Sfasci e corporazioni

“Io non sarò più. Ma la storia mi darà ragione.”
Benito Mussolini, intervista a “Il popolo di Alessandria”, 20 aprile 1945
 
 
 
Il berretto dei Consiglieri Nazionali della Camera
dei Fasci e delle Corporazioni – uniforme estiva
 
copri32Benito Mussolini, come molti altri dittatori fascisti del primo scorcio del ventesimo secolo, aveva individuato una “terza via”, alternativa al capitalismo industriale ed al comunismo marxista, per l’organizzazione e la gestione del sistema economico italiano. Questa formula era il “corporativismo”, un’idea che affondava le sue radici nelle “corporazioni di arti e mestieri” medievali e che era stata rielaborata nel corso dell’800 dal pensiero sociale di matrice cattolica.
Riassumendo per sommi capi, il corporativismo fascista si sarebbe dovuto tradurre nella gestione diretta dell’economia da parte delle categorie produttive, organizzate in corporazioni distinte per settori di attività e composte sia da imprenditori che da lavoratori dipendenti. Non vi sarebbe più stato alcun bisogno di dialettica sindacale: il nuovo sistema avrebbe garantito l’affermazione dell’interesse “nazionale” nella produzione ed avrebbe tutelato le legittime aspirazioni di tutti gli attori economici. Le corporazioni, formalmente istituite nel 1934, non furono che un’ulteriore sovrapposizione di strutture burocratiche ad un sistema che dal 1925 in poi divenne sempre più dipendente dall’intervento dello Stato. Il fallimento dell’idea corporativa fu chiosato dall’avvento della Camera dei Fasci e delle Corporazioni che, nel 1939, sostituì la Camera dei Deputati prevista dallo Statuto Albertino. L’idea totalitaria dello Stato fascista spazzava via non più solo de facto, ma anche de iure il concetto di rappresentatività, fulcro dello Stato liberaldemocratico: al nuovo organo si accedeva solo in virtù di cariche ricoperte nel regime e dell’appartenenza alle corporazioni.
Come sappiamo, lo scoppio della guerra pose fine al regime, al suo capo ed alla sua utopia totalitaria e corporativa.
La Costituzione del 1948, che codifica i principi su cui si regge il nuovo Stato democratico repubblicano, definisce l’Italia “una Repubblica fondata sul lavoro” e prevede l’istituzione del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (artt. 99 e 100), un organismo composto da esperti e rappresentanti delle categorie produttive investito del compito di fornire indicazioni tecnico-politiche idonee alla preparazione di provvedimenti di legge in materia di economia e di lavoro. Il nuovo Stato si delinea come un’entità fortemente interventista in economia, che si pone l’obiettivo di garantire – attraverso formule di redistribuzione del reddito tipiche del Welfare State – la diffusione del maggior benessere possibile per tutti i cittadini.
Pian piano, grazie al Piano Marshall e alla voglia di riscatto dei nostri nonni, il Paese riparte. Tra la fine degli anni ’50 e la prima metà degli anni ’60, l’Italia conosce il “boom economico” e si insedia tra le Nazioni industriali più sviluppate del mondo. Ma il nostro sistema economico nasce viziato da alcune storture che gli altri Paesi europei non hanno o hanno corretto nel corso del tempo: l’Italia è un Paese diviso (sul serio, altro che le chiacchiere odierne), un Paese di frontiera nella Guerra Fredda in cui si fronteggiano due grandi forze (la DC ed i suoi alleati da un lato, il PCI dall’altro) dal cui successo dipende la collocazione internazionale dell’Italia e soprattutto la sua appartenenza ad un modello economico capitalista o collettivista.
In un Paese in cui il liberalismo politico ed il liberismo economico non hanno mai attecchito fino a rappresentare le fondamenta del vivere comune, l’ingerenza dello Stato – e più in generale della politica – nel sistema produttivo, nonché la dipendenza di quest’ultimo dalle scelte dei Governi trovano ampi spazi in cui prosperare. Ha pertanto affondato le proprie radici, ramificandosi progressivamente per tutto il secondo dopoguerra, un sistema “ibrido” in cui convivevano (e tuttora convivono) settori di piena concorrenza, una rete di piccole e medie imprese spesso efficienti, un’ipertrofia della pubblica amministrazione e degli apparati dello Stato alimentata dalla tendenza dei partiti politici a guadagnarsi il voto dei cittadini promettendo in cambio un “posto sicuro”, un continuo drenaggio di risorse a favore di alcune grandi industrie non sempre efficienti che rappresentavano i “campioni nazionali” di un mercato mondiale ancora in buona parte chiuso e che assicuravano migliaia di preziosi posti di lavoro, una neanche troppo celata tolleranza verso l’evasione fiscale sistematicamente attuata da alcune categorie professionali e produttive, un rapido consolidamento del metodo della concertazione con i sindacati ed un progressivo ma inesorabile aumento di garanzie e tutele nei confronti delle singole categorie produttive. Naturalmente a tutto questo si aggiunge la proliferazione di pratiche come la “raccomandazione” o “segnalazione”, la "cooptazione", etc. caratteristico campionario italico di antidoti al virus della meritocrazia.
Ecco che dunque il sistema politico ed economico italiano si è cristallizzato in “corporazioni” di fatto, quando addirittura non di diritto, che in nome della “pace sociale” hanno costituito e costituiscono tuttora l’ossatura di un sistema produttivo ingessato. Ogni categoria è riuscita a vedere codificati i “propri diritti” (o privilegi), a “difendere la propria professionalità” (a limitare l’accesso alle professioni, affidandosi spesso alla cooptazione e sfruttando giovani praticanti e aspiranti) e persino a costituire dei veri e propri meccanismi di rappresentanza in Parlamento e nelle istituzioni. Non solo infatti alcuni partiti si sono fatti carico di rappresentare le istanze di alcune singole categorie (gli avvocati, i magistrati, gli agricoltori, le partite iva, i piccoli imprenditori, la grande industria, i sindacalisti, gli artisti, i medici, i dipendenti pubblici, etc.), ma sono stati anche eletti direttamente diversi esponenti di tale categorie, che – a dispetto della loro appartenenza ad una famiglia politica – spesso formano delle vere e proprie lobbies. A questo si aggiunga che i parlamentari sono scelti con la nuova legge elettorale in primo luogo dai partiti e (solo) poi dagli elettori. Quante differenze ravvisate tra questo meccanismo e la “Camera dei Fasci e delle Corporazioni” di mussoliniana memoria? Non somiglia forse questo sistema ad una vittoria postuma del fascismo? La Prima e la Seconda Repubblica sono riusciti laddove la dittatura aveva fallito? Il paradosso è evidente…i regimi ed i contesti storici non sono confrontabili, ma forse una parte di responsabilità del funzionamento di questo Paese sarà pure addebitabile a questo sistema…
Caro Ministro Bersani, con i taxisti è andata a finire come sappiamo, ma si ricordi che la sua battaglia è qualcosa di più di un semplice “decreto”. E’ forse l’ultima sensata battaglia “antifascista” che questo Paese deve ancora combattere. Si ricordi di chi ha combattuto quelle vere sessant’anni fa, forse le tornerà il coraggio di portare a termine dignitosamente anche questa.
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Una Risposta to “Sfasci e corporazioni”

  1. kolchoz Says:

    Non posso che togliermi il cappello…ben fatto!

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