I have a dream…

Il caos si è abbattuto sui Senatori a vita.  In questi giorni convulsi, caratterizzati da un aspro dibatito sulla fiducia, abbiamo assistito a fischi, urla, contestazioni e dotte dissertazioni sul ruolo delle "riserve della Repubblica" e sul loro codice di comportamento in relazione all’assenza di un mandato rappresentativo popolare. I vostri eroi hanno un sogno per Palazzo Madama. We have a dream, direbbe il nostro uomo. Vorremmo vedere Mike Bongiorno assiso trionfante sugli scranni del Senato. Altro che Scalfaro o Rita Levi Montalcini! Mike è l’uomo giusto, non si discute.

Non è "antipolitica". Al contrario. Mike è nato a New York il 26 maggio di 82 anni fa. Tornato in Italia per frequentare il liceo a Torino, vive l’esperienza della Seconda Guerra Mondiale. E la vive da partigiano, sulle montagne, tra le pallottole. Viene arrestato dai nazisti, passa sette mesi in carcere a San Vittore e poi viene trasferito in un campo di concentramento in Germania (insieme a Montanelli). Si salva solo grazie ad uno scambio di prigionieri tra Americani e Tedeschi.

Dopo una breve parentesi negli USA, torna in Italia. Nel 1953 nasce il Mike che conosciamo: l’uomo della televisione.  Importa dagli USA format di trasmissioni di successo e le trasforma nel costume dell’Italia del dopoguerra. Con "Lascia o raddoppia?", "Campanile sera", "Caccia al numero" ed altri programmi, Mike accompagna il Paese devastato dai bombardamenti fino alla resurrezione, al boom economico. L’immagine degli Italiani accalcati davanti al piccolo schermo la conosciamo tutti.

Mike è un simbolo. Un’idea. La RAI inaugura le trasmissioni il 3 gennaio 1954 e lui c’è. Berlusconi fonda le TV private e lui c’è. E’ lo specchio di un Paese, di un modo di vivere e di sopravvivere. Ha contribuito a costruire quella koinè televisiva che ha unito la penisola, babele brulicante di dialetti. Ha inventato le gaffes artefatte a sfondo erotico, vero precursore dei B-movies anni ’70. Ha regalato soldi e quarti d’ora di celebrità come neanche Andy Warhol avrebbe mai immaginato. Ha tenuto compagnia agli anziani meglio di una badante e ai bambini (chi non ricorda "Bis?" Il gioco del rebus di Canale 5 delle 12?) meglio di una babysitter. Ha inoculato nel popolo italiano l’idea – forse sbagliata, ma che importa – che la cultura e la preparazione possono anche portare fama e denaro. Ha plasmato dalla creta dell’anonimato personaggi che sono rimasti nella leggenda. Ha rappresentato, lui americano di New York, la morigeratezza di costumi di un’Italia rimasta in fondo contadina e bonariamente bigotta, come quando in una conferenza stampa al Festival di Sanremo bollò Aldo Busi con l’epiteto di "sporcaccione" (Busi, che è uomo intelligente, non se la prese…).

I cosiddetti intellettuali di questo Paese se ne sono accorti. Umberto Eco gli ha dedicato nel 1961 un brillante pamphlet intitolato "fenomenologia di Mike Bongiorno", poi pubblicato nel suo celebre "Diario minimo". Nello scritto Eco dice: “Il caso più vistoso di riduzione del superman all’everyman lo abbiamo in Italia nella figura di Mike Bongiorno e nella storia della sua fortuna. […] quest’uomo deve il suo successo al fatto che in ogni atto e in ogni parola del personaggio cui dà vita davanti alle telecamere traspare una mediocrità assoluta. […] Mike Bongiorno non si vergogna di essere ignorante e non prova il bisogno di istruirsi. […] In compenso Mike Bongiorno dimostra sincera e primitiva ammirazione per colui che sa. […]  Qualsiasi spettatore avverte che, all’occasione, egli potrebbe essere più facondo di lui. […] Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello". Ma Mike è invulnerabile. A chi gli rammenta questi commenti, lui risponde alzando le spalle e ricordando con perfida ironia anglosassone che Eco, da giovane, portava le domande al conduttore del quiz.

Noi stiamo con lui. Alla spocchia del Semiotico Per Eccellenza lui oppone il senso comune. La solidarietà dell’uomo della strada. In fondo, ammettiamolo…mentre leggevamo "Il nome della rosa" o "il pendolo di Foucault" tenevamo acceso il televisore con il volume basso e ci sentivamo al sicuro quando dallo schermo ci giungeva la sua voce in sottofondo che sussurrava "Allegria!"

Toby Stephens

Mike

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