Archive for agosto 2006

Due libri per uno spirito estivo antitetico!

29/08/2006
Nick HornbyE’, anzi era, estate, tempo di letture, magari più rilassate e rilassanti di quelle solite, l’ombrellone, in alcuni casi il viaggio in treno, in aereo o in pullmann, conciliano l’arte dell’immaginazione accompagnata da una prosa che si spera semplice, piana e corretta. Per non essere da meno da quest’intellettuale rito laico chi scrive ha deciso, sotto un’alternata canicola, di dedicarsi a letture a loro modo meno di nicchia…insomma, per quest’estate 2006, mi sono detto, basta saggi su nazismo e persecuzioni, dedichiamoci alla prosa di intrattenimento.
Detto fatto, e, in quest’estate, mi sono fatto accompagnare da Nick Hornby e Dan Brown.
A questo punto, se questo fosse un incontro vis a vis, chiederei al mio interlocutore se volesse ascoltare prima una buona o una brutta notizia, in questo caso, invece, decido io: meglio partire con l’umore buono.
Di Nick Hornby ho letto, con curiosità e con finale piacere il libro (chiaramente nella sua trasposizione in italiano) “About a Boy”, meglio noto come “Un ragazzo” (edizioni Guanda, 2004): al grande pubblico è arcinoto lo splendido film che ne è stato tratto qualche anno orsono, con Hugh Grant che ha dato dimostrazione di essere anche un attore in gamba e non solo un belloccio da filmettini da quattro soldi come “Notthing Hill”, ma qui, come sempre quando si legge un libro e non ci si limita a vederne la riduzione (mai termine fu più appropriato) cinematografica, si viaggia su un altro pianeta…la storia, inizialmente, è quella fedelmente riportata dal film: l’incontro-scontro tra un bambino (Markus) troppo presto diventato adulto, immerso nei problemi di una madre fricchettona, psicolabile e inconsolabilmente separata dal marito (ed anche un po’ adolescenziale nel suo modo di vedere catastrofico il proprio futuro…), e Will, un trentenne “cool”, superficiale come un bambino, attento all’estetica, alla moda e a fuggire ogni responsabilità, assistito dalla fortuna di poter vivere della rendita derivata dall’immenso successo commerciale della canzone “La superslitta di Babbo Natale” composta dal padre.
La storia si snoda lungo i binari di varie vite a loro modo incomplete, incompiute e, soprattutto, inadeguate rispetto alle età dei protagonisti: il tentativo di suicidio di Fiona, la madre di Markus, diventa la vera causa scatenante il progressivo e sempre più forte avvicinarsi tra Markus e Will. Will cercherà di trasmettere un po’ della sua superficialità e del suo essere realmente e pienamente infantile a Markus, mentre quest’ultimo, inconsapevolmente, inchioderà sempre di più Will alle responsabilità affettive dalle quali un uomo ultratrentenne non deve (o non dovrebbe) sfuggire.
Purtroppo, però, a differenza del film, il finale è completamente diverso, è proprio nell’epilogo che il libro prende quell’accelerazione e quell’altra strada che lo elevano di un bel po’ rispetto alla pur fedele riduzione cinematografica: infatti in questo romanzo, come sempre quando si parla di Hornby, oltre alla lettura scorrevole, lineare, corretta e colloquiale, colpisce il cupo senso di pessimismo che riluce. Tema conduttore dell’opera diventa il suicidio: non è la sola Fiona a cercare, senza riuscirci, di farla finita, anche il padre di Markus (forse, nel libro rimarrà SEMPRE il dubbio) cercherà di farla finita gettandosi dal balcone di casa e poi c’è l’amica di Markus, l’unica, la ribelle della scuola, che accetta il piccolo protagonista con tutte le sue stranezze impostegli dalla madre ad essere testimone del tentativo di suicidio della sua di madre, oltre ad essere una fan accanitissima di Kurt Kobain…siamo nell’Aprile del 1994!
Per quanto superficiale nella sua essenza più profonda anche Will, purtroppo, racconterà un suicidio: quello del padre che, dopo aver tentato la strada della composizione musicale di qualità, si troverà famoso solo per una canzoncina natalizia, dal testo palesemente idiota e dal titolo offensivo: “La superslitta di Babbo Natale”. Will racconterà di come suo padre, dopo l’inspiegabile successo della canzone, che perseguiterà anche lo stesso Will, avesse composto un musical e di come, al momento in cui lo abbia presentato, i produttori gli abbiano chiesto, invece, di sfornare un’altra Superslitta, e, soprattutto, ci racconterà di come quest’ultimo episodio abbia portato suo padre all’alcolismo e dall’alcolismo al suicidio in pochissimo tempo! Non assistiamo a nessuna esibizione scolastica di “Kill me softly”, a nessun matrimonio, ma solo ed esclusivamente, al formarsi, intorno a Markus, di una rete di affetti solida e matura e, soprattutto, del rientro nella rispettiva età dei protagonisti, sancito da un semplice rifiuto di Markus di cantare una canzone insieme alla madre…
Ecco, leggendo questo libro, si mette un altro tassello al profilo personale di Nick Hornby, un uomo colpito dal dispiacere di avere un figlio autistico che, immettendo in ogni sua opera, quel senso di ineluttabilità del destino che colpisce chi veda la propria creatura colpita da bruttissime cose, è riuscito a convogliare dolore e preoccupazione in opere letterarie che, pur ricreando i lettori, lasciano sempre un profondo senso di amaro in bocca.
Amaro in bocca, successo commerciale immeritato e inspiegabile (evito battutacce su suicidi, non è il caso)….sembra la trama di “Un Ragazzo”, invece è quello che viene da pensare dopo la lettura di “Il Codice da Vinci”.
Permettetemi un deragliamento linguistico: una stronzata PAZZESCA!!
Torniamo sulla retta via: capisco che dovrei parlare con grugniti primordiali, e con il lessico di Biscardi poppante per abbassare la mia prosa al livello intellettuale dell’opera di Dan Brown.
La storia è notissima: riprende vecchissime leggende romantiche su un’eventuale discendenza di Gesù, leggende che spesso sono state la base pseudostorica del razzismo e delle sue tragiche e mortali conseguenze. In pratica Dan Brown ha costruito il suo “giallo” intorno ad una Smart, sarà questa macchinetta (che, stranamente, ora come ora sta vivendo un calo di vendite, almeno nelle versioni di prima mano) che accompagna i protagonisti della vicenda (che poi, strano, si sposeranno) in giro tra Francia e Inghilterra….IN UNA NOTTE, ad indagare intorno ad un omicidio compiuto da un killer emanato dall’Opus Dei per fermare il Segreto sul Santo Graal: il Santo Graal altro non sarebbe che l’utero di Maria Maddalena che avrebbe contenuto lo sperma di Gesù e, quindi suo figlio; Maria Maddalena che, successivamente alla morte del Cristo, si sarebbe spostata in Gallia dove avrebbe partorito il figlio di Gesù, la cui discendenza sarebbe stata la casa regnante del popolo Franco, quindi di Carlo Magno; il tutto condito con devianti paragoni pseudosessuali: chi scrive è stato oscenamente colpito dal paragone tra un’abside di una chiesa romanica e le labbra di una vagina femminile…perversione o trash commerciale? E, casomai, tra le due cose quale è il confine?
Tornando alla storia, chiunque abbia una dimestichezza da scuola dell’obbligo della storia e da catechismo per la prima comunione della dottrina Cristiana-Cattolica è attanagliato dal dubbio di come altre persone con lo stesso livello (o anche superiore) di cultura abbiano potuto appassionarsi a quest’accozzaglia di scemenze: primo, per chi crede il Sacro Graal esiste ogni giorno sull’altare della chiesa, ed è il calice che contiene il vino che, al momento della transustanziazione, diventa il sangue di Cristo…e, come ben sappiamo, non concede alcun potere speciale di controllo del Mondo e delle menti delle persone.
Secondo: i Franchi arrivarono nelle pianure ad ovest del Reno alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente dalle steppe dell’Asia Centrale….avevano già una casa regnante, quella merovingia (per la quale gli avi di Carlo Magno, oltretutto, fungevano da maggiordomi…), e non avevano bisogno, certamente, di trovare un re lì.
Terzo: il discorso relativo ad un love story tra Gesù e Maria Maddalena è una cosa che interessa quanto l’ultimo fidanzamento della Canalis, cioè niente!Dan Brown
Per quale motivo l’Opus Dei dovrebbe commissionare una serie di omicidi per zittire la diffusione di un segreto che non implicherebbe NULLA? Forse, conoscendo la storia, quella veramente accaduta, negli ambienti vaticani sono più propensi a concedersi l’assoluzione per un omicidio commesso per coprire qualche conto corrente cifrato dello IOR….ma questa è un’altra storia!
Oltretutto è uno dei detti popolari più diffusi “Anche Gesù aveva l’amante ed era Maria Maddalena”: ora o il popolo è a conoscenza di qualcosa di inconfessabile o, semplicemente, è un pensiero maligno e da battutaccia da caserma che abbiamo fatto tutti nel sentire la storia di come Gesù abbia redento una prostituta…e di come questa ne abbia pianto la morte!
Quindi, volendo tirare una riga di somma, possiamo dire che in entrambi i casi non giustifichiamo i livelli di successo commerciale dei due romanzi….o forse, vedendo determinati comportamenti collettivi, sì!

Dr Dre

25/08/2006
"They want to know if he still got it, they say rap's changed, they want to know how I feel about it (...)
Dr. Dre is the name, I'm ahead of my game
Still, puffing my leafs, still fuck with the beats
Still not loving police..."
S
till DRE - Chronic 2001

dre1Un meraviglioso vincente. Non c’è che dire signori. Dall’altra parte "il mastino" è quello che si dice un personaggio controverso. La critica lo ha bollato come un sessista e un violento (non senza molta ragione…) ma si è dimenticata, piccolo particolare, di aggiungere il termine “pratico”. Pratico nel senso che con Andre Romel Young non si chiacchiera di condizioni di vita dei negri. Di aspettative sociali di riscatto. Con Dr.Dre si balla. E basta. È chiaro che chi ama l’hip-hop cosciente, raffinato non passa da lui. Il suo groove sa di unto, sa di locali di basso livello, sa di Los Angeles… Ma il suo curriculum è talmente impressionante che continuare a fare gli orecchi da mercante ed a sottovalutare questo mostro della sala di registrazione appare non solo un delitto ma una enorme idiozia. Basterebbe citare gli N.W.A., i creatori del beat gangsta, gli immortali ed antisociali cantori di Straight Oughta Compton o i suoi LP’s Chronic (92 e 01), mostruosi raccoglitori di pezzi da infarto. Non basta. La sua grandezza non si vede. Dre ama stupire senza farsi notare. O almeno così appare. Se uno si ferma un attimo, riflette, si accorge che almeno 1/3 della musica black con cui abbiamo ballato, ci siamo fidanzati (a me è successo!), ci siamo fatti migliaia di viaggi idioti… beh è sua. È sua perché Dre è uno dei più dotati e furbi producer della scena americana, e suppergiù tutto ciò che ha toccato negli ultimi anni, ora luccica. Qualche esempio? California Love (in cui anche rappava con 2Pac), No Diggity (Blackstreet), Family Affair (Mary J Blidge), Let me blow you mind (Eve ft Gwen Stefani)… potrei continuare per ore. Ma non finisce qui. La vera potenza di quest’uomo risiede nello scovare personaggi miserabili e trasformarli in demoni della dance-hall. Snoop Doggy Dogg, Eminem, 50 Cent, The Game… è tutta robba sua. Li ha creati lui. I loro dischi di maggior successo li ha prodotti lui, sono suoi dischi. Scordatevi i loro nomi. Eccessivo? Guardate le loro carriere e pensateci un attimo. Grande successo (Get Rich or Die Tryin’, i primi tre dischi di Eminem, Doggy Style…) poi lasciano Dre, formano una loro etichetta, fanno uscire loro protetti ed infine un loro disco da soli, senza il papà. Risultato: deprimente. Pensate al disco della G-Unit di Fiddy (in cui l’unico pezzo killer era Poppin’ Them Thangs… prodotto, pensate un po’, da Dre), l’ultimo disco di Eminem e soprattutto la nuova carriera glamouros di Snoop (che però non è scemo e si affidato a pharrell…). Dre è la testimonianza vivente di come, nell’hip-hop moderno il ruolo del producer sia diventato così endemicamente fondamentale. Non ci sono cazzi. Se c’è Dre il tuo disco vola. Se fai da solo. Beh, il pubblico ti ascolta due minuti, poi ti dimentica subito, ti rimane MTV, ma le dance-hall si svuotano…
Mica sono tutti Method Man (l’unico MC che farebbe diventare decente un pezzo di Jovanotti…). 

Giovanni Galeone

22/08/2006

galeone"Io sono un tipo da strada" (1988)
"Non penso di far seguire Maradona da un uomo, mi creerebbe un buco a centrocampo" (1989)
"La zona sporca di Scoglio? Beh, le sue squadre hanno sempre menato a rotta di collo. A Scala, poi, la zona l’ho spiegata io" (1991)
"Vogliamo parlare della scorsa stagione? Malesani dice: ho vinto due coppe. Una gliel’hanno regalata, l’altra non conta granché" (1999)
"Mr. Galeone ma se si fosse trovato al posto di Zoff, messo alla berlina da Berlusconi il giorno dopo aver perso la finale al campionato europeo contro la Francia, lei si sarebbe dimesso o cosa?" – "Avrei mandato affanculo Berlusconi!" – "Cosa?" – "Ha capito benissimo, lo scriva, avrei mandato affanculo Berlusconi!" (2004)

Quest’uomo è un pazzo. Ammettiamolo. Ma se per me (ricordo, sono Juventino) questa stagione ha un minimo senso, lo devo a lui. Al più grande sognatore del mondo del calcio. Un poeta (d’altronde la letteratura è una sua grande passione) con una carriera alle spalle da vero bucaniere. Nato a Napoli, una discreta carriera di calciatore (interrotta prematuramente per una scommessa… quando si dice essere coerenti!), all’inizio degli anni ’80, Galeone comincia ad allenare in Serie C, tra mille difficoltà. Improvvisamente una proposta che sa di suicidio: il Pescara, squadra miserabile e senza futuro, appena retrocessa in serie C, con una rosa di 13 giocatori (avete capito bene, con un solo portiere, per lo più sedicenne, strappato a forza dalla Primavera! dirà: “non riuscivo a fare nemmeno una partita 7 contro 7…”). Insomma una follia che solo lui poteva accettare. Non bastava. Dopo pochi giorni di ritiro la notizia del fallimento del Palermo e la re-immissione in serie B. Per tutti gli addetti ai lavori, il Pescara era l’unica retrocessione sicura. Non per lui. Con i mezzi suddescritti, costruisce una squadra incredibile che, non si sa come, gioca un calcio tecnicissimo, pieno di inventiva, senza schemi. Su tutti Rocco Pagano, uno dei più forti tornanti del periodo (dirà di lui Paolo Maldini: “è stato il giocatore che ho sofferto di più!”). Alla fine è arrivata la Promozione in Serie A. Insieme ai Mondiali del 1982 è stata la gioia più pura della mia infanzia. Di promozione ne sarebbe arrivata un’altra (nel 1991), a lenire la retrocessione di due anni prima. Ma è inutile. Il rapporto fra Galeone e la Serie A è stato costantemente fallimentare. Si è vero ci sono stati momenti mitologici: il Pescara che batte l’Inter a San Siro o che maramaldeggia (in due occasioni!) con la Roma all’Olimpico (tra parentesi, fu la prima partita da abbonato di Gau, quando si dice cominciare bene…). Il bilancio finale parla però di due retrocessioni e di vari esoneri. Ma d’altronde se volete vincere passate da un’altra parte. Stiamo parlando di Giovanni Galeone. Di uno che non prende i giocatori per la capacità toracica (vero Zeman? vd. De Vincenzo), ma per cui il mondo del calcio si riduce ai due paesi con le scuole calcistiche più tecniche e folli allo stesso tempo: Brasile e Jugoslavia (lo smembramento del paese balcanico deve aver prodotto in lui un trauma…). Uno che ha preso Sliskovic (di cui a Pescara si contavano le decine di tazzette di caffè presi al giorno…) e che ha inventato regista Allegri (tecnica mostruosa, ma praticamente una punta…). Uno che, alla seconda di Campionato, alla fine del primo tempo, vinceva 4 a 1 contro il Milan di Capello (avete capito bene…) ma non ha pensato minimamente a chiudersi ed ha perso 5 a 4 (!!!). Uno che ama fare campagne acquisti sulla barca al largo mentre pesca… Nel nuovo millennio il Maestro si è presentato per nulla invecchiato e l’anno scorso lo ha dimostrato rivitalizzando una Udinese deprimente. Si appresta ad affrontare il nuovo campionato con mille incognite. Ma che ci frega?  Scommettere su di lui è follia pura, ma ricordatevi che nessuno lo fece all’inizio del 1985…
Galeò-Galeò-Galeone…  

P.S. per chi non abbia capito che cosa è ancora adesso Galeone per i Pescaresi (e per un pezzo di Abruzzo…) prego visitare… http://www.giovannigaleone.com/

Medio Oriente in fiamme – quarta puntata (Al-Qaeda, l’Europa e lo “scontro di civiltà”)

20/08/2006

taxi talebani“Ci sono diversi problemi, non un problema e una soluzione unica. Ma ci sono interconnessioni. Se risolvi solo un problema mentre gli altri restano, tornerà il contagio. Devi muoverti su diversi fronti: Ma sarà difficile, finché Bush continua ad essere ossessionato dalla sua retorica islamofobica. Condoleezza Rice l’altro giorno ha scritto un articolo sui progressi degli USA in Medio Oriente che pareva un pezzo satirico…”
Zbigniew Brzezinski, ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale USA 1977-1981 – Intervista al “Corriere della Sera”, 20.08.2006

Sarà un post lungo. Ho bisogno di scriverlo così per mettere insieme i pezzi e chiarirmi le idee.
Quando Samuel Huntington nel 1993 pubblicò l’articolo “The Clash of Civilizations?” sulla celebre rivista americana di politica internazionale “Foreign Affairs” pochi avrebbero scommesso che quell’articolo – affascinante perché intrecciava la profezia millenarista all’analisi politica – sarebbe stato al centro dei dibattiti sulle relazioni internazionali per molti anni. Huntington sosteneva (riassumendo per sommi capi) che dopo la guerra fredda, i conflitti avrebbero avuto origine non più dall’ideologia, ma dall’attrito tra le diverse culture e religioni. Prendendo in mano una cartina del mondo, Huntington divise i continenti in aree, ciascuna di queste dominata da una “cultura” – spesso da una “religione” – e si divertì a interpretare i conflitti in atto secondo la sua teoria e a predire le possibili alleanze ed i possibili scontri tra diverse “civiltà”. Così, la guerra tra India e Pakistan diventava l’espressione dello scontro tra civiltà Indù e civiltà Islamica, la guerra in Cecenia diventava lo scontro tra cultura “slava” e cultura “islamica” e così via. Le grandi civiltà per Huntington sono quella “cristiano-occidentale”, quella “islamica”, quella “indù”, quella “slavo-ortodossa”, quella “buddista” e quella “cino-confuciana”: esse si incontreranno e si scontreranno per difendere la propria identità o distruggere quella dell’altro e da questi movimenti scaturiranno le relazioni internazionali del XXI° secolo. Secondo Huntington, di tutti gli scenari possibili quello più probabile era lo scontro tra civiltà “occidentale” e “islamica”.
L’11 settembre 2001 l’organizzazione terroristica “Al-Qaeda” (La Base) fa schiantare due aerei sul World Trade Center di New York, distruggendo le Twin Towers. E’ uno shock. Le vittime sono migliaia. Gli USA ed i loro alleati hanno un nuovo nemico: lo sceicco saudita Osama Bin-Laden, leader dell’organizzazione. Il terrorismo non è una minaccia nuova, almeno in Europa. Qui – a parte il terrorismo interno di matrice ideologica – si sono succeduti attentati dei Palestinesi (Monaco 72, per fare un esempio, la Achille Lauro, per farne un altro), dei Libici (Fiumicino 1985), degli Algerini (in Francia, prima gli indipendentisti e poi i fanatici del FIS). Ma ci sono tre novità: una è la scelta degli USA come bersaglio, per mettere subito in chiaro chi è il nemico da combattere e per dimostrare che neanche la superpotenza a stelle e strisce può opporsi al “volere di Allah”, la seconda è che i nuovi terroristi combattono per un obiettivo di lungo periodo e ambizioso, ovvero ricostituire la Nazione Islamica – la Umma – e porvi alla guida un unico Capo – il Califfo – che riporterà i figli di Maometto al VII° secolo d.C., cioè alla testa del mondo; la terza è che Al-Qaeda colpisce su scala globale, cioè praticamente ovunque. Stati Uniti, Regno Unito, Spagna, Arabia Saudita, Egitto, Marocco, Turchia, Indonesia, India, Afghanistan, Pakistan, Iraq. Senza contare i possibili legami con i gruppi della guerriglia cecena (attentato al teatro di Mosca) o in Caucaso (la scuola di Beslan).
Al-Qaeda cerca di assumere la leadership nel mondo islamico propugnando un ritorno all’Islam delle origini, favorendo un’interpretazione estremista del Corano e delle tradizioni religiose, combattendo gli infedeli (ebrei e “crociati”) e soprattutto gli “apostati”, ovvero tutti quei musulmani che vivono in regimi filo-occidentali. Il suo leader ha studiato in Europa, è (o era) ricchissimo, è stato un alleato degli Americani nella guerra tra URSS e Afghanistan nel 1979. L’organizzazione ha dimostrato di essere efficiente, ben finanziata, capace di usare la tecnologia e di reclutare proseliti ovunque. Più ha successo, più le sue file si ingrossano, più il volto “totalitario” dell’Islam che ci mostra fa paura.
E’ questa miscela che ci terrorizza: la fede cieca in un’interpretazione estrema di una religione, la determinazione di chi è pronto a farsi saltare in aria e la possibilità che ciò possa accadere ovunque. Ovunque, vuol dire anche a casa nostra. In Europa. Nel continente sono milioni i musulmani, cittadini o immigrati.
Sono dunque tutti nemici? E in Medio Oriente sono tutti schierati compatti su questa linea? Turchi ed Egiziani, Iraniani e Siriani, Palestinesi e Libanesi, Afghani e Pakistani, Iracheni sunniti e sciiti? Sono insomma tutti uguali?
In una parola, siamo in guerra con la “civiltà islamica”? Aveva dunque ragione Huntington?
Non proprio. Il mondo islamico è estremamente composito, ed anche movimenti in bilico tra politica e terrorismo come Hezbollah e Hamas, Paesi più o meno “canaglia” come l’Iran e la Siria, sono molto diversi tra loro. E ovviamente non tutti i musulmani presenti nei Paesi europei o in America sono fondamentalisti pronti a farsi saltare in aria, anche se tutti quelli che lo hanno fatto erano musulmani.
Ma c’è soprattutto un episodio che – a mio sommesso avviso – deve farci riflettere. Ricordate Hina, la ragazza di vent’anni pakistana uccisa a Brescia dal padre e dagli altri familiari perché “viveva all’occidentale”? Ricordate i commenti raccolti da esponenti di varia provenienza della comunità islamica? L’imam marocchino diceva che non c’è alcun precetto dell’Islam che imponga una punizione del genere, anzi il Corano vieta un orrore simile. Un esponente pachistano diceva invece che la fanciulla può essere messa al bando ma non uccisa. Un altro ancora sosteneva che i precetti islamici potevano essere interpretati in modo più restrittivo e l’omicidio della ragazza poteva trovare una giustificazione.
E allora, mi chiedo, con quale Islam siamo in guerra noi? Contro quale delle tre interpretazioni dobbiamo combattere? Siamo in guerra con la Turchia, Stato musulmano ma laico, già membro della NATO e che vuole entrare nella UE? Siamo in guerra con i Libanesi che dopo la morte di Hariri volevano giustizia e democrazia? Siamo in guerra con gli Iracheni che sfidando i tagliagole sono andati a votare? Siamo in guerra con gli Egiziani ed i Marocchini che sono morti come noi per mano degli assassini di Osama?
In Medio Oriente ci sono molti problemi da risolvere. La questione palestinese. La sovranità del Libano. L’alleanza tattica Iran – Siria. L’espansione della sfera d’influenza iraniana e le sue ambizioni nucleari. La stabilizzazione in Afghanistan e in Iraq. La propaganda di Al-Qaeda. Sono tutti problemi connessi tra loro, certo, ma fondamentalmente diversi. Gli attori di ciascuna crisi sono diversi. Ma il rischio è che con le nostre scelte sbagliate (l’Iraq ad esempio) si crei tra gli attori delle crisi una saldatura, prima soltanto tattica, poi anche strategica e infine ideologica. E allora sì che scivoleremmo nella guerra di civiltà. E come ha giustamente sostenuto Glucksmann qualche giorno fa, ne scaturirebbe “uno scontro in cui entrambi ci autodistruggeremmo”.
Tutto questo si evita tornando a far riflettere la politica sui problemi e smettendola di lanciarsi in avventure folli, avendo chiari gli obiettivi e riprendendo l’iniziativa. Soprattutto, occorre far ripartire il negoziato tra Israeliani e Palestinesi ed evitare che gli Iraniani riescano a dotarsi di armi nucleari (divertente l’idea che un Paese che galleggia sul petrolio abbia bisogno di energia nucleare per scopi pacifici). Se ripartisse un piano di pace credibile, con la prospettiva concreta di creare due Stati che si riconoscano, l’azione di coloro che avversano questo progetto perderebbe legittimità e, probabilmente, sostenitori. Un Iran “denuclearizzato” e minacciato di rappresaglie dalla Comunità Internazionale tutta sarebbe meno appetibile come alleato nell’area e meno pericoloso come nemico. Potrebbe essere indotto a rivedere i propri piani di espansione della sfera di influenza.
Detto questo, la vera nemica di Al-Qaeda è la democrazia. Osama ha tuonato contro le elezioni in Iraq e ha perfino criticato ferocemente Hamas per aver partecipato alle elezioni palestinesi ed i Fratelli Musulmani per aver partecipato a quelle in Egitto. Ma la democrazia non è un toccasana di per sé. Piuttosto che provare ad esportarla a Baghdad con la forza, forse era meglio sostenere quella fragile e in via di sviluppo a Beirut dopo anni di regime filo-siriano. Forse non è una buona idea spingere a tutti i costi i Paesi alleati nell’area (Egitto, Arabia Saudita, etc.) a tenere libere elezioni, perché se non ci sono le condizioni si rischia di consegnare l’intero Medio Oriente a fondamentalisti di ogni genere, altro che Iraq. Si potrebbe partire da obiettivi realistici e cominciare a spingerli ad eliminare la corruzione e aiutarli a rafforzare il ceto medio, attraverso lo sviluppo. E’ da lì che può nascere il confronto.
L’Islam, come noto, non è soltanto una religione. E’ anche un insieme di precetti civili che guidano la vita quotidiana del musulmano. Il confine tra Stato e religione è labile, talvolta non esiste proprio. Inoltre, come insegnano i Talebani, se in un Paese prevale un’interpretazione estrema dell’Islam, la gestione della cosa pubblica sarà molto vicina a quello che noi chiamiamo “totalitarismo”. L’autorità, civile e religiosa insieme, determina la vita dell’individuo. Anche per questo è molto difficile esportare modelli di democrazia di stampo occidentale tout court. Bisogna tenerne conto.
Sul piano interno, c’è sì una guerra. Una guerra contro una fazione islamica fondamentalista che c’è sempre stata e che ora ha ripreso fiato e coraggio sotto le insegne del Califfato e contro il nostro modo di vivere. Saranno le nostre leggi e la nostra volontà/capacità di applicarle il nostro baluardo. Non ci sono omicidi a sangue freddo che una religione possa definire leciti. Punto. Non ci sono istigazioni all’odio razziale lecite. Punto. Le donne hanno gli stessi diritti degli uomini. E le uniche scuole in cui i bambini andranno saranno le nostre. Chi viene per sfuggire alla fame, alla miseria ed alle persecuzioni o semplicemente vivere in un posto migliore è il benvenuto. Chi vuole la Sharia nei quartieri di Londra, nelle banlieues parigine o a Francoforte, no. Dovremo saper gestire con saggezza e serenità il rapporto tra libertà e sicurezza, difendendoci senza snaturarci. L’intelligence dovrà essere rafforzata (il fallito attentato di Londra ci sia di esempio): gli integralisti ci conoscono bene, dobbiamo imparare a conoscerli anche noi. Dovremo renderci conto una buona volta che questo è il genere di sfide che i singoli Stati europei non possono affrontare da soli, ma solo insieme. E allora questa benedetta Unione Europea dovrà prendere in mano il suo destino creando delle regole comuni per la gestione dei flussi migratori (perché solo quelli che aspirano a diventare cittadini italiani devono sostenere un esame di lingua e cultura italiana? Perché non anche quelli che semplicemente vivono sul nostro territorio?), condividendo finalmente una politica estera e di difesa (perché Chirac invoca i vertici europei solo quando è in difficoltà, come ora che deve decidere quanti soldati mandare in Libano?) e creando un coordinamento delle polizie davvero efficace e capillare.

Eiji Tsuburaya

19/08/2006

Eiji_TsuburayaL’uomo che vedete qui a fianco, non è un giapponese qualunque. Si chiama Eiji Tsuburaya, è nato da una delle pochissime famiglie cattoliche del Sol Levante, ed è stato uno dei più grandi geni della produzione di effetti speciali di tutti i tempi. Il nome forse non vi dice nulla, ma se vi dico Godzilla e Ultraman, forse capirete.

Tsuburaya ha avuto due funzioni storiche nel cinema e nella televisione giapponese: dal punto di vista squisitamente artistico, ha introdotto straordinarie innovazioni alla tecnica degli effetti speciali "stopmotion" usata da Willis O’Brien per creare il King Kong del 1933; dal punto di vista storico e "letterario" ha dato un volto ed un corpo ai peggiori incubi del popolo giapponese: insieme a Ishiro Honda e Tomoyuki Tanaka ha creato nel 1954 Godzilla, il rettile che – come tutti sanno – nasce dalle radiazioni atomiche, ed inventa nel 1966 Ultraman, il supereroe nipponico metà uomo, metà alieno che salva il Giappone dall’invasione aliena.

In un Giappone sconvolto da Hiroshima e Nagasaki, umiliato dall’invasione degli Americani e intento alla ricostruzione, Tsuburaya diventa un simbolo del dopoguerra. Le sue creature, che oggi fanno sorridere, ma che all’epoca rappresentavano uno shock, sono state una pietra miliare nell’industria dell’intrattenimento nipponica e mondiale. Sull’onda del successo di Godzilla ed altre produzioni, Tsuburaya fonda nel 1963 la Tsuburaya Productions, che produrrà Ultra Q, Ultraman ed altre serie famosissime in Giappone ed all’estero (tra cui Megaloman nel 1979, chi non se lo ricorda???).

Non solo. Nei film e nelle serie TV di allora, contribuiva a lanciare un messaggio: Godzilla viene distrutto da uno scienziato che inventa una nuova arma e con essa si immola per il bene dell’umanità; in Ultraman, un giovane scienziato della "Pattuglia della Scienza", impegnata nella lotta agli alieni invasori, muore per l’impatto con la "Sfera viaggiante" di un alieno dai superpoteri, Ultraman. L’alieno, per rimediare, si "fonde" con l’essere umano, ridandogli la vita e donandogli i suoi preziosi superpoteri.

Il messaggio è semplice: per sopravvivere, scienza e sacrificio sono essenziali. L’una è arida senza l’altro, l’altro è velleitario senza la prima. Shintoismo e tecnologia. Tradizione e innovazione. Un messaggio che somiglia maledettamente al Giappone di oggi.  

 

GUERRA

17/08/2006

paths3Ho letto Remarque a 13 anni. Direte voi, ma non potevi fare altro? giocare a calcio? dare sfogo ai tuoi primi pruriti adolescenziali? Lo so. Ma se sono nelle condizioni in cui mi trovo adesso, da qualche parte sarò partito. Bene che volevo dire… ah ,si, precisiamo subito: io odio la guerra, non mi piacciono i militari e non ho fatto il servizio militare (per Meriti Scientifici, VERGOGNOSO!). Infatti il problema di cui voglio discutere è un altro. E’ l’idiota visione della guerra che ha la stragrande maggioranza della popolazione e soprattutto (e purtroppo…) i nostri governanti (e per nostri intendo la maggior parte degli europei…). L’idea di fare questa assurda tirata mi è venuta all’indomani della lettura dei giornali che recano notizie sulla feroce discussione sulle regole di ingaggio. Ma che significa? In Libano andiamo a difendere un bene fondamentale per quella terra, la possibilità (dico anche per due mesi…) di vivere in santa pace, senza israeliani ed hezbollah che continuano a tirarsi addosso di tutto. E noi? Come andiamo noi ad opporci ad uno degli eserciti più decisionisti del mondo ed ad un gruppo di “fascisti islamici” (la definizione degna di un orango di Bush nel caso dei nostri amici sciiti ci calza a pennello…). Ci andiamo discutendo di amenità varie del tipo “risponderemo solo se ci attaccano…”, anzi no “solo se le pallottole saranno indirizzate senza alcun dubbio contro di noi…”. Cazzo. Se fossi in un soldato qualsiasi della Forza Multinazionale mi girerebbero i coglioni! Signori è una GUERRA! Sapete cosa è? Avete letto qualche libro? Io non so quanti danni dovremo subire ancora dagli anni ’60 (cito a memoria: Gianni Minà, i Dik Dik, Morandi, De Gregori…) ma uno dei più tragici risiede proprio in questa visione demenziale della guerra. Il Vietnam ha sconvolto gli Stati Uniti (per anni il loro vero buco nero) ma, come sempre, ha avuto effetti più duraturi su noi europei. La guerra, quella vera, quella che si combatte in Iraq, Afghanistan ed in mezzo mondo per noi europei è concettualmente inammissibile (tranne per quei bulldog degli inglesi che ne hanno combattuto una per quattro scogli e due pecore…). Sono anni oramai che trasalisco di fronte alle reazioni del popolo italiano di fronte a questo argomento. Si va in Iraq? “Si, tranquilli avremo solo funzioni di raccordo, noi non combattiamo…” (no, giochiamo a bocce!). Così quando ci rapiscono due avieri (guidavano degli aerei da caccia non le Frecce Tricolori…) o quando ci massacrano venti soldati a Nassiriya, il popolo italiano rimano basito, “…ma come erano lì per una azione di pace!”. Maddeche! Cazzo sono in Guerra! Sapete com’è no? Tipo uno spara, l’altro risponde… ed oggi? le medesime pippe mentali. Tutti pronti a trovare scappatoie per giustificare al mondo (e diciamolo molto a noi stessi…) che non siamo stati in grado di evitare un altro conflitto (la Jugoslavia ci dovrebbe aver insegnato qualcosa…). Ora c’è una guerra da combattere, sarà brutta, ma “noi in fondo siamo più buoni di tutti, e faremo solo azioni umanitarie…”, se fossi nei nostri soldati mi darei malato!

P.S. Dopo aver letto Remarque non potevo pensare che fosse possibile eticamente combattere contro un altro uomo (di tutto ciò ne sono ancora convinto…). Andai a trovare un vecchio frate che era stato mio professore nei primi anni delle medie. Lui mi raccontò di quando, durante la Resistenza (era francese), avesse abbattuto un’intera linea di soldati tedeschi. Io trasalii. Lui mi guardò e sorrise. E disse semplicemente: “…mio caro, o erano loro o toccava a me”.

Medio Oriente in fiamme – terza puntata (Siria e Iran)

17/08/2006

20060120_B61Nella galleria dei protagonisti che agitano i giorni del Medio Oriente meritano un posto di assoluto rilievo Bashar Al-Assad, il Presidente siriano, e soprattutto la nuova icona post-moderna della rivoluzione khomeinista, il Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. Sono i leader di due Stati particolarmente attivi negli ultimi anni, molto diversi tra loro, ma con alcuni obiettivi tattici e strategici in comune.

La Siria è un Paese etnicamente arabo (90,3% della popolazione) in grande maggioranza sunnita (74%), governato sin dal 1963 dal Partito Baath, un partito autoritario di stampo laico e socialista, una formazione storica nel mondo arabo perché presente in passato in diversi Paesi – grazie al sostegno non solo morale dell’URSS – e perché era il partito di Saddam Hussein in Iraq. L’Iran è un Paese etnicamente composito (i Persiani sono "solo" il 51% della popolazione) a grande maggioranza sciita (89%), in cui il 70% della popolazione ha meno di trent’anni, retto sin dal 1979 da una "teocrazia" guidata dall’Ayatollah ("guida suprema") Alì – Khamenei.

Cos’hanno in comune due Paesi così diversi? L’obiettivo di mantenere inalterata o, se possibile, allargare la loro sfera di influenza nella regione. Per far questo, hanno dovuto e devono confrontarsi con diversi nemici. La Siria non è sempre stata amica degli Iraniani: come ricordato, il suo Partito guida era il fratello gemello di quello di Saddam in Iraq e Baghdad ha combattuto una ferocissima guerra (1980-1988) con Teheran. Dal 1958 al 1961 aveva formato con l’Egitto di Nasser la Repubblica Araba Unita; l’esperimento fallì, ma i rapporti sono tuttora buoni. Il nemico costante resta Israele (e di conseguenza gli USA): Damasco ha nel corso degli anni esteso la propria sfera d’influenza sul Libano, trasformandolo in un regime amico. I suoi servizi segreti e le sue truppe hanno di fatto occupato il Paese a lungo, fino all’aprile 2005, quando buona parte della popolazione – dopo l’assassinio del Primo Ministro libanese Hariri – ha preteso un cambio di rotta. Da allora, la Siria ha ulteriormente stretto i suoi rapporti con Teheran e, in Libano, con i suoi amici Hezbollah, l’unica garanzia di contare ancora qualcosa nelle scelte dei Libanesi.

L’Iran era praticamente accerchiato. I Talebani afghani erano considerati "nemici", Saddam era un acerrimo nemico, che per di più torturava ed uccideva i fratelli sciiti in Iraq, l’Arabia Saudita, filo-americana, era ed è un nemico. Israele e gli USA sono il diavolo. I Talebani non ci sono più, Saddam neppure, i Sauditi tacciono. Teheran ha fiutato una storica occasione per espandere la propria sfera di influenza nel Medio Oriente in questo "vuoto di potere" creato dagli interventi americani. Deve sbrigarsi prima che questi Paesi si riorganizzino. Ecco che il nuovo Presidente, Ahmadinejad, avvia una strategia a tutto campo per raggiungere l’obiettivo: fornisce aiuti massicci agli sciiti iracheni affinché riescano facciano dell’Iraq un Paese amico, rallentano la normalizzazione in Afghanistan, minacciano Israele e gli USA, finanziano Hezbollah (a maggioranza sciita) in Libano, stringono un’alleanza tattica con la Siria, tentano di "abbracciare" Hamas (sunnita) nei territori palestinesi e, soprattutto, cercano di dotarsi di un arsenale nucleare. E’ la strategia di un’aspirante "potenza regionale". Di Al-Qaeda e di Bin-Laden all’Iran non importa nulla. Sono estremisti sunniti wahhabiti che odiano a morte gli sciiti in quanto apostati. Se indeboliscono gli USA, buon per loro, ma per nulla al mondo si unirebbero in alleanza.

Qual è il problema? Il problema è che l’iniziativa l’hanno presa in mano loro. L’Iran più della Siria. E gli USA, per non parlare della UE, hanno solo tentato di parare i colpi finora. Solo adesso qualcosa si muove. Il 31 agosto l’Iran dovrà dare una risposta definitiva al "pacchetto" di incentivi proposto dagli USA, e consegnato a mano da Solana, per convincere Teheran a rinunciare al nucleare. Gli Ayatollah non rinunceranno facilmente, ma cercheranno di evitare il più a lungo possibile il deferimento al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Quanto al resto, in Iraq gli USA sono dovuti in qualche modo scendere a patti per stabilizzare il Paese, in Libano Hezbollah è una formazione quasi leggendaria, per ora impossibile da disarmare. La buona notizia viene dai Palestinesi. Sembra che Hamas abbia accettato di formare un governo di "unità nazionale" con il Fatah di Abu Mazen: è probabile che stiano riflettendo, come avevamo scritto nel post precedente, sulla necessità di rompere l’isolamento politico (e finanziario) internazionale in cui versa l’ANP. E’ possibile inoltre che le difficoltà di Israele, dovute alla guerra in Libano, costituiscano un’occasione unica per i Palestinesi per convincere i loro dirimpettai a rivedere l’ipotesi del ritiro unilaterale dalla Cisgiordania e a riesumare il negoziato per una pace condivisa.

 

 

Infradito alla francese

14/08/2006
NicolasSarkozyL’Europa è ad un passo (o forse già un passo oltre) dallo sfacelo. Ma la pochezza delle idee degli Amministratori di Condominio dei singoli Paesi, in un contesto internazionale in cui ce n’è bisogno come dell’aria che respiriamo, addirittura impallidisce di fronte al ridicolo ferragostano. Perché passi il fatto che la povera Angie Merkel, i cui glutei erano stati immortalati l’anno scorso dai proverbiali idioti del Sun, rimane prigioniera della “Grande Coalizione” e sulla scena internazionale si vede meno di quanto sarebbe necessario. Passi anche l’assenza del mite Zapatero: la politica estera spagnola è virtualmente defunta l’11 marzo 2003 e chissà se resusciterà mai.
Certo però che vedere Tony Blair continuare a veleggiare con il suo costume a fiori sulla “Good Vibrations” (penosa citazione dei Beach Boys, di cui certamente Tony è un accanito fan) come se nulla fosse, mentre il Libano brucia e soprattutto mentre cercano di far saltare in aria una decina di aerei a Londra, fa un certo effetto. Del resto, bastava vederlo qualche tempo fa con la chitarra mentre faceva bisboccia con gli amici per capire che il Premier – alla guida del Regno Unito dal 1997 – sta attraversando una fase “intimista”, un momento di riflessione che bisogna rispettare.
Ma assistere alla nuova campagna pubblicitaria del leader del partito gollista francese UMP, Nicolas Sarkozy, candidato alle prossime presidenziali, che si aggira per i bagnasciuga delle spiagge francesi con le infradito griffate con il nome del partito, è davvero troppo. Pensare al Sarkozy in infradito come all’erede dello spirito di De Gaulle, che chiamava i suoi compatrioti dall’esilio a riprendere la lotta contro l’invasore nazista, che ha trasformato il suo Paese inaugurando la V° Repubblica, che ha concesso l’indipendenza all’Algeria, fa sorridere. I tempi sono cambiati, certo. Ma il Sarkozy “tipo da spiaggia” è lo stesso che dava prova di serietà, fermezza e durezza nella rivolta delle banlieues, nella gestione dei flussi migratori e nell’affrontare gli scandali della politica interna.
Per non parlare poi del tira e molla con quella santa donna della moglie, Cecilia. Ma insomma chi se ne frega? Vedere la Francia, che in molti hanno individuato e tuttora individuano come “la speranza dell’europeismo”, ridotta in questo modo fa molta tristezza. Chirac sta bene con una coperta ed un thermos davanti alla TV, de Villepin è inebetito. I Socialisti stanno pensando a ricandidare Jospin. Gli altri non vanno nemmeno citati. E l’Europa assiste, impaziente di capire dove trovare a soli 6 euro al paio le infradito di Sarko.
E così, non ci resta che auspicare l’ultima grande frontiera della politica francese ed europea: la storia d’amore (ma ci accontenteremmo anche di una fugace avventura) tra Sarkozy e Ségolène Royal, la compagna del leader socialista Hollande, anche lei candidata alle presidenziali. Una sorta di “Grande coalizione” alla francese, per tenere alta la fiaccola della grandeur.

Dick Wolf

14/08/2006

coverLa televisione è proprio un bell’attrezzo. Dal punto di vista mentale lo assimilo ad una sniffata di colla (tipo: non costa tanto e l’effetto dura poco). Premesso che quando sono nel bel mezzo di una di “quelle giornate” posso sostenere anche le interviste di Marzullo, della televisione italiana ho una considerazione "moolto" vicina allo zero. E sti cazzi, direte voi… comunque… cosa vedo dunque della "nostra" televisione? Poco o nulla… Minoli, Lucarelli e qualcos’altro…  il mio problema con l’offerta della nostra TV è legata al "confronto". Naturalmente non faccio riferimento certo ai cani viennesi o alle ispettrici razziste francesi. Secondo me, come in mille altri ambiti, il dramma giunge al momento del confronto con l’"offerta a stelle e strisce". Provateci. Il risultato? Umiliante. No. Non ci siamo proprio. Si potrebbe parlarne per ore. ER, X-Files, CSI… ma non perdiamo tempo ed affrontiamo a muso duro la serie TV più cool e "vera" degli ultimi anni: Law and Order. Focalizziamoci sull’uomo che l’ha creata: Dick Wolf. Uno che senza sapere che faccia abbia lo conosciamo ed amiamo tutti. Ora fate un piccolo sforzo e cercate di paragonare le sue storie, i suoi personaggi, le su ambientazioni con quelle "scelte" dai nostri "creatori" di Serie TV o Fictions. Mio Dio! Meglio smettere… non fosse altro per i chili di nominations ai Grammy ricevuti (un solo successo chissà perché?). Non fosse per le tonnellate di personaggi “veri” che ci ha regalato nel corso degli anni. Personaggi che non ti fanno sentire un idiota perché non sei abbronzantissimo, un pò ingrassato, scojonato perchè appena mollato o malato per una qualsiasi malattia. Personaggi tagliati con il coltello. Durissimi. Vi prego non li paragonate con quelle deprimenti mammolette di Distretto di Polizia! C’è da dire che qualcuno potrebbe controbattere che con gli attori che si ritrova anche i Vanzina vincerebbero un Oscar (e che attori… così sulla bocca: Sam Waterston, Chris North, Adam Schiff, Jerry Orbach, Dennis Farina,… si potrebbe continuare per ore…). No, ma non è solo questo. La forza di questa serie, giunta al decimo anno (auguri!), è la sua veridicità. La New York che abbiamo visto in Law and Order, in Unità Speciale ed in Criminal Intent è una versione della Grande Mela assolutamente credibile. Questo è il merito principe di Wolf e dei suoi collaboratori.
… provate a fare lo stesso con la Napoli di La Squadra… su, dai, non vi vergognate non è colpa vostra!

P.S. per ultima cosa (…non guasta mai) a Wolf è da riconoscere una capacità straordinaria nello scegliere delle fighe pazzesche nel ruolo (eccitantissimo di suo…) di pubblico ministero… un grande.

Classifica "personale" dei PM in ordine di avvenenza:
1. Elisabeth Rohm
2. Jill Hennessy
3. Carey Lowell
4. Angie Harmon

Medio Oriente in fiamme – seconda puntata (Israele – Autorità Nazionale Palestinese)

13/08/2006

hamasUn altro tassello, il più importante e composito di questo Medio Oriente che brucia, è la partita a scacchi tra Israeliani e Palestinesi. Le ultime mosse di questa partita hanno prodotto un’impasse che non sarà affatto facile superare.
Quando Ariel Sharon andò a passeggiare provocatoriamente sulla “spianata delle moschee” di Gerusalemme nel 2000, sapeva bene cosa faceva. Sapeva che i Palestinesi, spalleggiati dall’intero mondo arabo, avrebbero reagito alla violazione del loro luogo sacro e avrebbero ripreso le armi. Di lì a poco nacque la “seconda intifada”, una incessante e violenta offensiva fatta di scontri, attacchi, attentati kamikaze e bombe contro tutti gli obiettivi israeliani possibili, militari e civili.
Favorito anche dall’attentato delle Torri Gemelle l’11 settembre 2001 e confidando nella scarsa simpatia che tutti i movimenti di liberazione nazionale contigui al terrorismo, specie quelli di matrice islamica, avrebbero riscosso tra i Paesi occidentali, Sharon portò avanti con determinazione il suo piano. Il primo obiettivo era l’isolamento, dapprima politico e poi fisico, di Yasser Arafat, interlocutore giudicato ormai “inaffidabile”, non in grado di contrastare il terrorismo ed anzi sospettato di fomentarlo. L’obiettivo venne raggiunto: Arafat scomparve gradualmente dalla scena politica per poi morire a Parigi. Nel contempo, ufficialmente per difendersi dagli attacchi palestinesi, Sharon decise la costruzione di un muro destinato a separare una volta per tutte i figli di Davide e quelli di Maometto. In effetti, dalla costruzione del muro gli attentati terroristici palestinesi in Israele sono decisamente diminuiti. Non per questo, però, Israele è più sicuro. Infine, Sharon disse che era giunto il momento di cominciare a ritirarsi dai territori occupati, a cominciare dalla striscia di Gaza. Il ritiro fu rapido e niente affatto indolore. Ma fu ultimato nei tempi stabiliti.
Questi tre obiettivi sono ovviamente legati. Li unisce il filo rosso di una strategia che l’ex generale israeliano aveva probabilmente in testa da tempo. Sharon si era convinto che la soluzione del rapporto con i Palestinesi passasse per una politica unilaterale. Probabilmente riteneva che la bozza di accordo tra Barak e Arafat fosse il massimo del compromesso accettabile per entrambe le parti. Ma Arafat non lo aveva accettato e quindi cosa poteva far pensare che avrebbe cambiato idea? Nulla. Non si vedevano all’orizzonte leader più moderati o più abili del raìs, anzi. Hamas guadagnava consensi, così come la Jihad islamica. Quindi, ecco il piano: togliere di mezzo Arafat e dimostrare alla comunità internazionale che con la leadership palestinese era impossibile dialogare, preparandosi il terreno per costruire poi una barriera divisoria con il nemico. Il muro, nella sua strategia, doveva essere costruito in modo tale da raggiungere finalità diverse. Rendere sempre meno accessibile il territorio israeliano ai Palestinesi, dividere i Palestinesi tra loro e rappresentare uno strumento di pressione sui coloni israeliani a Gaza ed in Cisgiordania per farli tornare tutti al di qua della barriera. Il ritiro da Gaza proseguiva sulla strada tracciata e la strategia doveva completarsi con il progressivo ritiro anche dalla Cisgiordania, da ultimare un poco alla volta, come concessione ai Palestinesi se fossero riusciti a limitare l’offensiva terrorista. Raggiunti questi obiettivi, Israele si sarebbe disinteressato di ciò che sarebbe accaduto al di là del muro, avrebbe atteso la nascita di uno Stato palestinese e, cosa più importante, avrebbe fatto coincidere il confine tra le due entità con la linea su cui si estende il muro.
Il fronte palestinese – in cerca di una nuova leadership sin dalla malattia di Arafat – ha subito l’iniziativa di Sharon. Non vi erano più i mezzi, né le condizioni politiche per fermare il suo piano. La solidarietà internazionale, come detto, si era notevolmente affievolita. La corruzione e l’inefficienza imperanti nei territori gestiti dalla ANP hanno fatto il resto e, alle ultime elezioni, i Palestinesi hanno votato in massa per Hamas affidandogli il compito di migliorare le condizioni di vita della popolazione, di proteggerla dalla politica aggressiva di Israele, di fare qualcosa per impedire l’isolamento di un’intera “nazione”, di aiutare insomma un popolo a combattere le proprie drammatiche frustrazioni.
Purtroppo, però, Hamas non è finora riuscito a fare quello che i Palestinesi chiedono. Una forza di quel genere non si improvvisa forza di governo in pochi mesi. Ma soprattutto è difficile da rompere quell’isolamento internazionale che Sharon aveva abilmente e pazientemente costruito intorno alla ANP. Gli USA e la UE hanno assunto verso una Hamas una posizione di netta intransigenza, più di quanto non abbiano mai fatto con Arafat. Sono arrivati al punto di sospendere gli aiuti, poi fortunatamente ripresi, rischiando di causare una catastrofe umanitaria nei territori. Dal canto suo, Hamas ha dimostrato di non avere intenzione di “legarsi” sul serio ed in modo strutturato con Siria e Iran o peggio ancora con Al-Qaeda. Sa infatti che così facendo vedrebbe allontanarsi gli aiuti economici occidentali e, soprattutto, la possibilità di un intervento politico per la ricerca di una soluzione equa al conflitto con Israele. Si trasformerebbe nella trincea avanzata di una presunta “guerra di civiltà” che produrrebbe solo danni alla causa palestinese.
Nel frattempo, la popolazione nei territori vive in condizioni terribili.
Il coma di Sharon, la vittoria dei radicali di Hamas, la guerra in Iraq, l’attenzione della comunità internazionale verso Siria e Iran e il conflitto in Libano hanno di fatto “congelato” la situazione.
Sharon era stato coraggioso sia nel condurre a termine il ritiro da Gaza come un’operazione militare, scontrandosi anche con l’astio dei coloni, sia nell’abbandonare il Likud – il suo partito di destra – per fondare Kadima, una nuova formazione di centro meglio in grado di catalizzare il consenso intorno alla sua strategia. L’eredità che Olmert raccoglie è enorme. Ne sarà all’altezza?
Hamas è per ora stretto tra i tentativi di abbraccio dei “nemici dell’occidente” e i perentori inviti della comunità internazionale a gettare le armi e ad avviare il dialogo. Cosa decideranno? Se accetteranno i primi, rischieranno di diventare il braccio armato di altri contro Israele e gli occidentali, snaturando la loro caratteristica di movimento nazionale. Se accetteranno i secondi, rischieranno di snaturare la loro prerogativa di forza radicale e non corrotta da compromessi col nemico.
E sullo sfondo, un altro grave problema. I Palestinesi reclamano un accordo con Israele sulle frontiere del 1967, ma il muro è stato costruito ben oltre. Si tratta tuttavia del “lungo periodo”, nel quale – come diceva John Maynard Keynes – “potremmo essere tutti morti”.