Medio Oriente in fiamme – seconda puntata (Israele – Autorità Nazionale Palestinese)

hamasUn altro tassello, il più importante e composito di questo Medio Oriente che brucia, è la partita a scacchi tra Israeliani e Palestinesi. Le ultime mosse di questa partita hanno prodotto un’impasse che non sarà affatto facile superare.
Quando Ariel Sharon andò a passeggiare provocatoriamente sulla “spianata delle moschee” di Gerusalemme nel 2000, sapeva bene cosa faceva. Sapeva che i Palestinesi, spalleggiati dall’intero mondo arabo, avrebbero reagito alla violazione del loro luogo sacro e avrebbero ripreso le armi. Di lì a poco nacque la “seconda intifada”, una incessante e violenta offensiva fatta di scontri, attacchi, attentati kamikaze e bombe contro tutti gli obiettivi israeliani possibili, militari e civili.
Favorito anche dall’attentato delle Torri Gemelle l’11 settembre 2001 e confidando nella scarsa simpatia che tutti i movimenti di liberazione nazionale contigui al terrorismo, specie quelli di matrice islamica, avrebbero riscosso tra i Paesi occidentali, Sharon portò avanti con determinazione il suo piano. Il primo obiettivo era l’isolamento, dapprima politico e poi fisico, di Yasser Arafat, interlocutore giudicato ormai “inaffidabile”, non in grado di contrastare il terrorismo ed anzi sospettato di fomentarlo. L’obiettivo venne raggiunto: Arafat scomparve gradualmente dalla scena politica per poi morire a Parigi. Nel contempo, ufficialmente per difendersi dagli attacchi palestinesi, Sharon decise la costruzione di un muro destinato a separare una volta per tutte i figli di Davide e quelli di Maometto. In effetti, dalla costruzione del muro gli attentati terroristici palestinesi in Israele sono decisamente diminuiti. Non per questo, però, Israele è più sicuro. Infine, Sharon disse che era giunto il momento di cominciare a ritirarsi dai territori occupati, a cominciare dalla striscia di Gaza. Il ritiro fu rapido e niente affatto indolore. Ma fu ultimato nei tempi stabiliti.
Questi tre obiettivi sono ovviamente legati. Li unisce il filo rosso di una strategia che l’ex generale israeliano aveva probabilmente in testa da tempo. Sharon si era convinto che la soluzione del rapporto con i Palestinesi passasse per una politica unilaterale. Probabilmente riteneva che la bozza di accordo tra Barak e Arafat fosse il massimo del compromesso accettabile per entrambe le parti. Ma Arafat non lo aveva accettato e quindi cosa poteva far pensare che avrebbe cambiato idea? Nulla. Non si vedevano all’orizzonte leader più moderati o più abili del raìs, anzi. Hamas guadagnava consensi, così come la Jihad islamica. Quindi, ecco il piano: togliere di mezzo Arafat e dimostrare alla comunità internazionale che con la leadership palestinese era impossibile dialogare, preparandosi il terreno per costruire poi una barriera divisoria con il nemico. Il muro, nella sua strategia, doveva essere costruito in modo tale da raggiungere finalità diverse. Rendere sempre meno accessibile il territorio israeliano ai Palestinesi, dividere i Palestinesi tra loro e rappresentare uno strumento di pressione sui coloni israeliani a Gaza ed in Cisgiordania per farli tornare tutti al di qua della barriera. Il ritiro da Gaza proseguiva sulla strada tracciata e la strategia doveva completarsi con il progressivo ritiro anche dalla Cisgiordania, da ultimare un poco alla volta, come concessione ai Palestinesi se fossero riusciti a limitare l’offensiva terrorista. Raggiunti questi obiettivi, Israele si sarebbe disinteressato di ciò che sarebbe accaduto al di là del muro, avrebbe atteso la nascita di uno Stato palestinese e, cosa più importante, avrebbe fatto coincidere il confine tra le due entità con la linea su cui si estende il muro.
Il fronte palestinese – in cerca di una nuova leadership sin dalla malattia di Arafat – ha subito l’iniziativa di Sharon. Non vi erano più i mezzi, né le condizioni politiche per fermare il suo piano. La solidarietà internazionale, come detto, si era notevolmente affievolita. La corruzione e l’inefficienza imperanti nei territori gestiti dalla ANP hanno fatto il resto e, alle ultime elezioni, i Palestinesi hanno votato in massa per Hamas affidandogli il compito di migliorare le condizioni di vita della popolazione, di proteggerla dalla politica aggressiva di Israele, di fare qualcosa per impedire l’isolamento di un’intera “nazione”, di aiutare insomma un popolo a combattere le proprie drammatiche frustrazioni.
Purtroppo, però, Hamas non è finora riuscito a fare quello che i Palestinesi chiedono. Una forza di quel genere non si improvvisa forza di governo in pochi mesi. Ma soprattutto è difficile da rompere quell’isolamento internazionale che Sharon aveva abilmente e pazientemente costruito intorno alla ANP. Gli USA e la UE hanno assunto verso una Hamas una posizione di netta intransigenza, più di quanto non abbiano mai fatto con Arafat. Sono arrivati al punto di sospendere gli aiuti, poi fortunatamente ripresi, rischiando di causare una catastrofe umanitaria nei territori. Dal canto suo, Hamas ha dimostrato di non avere intenzione di “legarsi” sul serio ed in modo strutturato con Siria e Iran o peggio ancora con Al-Qaeda. Sa infatti che così facendo vedrebbe allontanarsi gli aiuti economici occidentali e, soprattutto, la possibilità di un intervento politico per la ricerca di una soluzione equa al conflitto con Israele. Si trasformerebbe nella trincea avanzata di una presunta “guerra di civiltà” che produrrebbe solo danni alla causa palestinese.
Nel frattempo, la popolazione nei territori vive in condizioni terribili.
Il coma di Sharon, la vittoria dei radicali di Hamas, la guerra in Iraq, l’attenzione della comunità internazionale verso Siria e Iran e il conflitto in Libano hanno di fatto “congelato” la situazione.
Sharon era stato coraggioso sia nel condurre a termine il ritiro da Gaza come un’operazione militare, scontrandosi anche con l’astio dei coloni, sia nell’abbandonare il Likud – il suo partito di destra – per fondare Kadima, una nuova formazione di centro meglio in grado di catalizzare il consenso intorno alla sua strategia. L’eredità che Olmert raccoglie è enorme. Ne sarà all’altezza?
Hamas è per ora stretto tra i tentativi di abbraccio dei “nemici dell’occidente” e i perentori inviti della comunità internazionale a gettare le armi e ad avviare il dialogo. Cosa decideranno? Se accetteranno i primi, rischieranno di diventare il braccio armato di altri contro Israele e gli occidentali, snaturando la loro caratteristica di movimento nazionale. Se accetteranno i secondi, rischieranno di snaturare la loro prerogativa di forza radicale e non corrotta da compromessi col nemico.
E sullo sfondo, un altro grave problema. I Palestinesi reclamano un accordo con Israele sulle frontiere del 1967, ma il muro è stato costruito ben oltre. Si tratta tuttavia del “lungo periodo”, nel quale – come diceva John Maynard Keynes – “potremmo essere tutti morti”.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: