Medio Oriente in fiamme – quarta puntata (Al-Qaeda, l’Europa e lo “scontro di civiltà”)

taxi talebani“Ci sono diversi problemi, non un problema e una soluzione unica. Ma ci sono interconnessioni. Se risolvi solo un problema mentre gli altri restano, tornerà il contagio. Devi muoverti su diversi fronti: Ma sarà difficile, finché Bush continua ad essere ossessionato dalla sua retorica islamofobica. Condoleezza Rice l’altro giorno ha scritto un articolo sui progressi degli USA in Medio Oriente che pareva un pezzo satirico…”
Zbigniew Brzezinski, ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale USA 1977-1981 – Intervista al “Corriere della Sera”, 20.08.2006

Sarà un post lungo. Ho bisogno di scriverlo così per mettere insieme i pezzi e chiarirmi le idee.
Quando Samuel Huntington nel 1993 pubblicò l’articolo “The Clash of Civilizations?” sulla celebre rivista americana di politica internazionale “Foreign Affairs” pochi avrebbero scommesso che quell’articolo – affascinante perché intrecciava la profezia millenarista all’analisi politica – sarebbe stato al centro dei dibattiti sulle relazioni internazionali per molti anni. Huntington sosteneva (riassumendo per sommi capi) che dopo la guerra fredda, i conflitti avrebbero avuto origine non più dall’ideologia, ma dall’attrito tra le diverse culture e religioni. Prendendo in mano una cartina del mondo, Huntington divise i continenti in aree, ciascuna di queste dominata da una “cultura” – spesso da una “religione” – e si divertì a interpretare i conflitti in atto secondo la sua teoria e a predire le possibili alleanze ed i possibili scontri tra diverse “civiltà”. Così, la guerra tra India e Pakistan diventava l’espressione dello scontro tra civiltà Indù e civiltà Islamica, la guerra in Cecenia diventava lo scontro tra cultura “slava” e cultura “islamica” e così via. Le grandi civiltà per Huntington sono quella “cristiano-occidentale”, quella “islamica”, quella “indù”, quella “slavo-ortodossa”, quella “buddista” e quella “cino-confuciana”: esse si incontreranno e si scontreranno per difendere la propria identità o distruggere quella dell’altro e da questi movimenti scaturiranno le relazioni internazionali del XXI° secolo. Secondo Huntington, di tutti gli scenari possibili quello più probabile era lo scontro tra civiltà “occidentale” e “islamica”.
L’11 settembre 2001 l’organizzazione terroristica “Al-Qaeda” (La Base) fa schiantare due aerei sul World Trade Center di New York, distruggendo le Twin Towers. E’ uno shock. Le vittime sono migliaia. Gli USA ed i loro alleati hanno un nuovo nemico: lo sceicco saudita Osama Bin-Laden, leader dell’organizzazione. Il terrorismo non è una minaccia nuova, almeno in Europa. Qui – a parte il terrorismo interno di matrice ideologica – si sono succeduti attentati dei Palestinesi (Monaco 72, per fare un esempio, la Achille Lauro, per farne un altro), dei Libici (Fiumicino 1985), degli Algerini (in Francia, prima gli indipendentisti e poi i fanatici del FIS). Ma ci sono tre novità: una è la scelta degli USA come bersaglio, per mettere subito in chiaro chi è il nemico da combattere e per dimostrare che neanche la superpotenza a stelle e strisce può opporsi al “volere di Allah”, la seconda è che i nuovi terroristi combattono per un obiettivo di lungo periodo e ambizioso, ovvero ricostituire la Nazione Islamica – la Umma – e porvi alla guida un unico Capo – il Califfo – che riporterà i figli di Maometto al VII° secolo d.C., cioè alla testa del mondo; la terza è che Al-Qaeda colpisce su scala globale, cioè praticamente ovunque. Stati Uniti, Regno Unito, Spagna, Arabia Saudita, Egitto, Marocco, Turchia, Indonesia, India, Afghanistan, Pakistan, Iraq. Senza contare i possibili legami con i gruppi della guerriglia cecena (attentato al teatro di Mosca) o in Caucaso (la scuola di Beslan).
Al-Qaeda cerca di assumere la leadership nel mondo islamico propugnando un ritorno all’Islam delle origini, favorendo un’interpretazione estremista del Corano e delle tradizioni religiose, combattendo gli infedeli (ebrei e “crociati”) e soprattutto gli “apostati”, ovvero tutti quei musulmani che vivono in regimi filo-occidentali. Il suo leader ha studiato in Europa, è (o era) ricchissimo, è stato un alleato degli Americani nella guerra tra URSS e Afghanistan nel 1979. L’organizzazione ha dimostrato di essere efficiente, ben finanziata, capace di usare la tecnologia e di reclutare proseliti ovunque. Più ha successo, più le sue file si ingrossano, più il volto “totalitario” dell’Islam che ci mostra fa paura.
E’ questa miscela che ci terrorizza: la fede cieca in un’interpretazione estrema di una religione, la determinazione di chi è pronto a farsi saltare in aria e la possibilità che ciò possa accadere ovunque. Ovunque, vuol dire anche a casa nostra. In Europa. Nel continente sono milioni i musulmani, cittadini o immigrati.
Sono dunque tutti nemici? E in Medio Oriente sono tutti schierati compatti su questa linea? Turchi ed Egiziani, Iraniani e Siriani, Palestinesi e Libanesi, Afghani e Pakistani, Iracheni sunniti e sciiti? Sono insomma tutti uguali?
In una parola, siamo in guerra con la “civiltà islamica”? Aveva dunque ragione Huntington?
Non proprio. Il mondo islamico è estremamente composito, ed anche movimenti in bilico tra politica e terrorismo come Hezbollah e Hamas, Paesi più o meno “canaglia” come l’Iran e la Siria, sono molto diversi tra loro. E ovviamente non tutti i musulmani presenti nei Paesi europei o in America sono fondamentalisti pronti a farsi saltare in aria, anche se tutti quelli che lo hanno fatto erano musulmani.
Ma c’è soprattutto un episodio che – a mio sommesso avviso – deve farci riflettere. Ricordate Hina, la ragazza di vent’anni pakistana uccisa a Brescia dal padre e dagli altri familiari perché “viveva all’occidentale”? Ricordate i commenti raccolti da esponenti di varia provenienza della comunità islamica? L’imam marocchino diceva che non c’è alcun precetto dell’Islam che imponga una punizione del genere, anzi il Corano vieta un orrore simile. Un esponente pachistano diceva invece che la fanciulla può essere messa al bando ma non uccisa. Un altro ancora sosteneva che i precetti islamici potevano essere interpretati in modo più restrittivo e l’omicidio della ragazza poteva trovare una giustificazione.
E allora, mi chiedo, con quale Islam siamo in guerra noi? Contro quale delle tre interpretazioni dobbiamo combattere? Siamo in guerra con la Turchia, Stato musulmano ma laico, già membro della NATO e che vuole entrare nella UE? Siamo in guerra con i Libanesi che dopo la morte di Hariri volevano giustizia e democrazia? Siamo in guerra con gli Iracheni che sfidando i tagliagole sono andati a votare? Siamo in guerra con gli Egiziani ed i Marocchini che sono morti come noi per mano degli assassini di Osama?
In Medio Oriente ci sono molti problemi da risolvere. La questione palestinese. La sovranità del Libano. L’alleanza tattica Iran – Siria. L’espansione della sfera d’influenza iraniana e le sue ambizioni nucleari. La stabilizzazione in Afghanistan e in Iraq. La propaganda di Al-Qaeda. Sono tutti problemi connessi tra loro, certo, ma fondamentalmente diversi. Gli attori di ciascuna crisi sono diversi. Ma il rischio è che con le nostre scelte sbagliate (l’Iraq ad esempio) si crei tra gli attori delle crisi una saldatura, prima soltanto tattica, poi anche strategica e infine ideologica. E allora sì che scivoleremmo nella guerra di civiltà. E come ha giustamente sostenuto Glucksmann qualche giorno fa, ne scaturirebbe “uno scontro in cui entrambi ci autodistruggeremmo”.
Tutto questo si evita tornando a far riflettere la politica sui problemi e smettendola di lanciarsi in avventure folli, avendo chiari gli obiettivi e riprendendo l’iniziativa. Soprattutto, occorre far ripartire il negoziato tra Israeliani e Palestinesi ed evitare che gli Iraniani riescano a dotarsi di armi nucleari (divertente l’idea che un Paese che galleggia sul petrolio abbia bisogno di energia nucleare per scopi pacifici). Se ripartisse un piano di pace credibile, con la prospettiva concreta di creare due Stati che si riconoscano, l’azione di coloro che avversano questo progetto perderebbe legittimità e, probabilmente, sostenitori. Un Iran “denuclearizzato” e minacciato di rappresaglie dalla Comunità Internazionale tutta sarebbe meno appetibile come alleato nell’area e meno pericoloso come nemico. Potrebbe essere indotto a rivedere i propri piani di espansione della sfera di influenza.
Detto questo, la vera nemica di Al-Qaeda è la democrazia. Osama ha tuonato contro le elezioni in Iraq e ha perfino criticato ferocemente Hamas per aver partecipato alle elezioni palestinesi ed i Fratelli Musulmani per aver partecipato a quelle in Egitto. Ma la democrazia non è un toccasana di per sé. Piuttosto che provare ad esportarla a Baghdad con la forza, forse era meglio sostenere quella fragile e in via di sviluppo a Beirut dopo anni di regime filo-siriano. Forse non è una buona idea spingere a tutti i costi i Paesi alleati nell’area (Egitto, Arabia Saudita, etc.) a tenere libere elezioni, perché se non ci sono le condizioni si rischia di consegnare l’intero Medio Oriente a fondamentalisti di ogni genere, altro che Iraq. Si potrebbe partire da obiettivi realistici e cominciare a spingerli ad eliminare la corruzione e aiutarli a rafforzare il ceto medio, attraverso lo sviluppo. E’ da lì che può nascere il confronto.
L’Islam, come noto, non è soltanto una religione. E’ anche un insieme di precetti civili che guidano la vita quotidiana del musulmano. Il confine tra Stato e religione è labile, talvolta non esiste proprio. Inoltre, come insegnano i Talebani, se in un Paese prevale un’interpretazione estrema dell’Islam, la gestione della cosa pubblica sarà molto vicina a quello che noi chiamiamo “totalitarismo”. L’autorità, civile e religiosa insieme, determina la vita dell’individuo. Anche per questo è molto difficile esportare modelli di democrazia di stampo occidentale tout court. Bisogna tenerne conto.
Sul piano interno, c’è sì una guerra. Una guerra contro una fazione islamica fondamentalista che c’è sempre stata e che ora ha ripreso fiato e coraggio sotto le insegne del Califfato e contro il nostro modo di vivere. Saranno le nostre leggi e la nostra volontà/capacità di applicarle il nostro baluardo. Non ci sono omicidi a sangue freddo che una religione possa definire leciti. Punto. Non ci sono istigazioni all’odio razziale lecite. Punto. Le donne hanno gli stessi diritti degli uomini. E le uniche scuole in cui i bambini andranno saranno le nostre. Chi viene per sfuggire alla fame, alla miseria ed alle persecuzioni o semplicemente vivere in un posto migliore è il benvenuto. Chi vuole la Sharia nei quartieri di Londra, nelle banlieues parigine o a Francoforte, no. Dovremo saper gestire con saggezza e serenità il rapporto tra libertà e sicurezza, difendendoci senza snaturarci. L’intelligence dovrà essere rafforzata (il fallito attentato di Londra ci sia di esempio): gli integralisti ci conoscono bene, dobbiamo imparare a conoscerli anche noi. Dovremo renderci conto una buona volta che questo è il genere di sfide che i singoli Stati europei non possono affrontare da soli, ma solo insieme. E allora questa benedetta Unione Europea dovrà prendere in mano il suo destino creando delle regole comuni per la gestione dei flussi migratori (perché solo quelli che aspirano a diventare cittadini italiani devono sostenere un esame di lingua e cultura italiana? Perché non anche quelli che semplicemente vivono sul nostro territorio?), condividendo finalmente una politica estera e di difesa (perché Chirac invoca i vertici europei solo quando è in difficoltà, come ora che deve decidere quanti soldati mandare in Libano?) e creando un coordinamento delle polizie davvero efficace e capillare.

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