USA vs … cap II (IRAN)

Ma le disgrazie non vengono mai sole. L’intervento americano ha prodotto altre conseguenze, più o meno intenzionali: per effetto dell’instabilità determinatasi nell’area, il petrolio ha raggiunto il prezzo record di 70 dollari circa al barile. Giorgdabliu e la lobby di petrolieri che lo appoggia (compresi i suoi familiari) non ha gridato allo scandalo, ma buona parte delle imprese e dei consumatori negli USA e nel resto del mondo occidentale sì; inoltre, nel vicino Iran, potenza tutelare della maggioranza sciita irachena, ha vinto più o meno regolarmente le elezioni presidenziali il sindaco di Teheran, Ahmadinejahd, esponente dell’ala più oltranzista del regime teocratico e custode della Rivoluzione khomeinista. Le sue balzane quanto aberranti idee sul rapporto con Israele le conosciamo. Ma soprattutto conosciamo le sue minacce, neanche tanto velate, di dotarsi (semplificando al massimo) al più presto di armi nucleari avviando il processo di arricchimento dell’uranio.
Per mesi si sono stancamente trascinati negoziati tra gli Iraniani da una parte e un quartetto composto da Francia, Regno Unito e Germania con il sostegno dell’Alto Rappresentante PESC della UE, Solana, per raggiungere un compromesso accettabile sulla questione nucleare. Gli USA si sono a lungo rifiutati di negoziare direttamente con Teheran (considerati uno “Stato canaglia”) e si sono limitati a generiche dichiarazioni di preferenza per l’opzione diplomatica rispetto a quella militare per la soluzione della crisi, pur lasciando intendere di pensare ad un rovesciamento del regime teocratico. Purtroppo senza risultato.
Nel frattempo, la popolarità del povero Giorgdabliu è caduta ai minimi termini in patria. Solo poco più del 30% degli Americani ritiene che la sua politica sia valida. Agli errori in politica estera si intrecciano iniziative controverse in politica interna, dalle crociate antiabortiste alla dipendenza energetica, seppur minore rispetto ai Paesi europei, da Paesi instabili e talvolta scellerati, e così il neoconvertito ed il suo staff, Condi in testa, iniziano a riflettere.
La riflessione inizia gradualmente già dall’inizio del secondo mandato di Giorgdabliu, prosegue con il documento della Strategia di Sicurezza Nazionale del 2006: la dottrina della “guerra preventiva” viene marginalizzata, traspare maggiore attenzione nei confronti delle istituzioni multilaterali, si punta di più su sviluppo economico e cooperazione nei rapporti con i Paesi in via di Sviluppo, l’opzione militare torna ad essere l’extrema ratio dell’azione diplomatica degli USA. Il cambio di rotta si concretizza in questi ultimi giorni. Condoleezza prima apre un tavolo negoziale semi-ufficiale con gli Iraniani per superare lo stallo in Iraq e poi prepara un “pacchetto” di incentivi da sottoporre a Teheran in cambio della rinuncia all’uso della tecnologia nucleare per scopi non pacifici, lasciando aperta la strada a possibili sanzioni da decidere in ambito ONU in caso di rifiuto da parte del regime teocratico. Condi discute con Russia e Cina, finora refrattarie ad ipotesi di sanzioni, ne acquisisce il consenso di massima e affida il prezioso “pacchetto” a Solana affinché lo porti a destinazione.
Sembra dunque aprirsi uno spiraglio negoziale. Se l’Iran dimostrerà “buona volontà” e deciderà di limitare le proprie attività nucleari a fini esclusivamente civili, otterrà aiuti di tipo tecnologico, investimenti stranieri, forse anche l’ingresso nel WTO e uscirà dall’isolamento internazionale. In caso contrario, non potrà più recriminare contro i perfidi Occidentali che impediscono lo sviluppo dell’Iran e rischierà seriamente le sanzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, condivise da Russia e Cina.
Dal susseguirsi di tali avvenimenti emerge con chiarezza che il messianismo dei principi neocons si scontra, alla prova dei fatti, con la complessità di una politica internazionale irriducibile ad ogni tentativo di semplificazione ideologica. Eppure il segnale, meno visibile ma forse più significativo, del mutamento in corso è la comparsa, qua e là nelle pieghe dei principali giornali americani ed europei, di brevi interviste a protagonisti delle relazioni internazionali del passato, come Kissinger e Brzezinski (autorevole esponente dell’Amministrazione Carter), che lodano la svolta di Condoleezza. Kissinger è andato (di sua sponte?) addirittura da Putin e insieme hanno plaudito all’iniziativa negoziale americana verso l’Iran.
La lezione che Kissinger e Brzezinski continuano ad impartire è che i principi dottrinari in politica estera non possono prescindere da una corretta valutazione dei reali interessi nazionali e soprattutto da una buona dose di pragmatismo (anche se a volte sconfina nella spregiudicatezza e nel cinismo).
Un’altra lezione, che a molti Paesi europei servirebbe, è che le grandi potenze sanno riconoscere i propri errori, anche quelli più gravi. Correggono il tiro e vanno avanti. Altri Paesi invece si dividono, si fermano, e lentamente scompaiono dalla scena internazionale.

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