Un Mago negli States

andrea-bargnani-hdUna piccola parentesi nel regno incontrastato dei mondiali di calcio. Ma una parentesi molto importante. Andrea Bargnani, pivot romano di 2,13 m e di neanche 21 anni, fresco vincitore dello scudetto di basket con la Benetton Treviso, chiamato dai tifosi "il Mago", è stato indicato come "prima scelta" assoluta nel "draft" della NBA e giocherà l’anno prossimo con i Toronto Raptors. Per chi non mastica di pallacanestro: ogni anno le squadre NBA sono chiamate a scegliere i più giovani e promettenti giocatori provenienti dai college americani e dalle squadre di tutto il mondo. Le prime a scegliere sono le squadre peggio piazzate nel campionato precedente, che hanno così la possibilità di rinforzare l’organico per la stagione ventura. Si tratta di un meccanismo che, insieme al tetto salariale (salary cap) per i giocatori, è stato escogitato per rendere ogni anno il più equilibrato possibile un campionato dove altrimenti vincerebbero sempre le squadre più ricche (ci ricorda qualcosa?) e, al contempo, per dare la possibilità ai giovani di dimostrare sin da subito il loro valore giocando in squadre che hanno bisogno più di altre di freschezza e talento.

Questo, per inciso, è il meccanismo che ha consentito ai Chicago Bulls (fino ad allora piuttosto mediocri) di avere Michael Jordan, ai New York Knicks di avere Pat Ewing (prima scelta come Bargnani), ai Los Angeles Lakers (in crisi prima degli anni ’80) di avere Earvin "Magic" Johnson e di dare una chance a queste squadre per aprire un ciclo vincente. Alcune l’hanno sfruttato, altre no. Ma probabilmente senza il "draft" orchestrato in questo modo, la NBA sarebbe scivolata in una monotona oligarchia difficile da spezzare.

Ma il punto è un altro. Ed è che Bargnani è il primo europeo in assoluto ad essere "prima scelta" nella NBA. Nessun altro, compresi giocatori leggendari nel vecchio continente come Drazen Petrovic, Toni Kukoc, Sasha Danilovic, Arvidas Sabonis, Dirk Nowitzky, Anthony Parker e Sharunas Marciulonis erano arrivati a tanto. Ha contato certamente la presenza nei Toronto Raptors (i primi a scegliere) dell’ex direttore sportivo della Benetton Treviso, ma Andrea era già stato inserito nel "roster" e se non fosse andato a Toronto, sarebbe stato preso da qualcun’altro.

Chi segue il basket sa che Andrea non è il primo italiano a sbarcare in NBA. Prima di lui vi erano approdati il pivot Rusconi ( a Chicago, tantissima panchina, pochi minuti giocati, pochissimi punti) e la guardia Esposito (ex Caserta, guarda caso arrivato proprio a Toronto). Ma ci erano arrivati un po’ in là con gli anni, per fare un’esperienza, e non lasciarono un segno indelebile tra i "pro" americani. Andrea è giovanissimo, è già molto forte atleticamente e tecnicamente, schiaccia come un pivot e tira da tre come una guardia, ha notevoli margini di ulteriore miglioramento ma soprattutto è un ragazzo sveglio e non dovrebbe avere problemi ad ambientarsi negli States.

E’ insomma il primo vero "talento" che esportiamo. La NBA aveva fatto una corte spietata al leggendario Dino Meneghin, all’elegante Walter Magnifico, all’etereo Gregor Fucka e al pirotecnico Carlton Myers. Nessuno di loro aveva raccolto la sfida per motivi diversi. Ora il nostro Harry Potter di oltre due metri, cresciuto con le telecronache di Dan Peterson delle finali NBA su Koper Capodistria (la TV non è sempre una cattiva maestra…) e con la serietà del lavoro sul campo, dovrà dimostrare che anche il basket italiano può dire la sua nel tempio della pallacanestro mondiale.

Andrea sa che la pressione su di lui sarà enorme. La "prima scelta" ha qualcosa da dimostrare più degli altri. Se avrà pazienza, tenacia, coraggio e voglia di lavorare potrà sfondare: l’NBA è un campionato che non fa sconti. La stagione regolare è di 82 partite. Poi ci sono gli eventuali play-off. Si sta in aereo un giorno sì e due no. Gli altri giorni ci si allena e duro (raccontano che al termine degli allenamenti di Pat Riley, coach dei Miami Heats vincitori del titolo e prima dei LA Lakers, molti giocatori vomitassero per la fatica). Al termine, però, i migliori emergono.

Ne riparleremo tra un paio d’anni, allora. Giusto il tempo per sapere se il nostro Harry Potter sarà riuscito a incantare le platee americane e ad aggiungere un pizzico di talento italiano al grande show della NBA. Good luck!

 

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