha deciso nel 2004 di intraprendere la carriera politica, facendosi eleggere al Parlamento Europeo insieme a Santoro e suscitando ulteriori dubbi – per carità, solo dubbi – sulla veridicità di alcuni suoi reportages da inviata lautamente remunerata con i soldi del canone.

Ora è una donna felice. Ora finalmente può fare il mezzobusto di sé stessa e mescolare l’autorevolezza di cui ha goduto da giornalista RAI con le balzane analisi di politica internazionale che continua a propinarci. L’ho vista di recente in un dibattito televisivo (forse era 8 e mezzo ma non ricordo) mentre usava l’intercalare "Amministrazione Bush" con la stessa frequenza con cui un romano dice "ahò". E ho pensato che uno dei più grandi meriti di Fassino e Rutelli è stato quello di inserirla nella lista "Uniti per l’Ulivo" alle Europee e di spedirla a Bruxelles, dove per inciso potrà stare più vicino al suo nuovo marito, guarda caso un giornalista francese…

Nel frattempo, noi rimarremo qui soli soletti a rimpiangere Ruggero Orlando, a chiederci perché – nonostante Berlusconi non ci sia più e l’editto bulgaro sia scaduto – Enzo Biagi non sia stato richiamato in RAI, anche solo simbolicamente, e – perché no? – a trattenere una lacrimuccia persino per Frajese…

Anna Politkovskaja

15/10/2006
Politkovskaja Russia di PutinMentre il mondo guardava preoccupato alla risposta nucleare all’aspirina della Corea del Nord all’elezione del ministro degli esteri sud coreano alla carica di Segretario Generale delle Nazioni Unite, la Russia di Putin, dell’”Amico Putin”, metteva a segno un colpo fondamentale alla lotta globale al terrorismo mondiale: veniva messa a tacere, per sempre, la voce di Anna Politkovskaja.
La nostra era un giornalista scomodo, di quelli dei quali si piange il progressivo venir meno, di quelli che quando muoiono non se ne accorge nessuno….
Nata dall’altra parte dell’ex blocco sovietico, a New York, nel 1959, decise di rinunciare alle libertà consumistiche del mondo capitalistico per andare a vedere se era possibile denunciare la mancanza di libertà in quello comunista. Visse da vicino il progressivo avvitamento del progetto comunista in Unione Sovietica, assistette e denunciò il caos totale degli anni della Perestrojka, cominciò a pagare con un progressivo mobbing sociale, fatto di calunnie e minacce, gli anni del banditismo dell’alcolizzato Eltsin, e infine divenne bersaglio facilissimo in questi anni di democrazia formale nella Russia dell’”Amico Putin”.
La sua fama, qui in Italia, è arrivata, alla fine del XX Secolo, grazie al miglior settimanale di politica e reportages, “Internazionale”. Chi abbia avuto la costanza di leggere questo periodico ha potuto conoscere, dalle testimonianze di Anna, gli orrori che le forze militari democratiche, della democratica e ordinata Russia di Putin, anzi dell’”Amico Putin”, compiono da anni e anni in Cecenia.
Se gli articoli della Politkovskaja, qui da noi, hanno prodotto riflessioni e conoscenza, in Russia, dove, invece, oltretutto,uscivano con cadenza quasi quotidiana, hanno sempre più dato fastidio.
Le minacce ai danni della Politkovskaja si sprecavano, le denuncie pure, ma queste, cadevano, regolarmente, nel vuoto!
Intanto l’”Amico Putin”, spalleggiato dall’”Amico Bush”, continuava nella sua opera di democratizzazione della Cecenia, con metodologie che, fino alla settimana scorsa erano a tutti ben note.
Ma Anna continuava senza paura, la sua fama cresceva vieppiù, anche e soprattutto tra le forze ribelli cecene, alle quali, comunque, non risparmiava critiche. Nell’ottobre del 2002 fu chiamata, dalle forze dell’ordine della democratica Russia dell’”Amico Putin”, a negoziare la liberazione degli ostaggi rapiti all’interno del teatro Dubrovka di Mosca. Non si è mai capito perché il negoziato fallì, ma, soprattutto, non si è MAI capito perché le forze militari russe, per liberare gli ostaggi ne uccisero più di cento!!!
Passarono due anni, e le forze ribelli indipendentiste cecene, decisero di suicidarsi politicamente, rendendosi protagoniste del peggiore atto della loro storia: il primo settembre 2004 fecero irruzione in una scuola di Beslan, durante la festa di inizio anno scolastico, e rapirono quasi tutti i bambini e gli insegnanti. Dopo giorni di terrore, molti ostaggi morirono…
Anna sapeva che non avrebbe mai potuto stare lontana da un atto simile, si imbarcò sul primo aereo che da Mosca la avrebbe avvicinata a Beslan. Non ci arrivò mai: durante il volo commise l’imprudenza di bere un bicchiere d’acqua offertole dalle solerti Hostess, era avvelenato!
Giorni di ospedale la tennero lontana da Beslan, ad altri suoi colleghi accorsi sul posto, fu vietato di avvicinarsi alla scuola con metodi più grossolani (evidentemente l’Aeroflot aveva finito il ratticida….): il risultato fu che nessuno ebbe la possibilità di raccontare come avvenne realmente il blitz all’interno di quella scuola!
Da allora le prudenze della Politkovskaja assunsero fattezze quasi maniacali: non prendeva, né lei né i suoi colleghi, nulla da bere sugli aeroplani di linea….narrerà di un viaggio alla fine del quale ebbe problemi seri dovuti alla disidratazione perché, prima di farla imbarcare, le sequestrarono le scorte idriche che era solita portarsi…
Alla fine la Democratica e Ordinata Russia dell’”Amico Putin” è riuscita a mettere a tacere la voce più scomoda che avesse….un altro colpo al terrorismo mondiale!  

Cinegiornale del fine settimana

14/10/2006

luceDall’Istituto Luce riceviamo e volentieri pubblichiamo:

"Solido e compatto come un sol’uomo, il Prode Governo prosegue la sua inarrestabile marcia verso il risanamento e con fierezza annuncia che la battaglia dell’euro è vinta. Un durissimo colpo è stato assestato ai nemici del popolo con l’arma segreta della finanziaria, fulgido esempio di italica chiarezza e di virile equità.

Le inique decisioni imposte dai precedenti usurpatori sono state cancellate. Sono state spezzate le gambe al sedicente "tavolo dei volenterosi", sordida organizzazione di disfattisti al servizio di ostili potenze straniere. Da oggi la Prode Italia può guardare dritta negli occhi senza vergogna le demoplutocrazie europee e la burocrazia senza patria brussellese.

Grazie alla straordinaria distribuzione di aliquote, anche la battaglia del grano è vinta. Il popolo italiano è ricco. Carri armati di tasse e bolli hanno definitivamente allontanato dal sacro suolo patrio la minaccia del SUV inquinatore.

Il nostro Prode Presidente ha ricevuto ieri il papa e gli ha intimato di smetterla con l’assurda difesa delle coppie di fatto, invitandolo al contempo a riscoprire insieme a lui gli antichi valori dell’italica cristianità.

Le nostre truppe sono finalmente giunte in Libano, accolte da folle festanti e da lanci di petali di fiori. Non appena posata la virile pianta del piede sulla terra medio-orientale, migliaia di miliziani hezbollah si sono arresi inginocchiandosi davanti ai nostri ragazzi e inneggiando al Prode Presidente.

Da fonti certe, si è inoltre appreso che gli israeliani sono rimasti abbagliati da una luce intensa ed avvolgente e si sono dispersi all’istante dopo aver udito dal cielo una bonaria voce in bolognese che li esortava a rispettare le norme del diritto internazionale.

Il Prode Governo ha infine oggi abolito l’uso del telefono. La nobile stirpe di Enea non ha bisogno di inutili orpelli per far sentire la propria stentorea voce. Il Prode compagno Rovati ha annunciato che il suo piano è di trasformare la società telefonica di Stato in una Salumeria Nazionale, aperta alla degustazione di prodotti tipici del Belpaese da mane a sera."

Jovanotti

09/10/2006

listenQuesto uomo è considerabile l’archetipo di tutto ciò che non è andato negli ultimi anni.
Uno che ha capito (forse… non mi è sembrato mai un genio) prima di molti il segreto dei fumosi e deprimenti anni 90: tranquilli, non esiste nulla di sbagliato, va tutto bene, si sdogana tutto, un po’ di pazienza ed arriverà anche il vostro turno. Pensavate, per esempio, che il mondo fosse diviso in gente che si sbatte per fare della musica seria (la cosiddetta all’epoca “scena alternativa”) e finti e plasticati esseri dediti alla partecipazioni al Festivalbar? Tutto sbagliato. È arrivato Lorenzo. Quello che ha mischiato merda e cioccolata ed ha messo d’accordo tutti. C.S.I. e Pino Daniele, le Pantere Nere e i Paninari, il misticismo d’accatto e la cultura vera, gli oroscopi e Jack Keruoac.
La storia di questo tremendo essere ha inizio come DJ resident al Veleno (cazzo! ho detto il Veleno uno dei più tremendi raccogli-perdenti della storia capitolina…). Da lì è stato tutto un crescere inarrestabile in cui il nostro amicone ha perso se stesso ed il suo pubblico in una nefasta carriera solista che ha attraversato questi anni come il colera il ‘600: una tragedia. Un tremendo calderone di qualunquismo, perbenismo, pacifismo demente (e dementigeno) e soprattutto una attitudine da “uomodisuccessochenonostanteilsuccessosidedicaallaricercainteriore” per cui meriterebbe la garrota.  Un uomo capace di mischiare in un colpo solo “Che Guevara e (…) Madre Teresa (…) Malcolm X (…) Gandhi (…) San Patrignano (…) un prete in periferia che va avanti nonostante il Vaticano”, in quella che può essere definite una delle più deprimenti “zozzate” o meglio “chiamate alle armi” qualunquiste nella nostra storia repubblicana.
Uno che si è sentito infine in dovere (ma chissà perché?!?) di aprirsi al mondo e di fare nostre le sue esperienze come se ciò fosse necessario alla nostra maturazione: ed allora Via!
Via con “mille viaggi intorno al mondo alla fine di cui ritrovi te stesso”, viaggietti così eh! Patagonia, Africa, Stati Uniti… tipo che una persona normale che ha dieci giorni di ferie l’anno al ritorno non ritroverebbe nemmeno la casa perché pignorata dai debitori.
Via con la nauseante sceneggiata della paternità (uno schifo, ha utilizzato pure la figlia nel video, da chiamare il telefono azzurro!).
Via con le mille attivazioni “nazional-popolari-contro la guerra e tutte le mafie” in cui, oltre ai risibili contenuti musicali (dal ridicolo video di Salvatores a parteciparvi con quel vero camorrista di Ligabue) c’è da dire che solo a vederlo cantare “salvami” stavo andando a segnarmi ai Marines.
Via con…
Fermatelo voi. Vi prego.
A disposizione per offrire fondi, strutture logistiche e coperture varie.  

Ah…quanta nostalgia!!

09/10/2006
Cubo magicoIeri, una domenica senza serie A: una noia mostruosa, ma anche la possibilità di fare quello che si dovrebbe fare la domenica, ma che si lascia sempre andare.
Mi sono detto: basta! A lavoro, e così sono salito in soffitta a sistemare alcune vecchie cianfrusaglie. Ho aperto un vecchio baule, non ricordavo nemmeno di averlo, e, dopo che il polverone si è posato, ho trovato un vecchio giornale. Sia pur ingiallito dal tempo, era una tentazione irresistibile per la mia mentalità di storico, così ho dato un’occhiata. La struttura era esattamente quella attuale per i principali mezzi di informazione: politica interna (tipico provincialismo italiota), politica estera (poca e mischiata in unico grande calderone) gossip e sport (il trionfo del nazional popolare!).
Nell’ordine riportava le notizie di un sospetto piduista (metteva il nome, ma preferisco ricordarlo così) che blaterava dell’ingerenza comunista nella politica italiana dal palco della festa della Democrazia Cristiana, di un paese del blocco comunista che aveva fatto un test nucleare, di una giornalista scomoda uccisa in Russia, delle beghe della casa reale d’Inghilterra e della Ferrari che si era dovuta ritirare perché aveva rotto il motore….data 9 Ottobre 1981!

Silvio Muccino

07/10/2006
manualedamore_1thNon è antipatico. Anzi, forse è simpatico. Ovviamente non è brutto. Anzi, è belloccio: le ragazze gli strizzerebbero le guanciotte per ore. Le sue prove nei film non sono male. La vicinanza con Verdone gli ha fatto bene. Il suo spot della Vodafone è diventato il tormentone dell’estate. E poi si è impegnato molto: ha preso lezioni di dizione per eliminare quella fastidiosa zeppola, ha studiato molto, ha persino scritto un libro. Dice anche la sua sul “senso della vita” da Bonolis. In teoria, non ci sarebbe alcun motivo valido per inserirlo in questa rubrica.
Eppure, c’è qualcosa in lui che disturba, che provoca un vago senso di nausea, che invita a cambiare canale o a voltare pagina. Non conosciamo la sua storia ma è come se sapessimo già il finale. Un copione pulitino sfogliato distrattamente perché tanto ne abbiamo letti a centinaia di simili. Una di quelle faccette per bene che (se sei di Roma) puoi trovare seduta il sabato pomeriggio al Parnaso a Piazza Euclide o al Fermatone all’Eur. Buona famiglia, ma un po’ scaciato. Apparentemente leggero, ma un po’ sofferto.
Silvietto è il tipico protagonista del “nuovo cinema italiano”, quello giovane. E’ l’idealtipo weberiano dello star system della penisola: è l’adolescente che parla “in generale” del mondo degli adolescenti, è il giovane che parla “in generale” del mondo dei giovani, è quello che ha il fratello famoso e parla “in generale” dei fratelli famosi, è l’attore emergente che parla “in generale” del mestiere di attore, è l’innamorato che parla “in generale” dell’amore. In Italia se l’attore non sa essere anche un po’ intellettuale, magari anche un po’ maledetto, è considerato più o meno alla stregua di una comparsa del “Bagaglino”. Il nostro lo ha capito subito e allora su con la maschera da ragazzo sorridente ma che “ha un disperato bisogno di sentirsi libero”, che contorce i suoi pensieri come tortiglioni al sugo davanti ad un Bonolis ormai catatonico, che scrive libri sull’amore, insomma che si “intellettualizza”.
Che grande genio è Dario Argento. In uno dei suoi (peggiori) film, “Il Cartaio”, ha girato una scena in cui un ragazzo bravo, buono e bello che aiuta la polizia a scoprire un assassino e a salvare ragazze brave, buone e belle esce dal “Jonathan’s” (un noto bar kitsch di Roma) per inseguire una bellissima ragazza e si trova poi braccato dall’assassino, che alla fine lo uccide. La parte di quel ragazzo la fa Silvietto. Fatte le debite proporzioni, possiamo fare un parallelo con la beffarda autoanalisi che Kubrick ha imposto alla coppia Cruise-Kidman? Il consumato e brillante regista ha voluto lanciare un monito al giovane e brillante attore (stai attento a inseguire successo e donne)?
Ma la realtà è sempre ben diversa. La carriera di Muccinino continuerà a galoppare a spron battuto – potete giurarci – fino a quando magari si innamorerà di una jeune fille francese e, come altri suoi illustri predecessori, comincerà a raccontarci da un grazioso e ben arredato appartamento di Parigi di quanto sia noioso e provinciale il nostro cinema. Siamo pronti. Tanto a noi che ce frega? Zero….