Le ragioni di un declino (1989 – 2006)

“C’è una società che precipita nel vuoto e ad ogni piano che passa, per farsi coraggio dice – fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene – ma il problema non è la caduta, è l’atterraggio”.
 
                                                 dal film “La Haine” (L’Odio) di Mathieu Kassowitz, 1995
 
Le rovine della chiesa di SantDa anni avvertiamo un fastidioso e preoccupante ronzio nelle orecchie. Una litania che ci perseguita, una profezia “cassandresca” che addita l’Italia quale “Paese in declino”. Lo dicono moltissimi autorevoli commentatori (giornalisti, economisti, sindacalisti, etc.) e politici (dell’opposizione di turno, perché per la maggioranza di turno va sempre tutto a meraviglia). Qualcuno contesta, qualcun altro allarga la prospettiva e dice che siamo “parte di un declino più grande di noi”, quello dell’Europa. E poi è colpa della Cina, è colpa delle corporazioni, è colpa dell’euro, è colpa delle nostre imprese troppo piccole e protette per competere, è colpa della globalizzazione tout court.
Trovare il colpevole è un gioco appassionante, specie in Italia, ma fuorviante. In effetti, il Paese è fermo. Non solo non cresce, ma dà anche l’idea di aver perso la voglia di crescere ancora. I ritmi del boom economico sono un lontano ricordo da cinegiornale e il nostro sistema produttivo è in affanno. Tutto questo ha delle spiegazioni storiche, politiche ed economiche, che si intrecciano fino a sviluppare la trama del nostro presente.
I punti fondamentali da tenere in considerazione sono tre. Una causa scatenante sul piano internazionale e due effetti diretti sul piano interno, che a loro volta sono divenute altrettante cause, portatrici di ulteriori effetti.
Nel 1989 crolla il Muro di Berlino. Di lì a poco la Germania si riunifica e la Guerra Fredda si dissolve rapidamente. Il mondo cambia. L’Italia, che nel secondo dopoguerra era un “Paese di frontiera” per motivi geografici e politici, inizia a perdere la sua rendita di posizione: la collocazione internazionale del Paese non è più in discussione, non c’è più un blocco sovietico nelle cui mani si può finire da un momento all’altro, non c’è più motivo di godere di quella “tolleranza” che ci veniva accordata nel campo occidentale quando prendevamo iniziative autonome (in Medio Oriente, ad esempio). Insomma, contiamo di meno. E’ triste, ma è così.
Ma il crollo del Muro non ha solo diminuito il capitale internazionale dell’Italia. Ha alterato anche gli equilibri interni nel Paese. E’ più di una semplice opinione diffusa, ormai, la percezione che tangentopoli sia emersa perché la nostra classe politica aveva perso sì qualunque credibilità presso l’opinione pubblica, ma anche la minima forma di “appoggio” e “comprensione” sul piano internazionale. Insomma, potevano essere messi da parte. E’ triste, ma è così.
E così, i magistrati hanno potuto – dopo anni di silenzio più o meno intenzionale – fare il loro lavoro e scoprire come funzionava davvero il sistema dei partiti, dei finanziamenti, dei legami col mondo imprenditoriale e persino con la malavita organizzata. Il resto lo conosciamo: a parte Craxi (morto in esilio) e pochi altri che hanno conosciuto il carcere, quasi nessuno paga. L’obiettivo non era quello di fare pulizia, ma di decapitare una classe politica per sostituirla con un’altra. Vedendo i nostri eroi oggi, non sono così sicuro che sia stata una scelta saggia.
Nel frattempo, l’Europa non resta a guardare di fronte allo sconvolgimento dello scacchiere internazionale. Capisce che è il momento di diventare qualcosa di diverso rispetto ad una semplice Comunità Economica. Per motivi diversi ma alla fine convergenti, ovvero la necessità di rilanciarsi come protagonista delle relazioni internazionali soprattutto in economia e quella di “agganciare” definitivamente la Germania riunificata ad un progetto di graduale integrazione del continente che ne contenga le aspirazioni e ne moderi le ambizioni, vede la luce l’Unione Europea. Il Trattato che la istituisce, il famigerato “Trattato di Maastricht”, prevede – tra le altre – due cose rivoluzionarie: l’Unione Monetaria (l’euro) ed il Mercato Unico.
In sostanza, 400 milioni di cittadini europei usano la medesima moneta per le transazioni e ciascun Paese è tenuto a rimuovere ogni tipo di ostacolo, palese o occulto, alla libera circolazione delle merci e dei capitali in tutta l’Unione.
Come arriva l’Italia alle soglie di questa rivoluzione? Come affronta l’Italia l’irruzione della globalizzazione in Europa? Ci arriva impreparata, con i conti pubblici al disastro, un sistema produttivo imperniato su grandi imprese “a conduzione familiare” che, con il rilevante contributo dello Stato, facevano la voce grossa sul mercato interno ma appena varcati i confini nazionali diventavano timide come scolarette, su piccole e medie imprese flessibili ed efficienti, ma troppo piccole per investire in ricerca e sviluppo e competere così sui mercati mondiali e troppo vincolate alla svalutazione della lira per esportare. Ci arriva con un mercato del lavoro ingessato da eccessive spinte sindacali, dagli eccessivi privilegi concessi alle imprese e da una pubblica amministrazione da terzo mondo, con un mercato dei servizi praticamente azzerato da corporazioni fortissime e determinate a difendere i vantaggi acquisiti negli anni, con condizioni di sicurezza dei lavoratori molto spesso precarie. Ci arriva con una rete infrastrutturale carente, per non dire di peggio, con una giustizia che impiega mesi se non anni per dirimere le controversie e con una criminalità organizzata che controlla nel vero senso della parola parte del territorio di alcune regioni. Tale quadro non può che scoraggiare eventuali investimenti esteri e impedire lo sviluppo di imprese efficienti in grado di farsi largo in Europa.
L’accesso al credito è regolato da meccanismi quasi medievali: le principali banche – gestite da poche eterne famiglie – trattano il risparmio dei piccoli clienti con una disinvoltura grottesca, diventano sempre più contigue al potere politico, si occupano più di speculazioni che di investimenti e rimangono di dimensioni irrilevanti di fronte ai colossi degli altri Paesi europei. Il costo dei servizi, scaturito dal cartello di fatto formatosi negli anni tra gli istituti di credito italiani, è più alto che altrove.
Insomma, si aprono i confini dell’Europa e scopriamo di essere un Paese più arretrato di quello che pensavamo. E’ triste, ma è così.
Quali risultati abbiamo raggiunto? Le poche grandi imprese del Paese si sono disciolte come neve al sole: la Montedison è scomparsa, l’Olivetti idem, e poi i casi Parmalat e Cirio, la crisi della FIAT, che solo ora sembra vedere la luce, l’Alitalia è condannata a morte. Nel Nord-Est molte piccole e medie imprese chiudono, schiacciate dalla concorrenza cinese, le nostre più importanti aziende alimentari sono state comprate da Francesi e Americani, le nostre banche – per nulla intenzionate a fondersi – continuano a deludere i piccoli risparmiatori (ancora i casi Parmalat e Cirio, i bond argentini, etc.) e a fornire servizi largamente insufficienti a costi maggiori del resto d’Europa. Proliferano immobiliaristi e speculatori finanziari, ma di veri imprenditori nemmeno l’ombra. Passiamo le estati a rotolarci beati nei soliti sproloqui sul “salotto buono dell’economia”, sui “furbetti del quartierino”, sui “poteri forti”.
Ma non siamo sempre stati così. Una volta riempivamo l’Europa di frigoriferi Ignis, televisori Seleco e Fiat 500. Oggi ci aggrappiamo alla moda, al turismo, al cibo ed al vino. Una volta, l’ENI di Mattei stupiva il mondo con la sua intraprendenza, la sua politica, le sue idee. Oggi abbiamo completamente rinunciato ad avere una politica energetica seria: abbiamo rinunciato al nucleare e ora lo rivogliamo, diciamo di puntare sulle fonti alternative ma non vogliamo le pale eoliche nelle nostre campagne perché rovinano il paesaggio, vogliamo i rigassificatori ma non a casa nostra. Risultato: Putin chiude i rubinetti e noi battiamo i denti dal freddo. Proprio quello che Mattei aveva cercato di evitare. Una volta, un giovane di belle speranze come Andreotti diventava a soli 26 anni Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio del governo De Gasperi. Oggi se non hai almeno sessant’anni non presiedi nemmeno una riunione di condominio. Un tempo, puntavamo sull’innovazione di processo e di prodotto. Facevamo ricerca, pubblica o privata. Oggi puntiamo solo sugli sgravi fiscali (che da soli non bastano) e i nostri ricercatori migliori o ammuffiscono a 600 euro al mese o scappano all’estero.
Il declino c’è ed è in buona parte colpa nostra. Altro che Cina, altro che euro. Non è una condanna ineluttabile, ma se non riflettiamo su cosa lo ha provocato e se non ci adattiamo a quello che accade intorno a noi, come eravamo riusciti brillantemente a fare negli anni ’50 e ’60, rischiamo di venire ricordati come il Paese della dolce vita, della buona tavola, dei paesaggi incantevoli e delle opere d’arte. Insomma, un museo a cielo aperto. E’ triste, ma è così. 
 
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