Frammenti di guerra fredda

Il vincitore della Guerra Fredda, Ronald Reagan, visto da Henry Kissinger.

"Ronald Reagan era stato eletto per reazione ad un periodo di apparente arretramento dell’America e per riaffermare le verità tradizionali dell’eccezionalismo americano. […] Sia Reagan sia Gorbaciov credevano nella vittoria finale della propria parte, ma esisteva una fondamentale differenza fra questi due inaspettati collaboratori: Reagan conosceva i meccanismi principali della propria società, mentre Gorbaciov aveva perso completamente il contatto con la realtà del suo Paese; entrambi si appellavano a ciò che ritenevano la parte migliore dei rispettivi sistemi, ma mentre Reagan liberò lo spirito del suo popolo attingendo a serbatoi d’iniziativa e di autostima, Gorbaciov precipitò la caduta del sistema che rappresentava pretendendo riforme di cui questo non era capace. […]

La disintegrazione comunista divenne visibile durante la seconda presidenza Reagan e irreversibile quando lui lasciò la carica; gran parte del merito va attribuita anche alle presidenze precedenti, come pure al suo successore George Bush che sovrintese abilmente all’epilogo, ma è stata la Presidenza Reagan che ha segnato la svolta. La prestazione di Reagan è stata stupefacente – e per gli osservatori accademici quasi incomprensibile. Reagan non sapeva praticamente nulla di storia e quel poco che sapeva lo adattò ai suoi radicati preconcetti. Lui trattava i riferimenti biblici all’apocalisse come predizioni operative. Raccontava molti aneddoti storici che non avevano riferimento ai fatti, o almeno così come i fatti sono generalmente intesi. In una conversazione privata, una volta paragonò Gorbaciov a Bismarck, sostenendo che entrambi avevano superato identici ostacoli interni, discostandosi da un’economia centralmente pianificata per andare verso il libero mercato. Io consigliai un comune amico di avvertirlo di non ripetere questa strampalata asserzione ad un interlocutore tedesco. L’amico ritenne però prudente non riferirgli quell’ammonimento per evitare d’inculcare ancor più nella mente di Reagan l’assurdo paragone.

I particolari della politica estera annoiavano Reagan, che aveva assorbito qualche semplice idea sui pericoli della pacificazione, sui mali del comunismo e la grandezza del suo Paese; l’analisi dei temi sostanziali non era però il suo forte. Tutto questo mi fece dire durante una conversazione, che credevo confidenziale, con alcuni storici: "Quando parlate con Reagan, a volte vi chiedete come possa essere passato per la mente a qualcuno che potesse fare il Presidente o il Governatore. Ma quello che voi storici dovete spiegare è come un uomo così privo di doti intellettuali possa aver guidato la California per otto anni e Washington ormai da quasi sette".

I media si gettarono avidamente sulla prima parte della mia affermazione, ma per lo storico la seconda è di gran lunga più interessante. In realtà, un Presidente con i più inconsistenti precedenti accademici avrebbe sviluppato una politica estera di straordinaria consistenza e coerenza. Anche se Reagan aveva poche idee di base, proprio queste costituivano i temi centrali della politica estera del suo periodo. […] Chiedersi chi redigesse le sue dichiarazioni di politica estera – nessun Presidente le scrive di propria mano – è quasi irrilevante. L’idea folcloristiva che Reagan fosse lo strumento di chi preparava i suoi discorsi è un’illusione coltivata da molti speech-writers. Dopotutto era lui a sceglierli e pronunciava i suoi discorsi con straordinaria convinzione e capacità di persuasione. Chi l’ha frequentato non ha dubbi che esprimessero le sue idee e su alcuni argomenti, come per esempio la Strategic Defense Initiative (il progetto di scudo stelare, ndr), vedeva molto più avanti dei suoi collaboratori. […] Reagan possedeva uno straordinario rapporto intuitivo con le fonti delle motivazioni americane e nel contempo comprendeva l’essenziale fragilità del sistema sovietico, una percezione opposta alle opinioni di molti esperti, anche nel suo campo conservatore.

Reagan aveva un talento arcano per unire il popolo americano e una personalità insolitamente piacevole e sinceramente affabile; anche le vittime della sua retorica raramente si offendevano. Sebbene durante la sua candidatura alla nomination del 1976 mi avesse attaccato non poco, non riuscii a nutrire un risentimento durevole, malgrado il fatto che nella mia qualità di National Security Adviser l’avessi informato per anni, senza obiezioni da parte sua, sulle linee politiche che in quell’occasione stava colpendo. Durante la guerra in Medio Oriente nel 1973, gli dissi che avremmo sostituitole perdite aeree degli Israeliani, ma che non sapevamo come contenere la reazione araba. "E perché non dite che sostituirete gli aerei che gli arabi dicono di aver abbattuto?" suggerì Reagan – una proposta che avrebbe ritorto l’infiammata propaganda araba contro i suoi ideatori. […] Esteriormente comunicativo, Reagan nascondeva un carattere straordinariamente complesso. Era al tempo stesso affabile e distante, assai socievole ma in definitiva lontano. La bonomia era il suo modo di tenere le distanze. Se trattava tutti amichevolmente, raccontando le stesse cose, nessuno avrebbe potuto accampare pretese nei suoi riguardi. La riserva di barzellette riciclate da una conversazione all’altra costituiva la sua miglior forma di protezione. Come molti attori, Reagan era essenzialmente un solitario – affascinante quanto egocentrico."

Henry Kissinger, Diplomacy, II° edizione, 1996, pagg. 595-597

Vi lasciamo immaginare il sorriso beffardo con cui la Storia ha affidato il capitolo finale della guerra fredda al grande Ronald, l’attore.

reagan

 

 

 

 

 

 

 

 

Ronald Reagan (Tampico, Illinois, 6 febbraio 1911 – Bel Air, California, 5 giugno 2004)

 

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