USA vs … cap I (IRAQ)

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L’accidentato sentiero imboccato dall’Amministrazione Bush negli ultimi tre anni è giunto ad una svolta. Nel 2003, Giorgdabliu aveva deciso, ascoltando i consigli di Donald Rumsfeld e di Condi Rice di invadere l’Iraq: questa scelta aveva un preciso background storico, politico e culturale, quello dei cosiddetti neocons (neo-conservatives).
Paul Wolfowitz, Richard Perle, Daniel Pipes, Douglas Feith, per citare i più noti anche oltreoceano, e in ultima analisi anche Donald Rumsfeld e (in parte) la dolce Condoleezza partono da alcune premesse di carattere “filosofico” per elaborare la loro dottrina: il comportamento di uno Stato nello scenario internazionale si fonda sul suo sistema politico interno; gli Stati Uniti d’America hanno storicamente esercitato il loro status di potenza e di superpotenza per diffondere democrazia, libertà e tutela dei diritti umani; il pragmatismo è l’unico vero antidoto all’utopia sociale, politica ed economica; le organizzazioni internazionali deputate al mantenimento della pace e della sicurezza nel mondo non sono “democraticamente legittimate” ad assolvere questo delicato compito.
Prendete questi quattro principi, collegateli tra loro ed otterrete la motivazione etico-politica dell’intervento in Iraq: Giorgdabliu, ascoltando i neocons, si è convinto che fosse davvero una buona idea quella di rovesciare Saddam, instaurare in Iraq un regime democratico “esemplare” per i Paesi del Medio Oriente e del Golfo Persico, sostituire il Paese da sempre amico degli USA nella regione (almeno fino alla scoperta della nazionalità degli attentatori dell’11 settembre e delle coperture logistiche ed economiche che avevano ricevuto Mohamed Atta e i suoi), cioè l’Arabia Saudita, con uno nuovo, ovvero l’Iraq, e diffondere infine i diritti civili, le istituzioni democratiche e le libertà economiche in tutti i Paesi dell’area. Secondo la nuova dottrina, infatti, un Paese democratico ed intento a prosperare economicamente non foraggia il terrorismo, non fomenta attentati, non è insomma un rogue State (Stato-canaglia). Sembrava davvero la quadratura del cerchio quella di bypassare l’ONU e di passare all’azione con pochi, fedeli alleati. Ma purtroppo per Giorgdabliu e per noi la realtà internazionale è molto più dura e complessa.
I due balordi sono stati e sono contrari alla guerra in Iraq. Posto che la guerra è da condannare per l’inevitabile scia sanguinosa di vittime – soprattutto civile – che porta con sé e per il clima di odio che i diktat dei vincitori e le aspirazioni di revanche degli sconfitti che essa molto spesso produce, le ragioni che ci hanno spinto ad avversare l’intervento sono anche e soprattutto altre. Sono ragioni politiche e strategiche. Washington ha commesso un errore macroscopico che molte altre potenze prima di lei hanno commesso: quello di forzare la realtà per adattarla alle proprie convinzioni ed ai propri obiettivi. Gli USA (e i loro alleati) hanno diffuso la notizia – infondata – che Saddam disponeva di pericolose armi di distruzione di massa per trovare una giustificazione “etica” presso l’opinione pubblica all’intervento. Hanno coinvolto le Nazioni Unite fino ad un certo punto (ricorderete i celebri “ispettori” guidati dallo svedese Hans Blix) per poi escluderle dalla gestione della crisi quando, non ancora accertata la presenza di armi chimiche in Iraq, l’attacco militare stava per essere deciso. L’ONU è sicuramente un carrozzone spesso inefficiente e, cosa ancor più grave, inerte e paralizzato di fronte ai problemi del pianeta. Ma per molti Paesi, e per le loro opinioni pubbliche, è politicamente un punto di riferimento quando si tratta di decidere se intervenire militarmente o no. Giorgdabliu ha cacciato rapidamente Saddam, ha conquistato il Paese, ma ha dato la netta sensazione di non avere la più pallida idea (e meno di lui Rumsfeld) di come gestirlo e governarlo. Le tensioni tra i gruppi etnici e religiosi del Paese, mascherate dal pugno di ferro di Saddam, erano molto più forti del previsto, le forze di sicurezza per controllare un Paese così in fibrillazione erano troppo poche, gli uomini scelti per accompagnare il processo di transizione erano sbagliati (fuoriusciti della resistenza irachena ormai lontani dalla realtà della madrepatria e funzionari del governo americano poco esperti di stori, tradizioni e costumi locali) e le frontiere con i Paesi vicini, da cui come era facile prevedere sono entrati migliaia di jihadisti stranieri (Al-Zarqawi era giordano), non sono mai state chiuse né controllate capillarmente. Infine, è stato gestito in modo pessimo il rapporto con gli Iracheni e con le opinioni pubbliche occidentali: le stragi di Falluja e Haditha, gli scempi di Abu Grahib, le difficoltà nel ripristinare una vita normale (sicurezza, elettricità e acqua nelle case, un lavoro dignitoso) per una popolazione martoriata.
Tra i pochi risultati comunque positivi vanno annoverati la cacciata di Saddam, dittatore colpevole di genocidio contro il suo stesso popolo, e l’avvio – stentato ma in fase di consolidamento – del processo di democratizzazione del Paese. Le elezioni per l’Assemblea e per la Costituzione hanno rappresentato un fatto storico.
Resta il fatto che il prezzo da pagare per questi due risultati è stato troppo alto. L’Iraq sembra sempre sull’orlo di una guerra civile devastante tra sunniti e sciiti ed è ancora “occupato” da gruppi di estremisti provenienti da Egitto, Giordania, Arabia Saudita, Iran, Afghanistan e Pakistan che rendono impossibile il ritorno alla normalità. Se papà George nella prima Guerra del Golfo si era limitato a liberare il Kuwait un motivo ci sarà pur stato. Ma forse in famiglia non si parla di lavoro.
Un Paese in queste condizioni non può condurre una vita democratica degna di questo nome, né crescere economicamente (gli Iracheni, tra i principali produttori al mondo di petrolio, sono costretti a importare benzina!). Non può in alcun modo rappresentare un “esemplare” di democrazia nel mondo arabo – tutt’al più un “esperimento” – né tanto meno può diventare, date le premesse di cui sopra, il principato alleato degli USA nella regione al posto dell’Arabia Saudita. 

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