Archive for maggio 2006

30 maggio

31/05/2006

Questo pezzo avrei dovuto postarlo ieri. Ma confesso che non ce l’ho fatta. Avrebbe riaperto troppe vecchie ferite mai cicatrizzate ed ho preferito concentrami sul Presidente Cossiga.

Sto parlando di cosa significa per un romanista la data di ieri, il 30 maggio. Significa due cose in particolare. Che però a loro volta ne evocano molte altre, come grappoli d’uva sui tralci della vite. 30 maggio 1984, Roma, stadio Olimpico: la Roma arriva a disputare la finale di Coppa dei Campioni per la prima e (finora) unica volta nella sua storia. E’ la Roma di Tancredi, di Nela, di Cerezo, di Pruzzo, di Bruno Conti, di Falcao e di altri grandi campioni, allenati dal maestro Nils Liedholm. E’ la squadra che l’anno prima ha vinto il suo secondo scudetto, che ha vinto due coppe Italia, che ha riportato Roma e la Roma ad essere protagonista dopo anni di delusioni e di particine da comprimaria.  E’ in una parola La Squadra che chi ha vissuto negli anni ’80 e tifa per la Roma ha amato davvero. Forse più di quella del terzo scudetto.

Non parlerò di quel maledetto Roma-Liverpool. Non parlerò della partita, dei rigori, di chi ha sbagliato e dell’arbitro che ha convalidato il gol irregolare di Neal. Voglio solo ricordare, anzi dimenticare, le mie lacrime di bambino per tutta la notte seguente e i miei occhi gonfi la mattina dopo a scuola. Voglio ripercorrere il filo della tragedia che i tifosi romanisti hanno vissuto in quel momento, passando dal sapore di euforia per una vittoria annunciata alla piaga dello sconforto per aver buttato al vento la coppa più importante proprio in casa.

C’eravamo tutti. Chi è romanista non l’ha dimenticato e non lo dimenticherà mai. E quando si gioca una partita di coppa viene strappato alla realtà e trascinato in una dimensione parallela dove attende, come Drogo nel Deserto dei Tartari, un’occasione soltanto. Quella di rigiocare quella diabolica, dannata partita.

Quella sera, quegli anni, il capitano della Roma era Agostino Di Bartolomei. Un grande centrocampista, un grande interprete del gioco di Liedholm. Un grande uomo. Sulle sue virtù sono già stati versati i proverbiali fiumi d’inchiostro. Il 30 maggio del 1994 – esattamente dieci anni dopo la tragedia dell’olimpico – si consuma un’altra tragedia, ben più grave. Agostino si spara un colpo di pistola al cuore. Quel cuore lancinato dalla depressione, dalla paura di non trovare più un posto nel suo mondo, quello del calcio, nel quale aveva sempre vissuto da protagonista ma in disparte.

Il ricordo di Ago viene tramandato di padre in figlio. I ragazzi della Curva Sud di oggi gli dedicano ogni tanto dei cori, come facevano – ovviamente più spesso – i loro predecessori di venticinque anni fa. Chissà se Ago li sente. Ci fa piacere pensare di sì. E che magari faccia un cenno di saluto, in silenzio, composto, come quando era in campo. Ma se è così, chissà allora cosa starà pensando di quello che sta accadendo al nostro povero calcio. Probabilmente, accennerà un sorriso amaro, con l’angolo della bocca, dicendosi quant’è lontano questo mondo di miliardi, telefonini, iniezioni e arbitri corrotti da quello dei campetti della Garbatella dove aveva iniziato.

dibagiro

 

 

 

 

 

 

Agostino Di Bartolomei (8 aprile 1955 – 30 maggio 1994)

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Lettera aperta al Presidente Emerito Francesco Cossiga

30/05/2006

Egregio Signor Presidente emerito,

ci rivolgiamo a Lei, strenuo e fedele Servitore dello Stato, nel nome del supremo interesse del Paese. Ella ha a cuore quanto e più di noi il prestigio
internazionale dell’Italia, ma soprattutto la soluzione dei grandi
problemi che affligono la nostra comunità.

Non dimentichiamo che Ella ha già comunicato di voler abbandonare l’attività politica e di volersi definitivamente ritirare a vita privata. Siamo però certi che ben
comprende lo stato di prostrazione istituzionale, sociale e culturale
in cui il Paese versa.

Per questo ci permettiamo di chiederLe un ultimo
grande servigio ai nostri concittadini. Noi chiediamo – anzi
supplichiamo – un suo deciso e determinato intervento per porre fine al più presto all’agonia del Governo attualmente in carica.
Lo spettacolo offerto dall’esecutivo, preda di una lotta aspra e senza fine sulle
stanze da assegnare ai suoi componenti nei vari Ministeri e di un
irreversibile quanto preoccupante stato confusionale sulle priorità di
un’azione riformatrice cui il Paese anela da tempo, figlio della ben
nota levatrice del Manuale Cencelli e vittima dei medesimi vizi che
hanno impedito ai loro predecessori di svolgere il compito che gli
elettori avevano loro assegnato, ci induce a ritenere che tutto sia
perduto.

Ci conforta il precedente della storia, quando Ella –
probabilmente sopraffatto dalla noia e saturo delle decine di
cruciverba che riempivano le sue giornate – ha deciso sette anni or
sono di insegnare a qualche centinaio di sprovveduti come si fa
politica in questo Paese, contribuendo a porre fine all’avventura di un
Governo (il cui "amministratore di condominio" guarda caso è lo stesso) probabilmente destinato a deperire da solo…

Signor Presidente,

noi ci attendiamo da Lei un’operazione che torni a far volare alta la Politica con la P maiuscola di questo Paese. Ella è tra le pochissime persone
che comprenda appieno i grandi processi politici che attraversano
l’Italia, è forse l’unica con uno spessore culturale adeguato alle
sfide che il Paese si trova a fronteggiare ed è certamente il solo che
può indurre questi due manipoli di dilettanti allo sbaraglio non a
"dialogare" (verbo che sulle pagine dei giornali è ormai talmente
abusato da evaporare appena evocato), bensì a riflettere, a
"ragionare", come si diceva nelle vecchie tribune politiche.

Ella, che ha vissuto per intero l’epopea della Democrazia Cristiana e che ha visto nascere le clientele, le lobbies e le corporazioni, è l’unico
Statista in grado di sottrarre loro ossigeno, di mettere la politica al
riparo dai loro assalti. Questo Governo, così come il precedente, ne è
invece prigioniero. Dice di guardare al futuro, ma in realtà parla un
linguaggio vecchio, incomprensibile per la maggior
parte della popolazione giovane, dinamica e culturalmente avanzata del
continente europeo.

Noi La invitiamo ad esperire ogni possibile
tentativo che la sua arte politica possa concepire per sostituire
l’attuale Governo con una nuova formazione, frutto dell’incontro delle
(poche) intelligenze che il sistema politico, economico e culturale ha
prodotto in Italia, i cui nomi abbiamo già proposto – finora senza
successo – al Presidente Gronchi e che può trovare nel blog.

Ella, che non accetta "lezioni di moralità da un Paperon de’ Paperoni prestato alla politica", è ancora
una volta l’uomo giusto per questo Paese.
La invitiamo, dunque, a chiudere l’ultima settimana enigmistica, a mettere da parte gli
arretrati di Eva Tremila ed i rapporti del SISMI, a salutare Loredana
Lecciso, e a tornare da protagonista sulla scena politica del Paese.
In fondo, Ella ha tutta una vita davanti: ha quattro anni meno del Presidente della Repubblica e solo
dieci in più del Presidente del Consiglio. …Il futuro è suo!

Deferentemente suoi,
Gau e Marish

Salve, la domanda nasce spontanea…

29/05/2006

Proprio in queste ore si commenta il viaggio di Joseph Ratzinger a Auschwitz. Interessante notare come un altro Papa si occupi dei milioni di morti causati dai nazisti.

Il Signor Ratzinger ha chiosato: "Perchè Dio ha permesso ciò?" Bella domanda, sono stati versati litri e litri di inchiostro su questo argomento. La risposta che ha un minimo di senso è "Chissenefrega!"…Perchè rifugiarsi dietro a Dio, qualcosa che, forse, nemmeno esiste (non spetta a nessuno dare risposte che spettano solo alla coscenza e al privato…) quando ci sarebbero tanti soggetti REALMENTE esistiti il cui operato pone gli stessi inquietanti interrogativi, se non altri!

Un nome su tutti: Eugenio Pacelli! Il signor Pacelli, nei terribili anni della soluzione finale, occupava il soglio pontificio con il nome di Pio XII, la sua storia lo aveva portato a essere rappresentante pontificio a Monaco di Baviera nei caldi giorni della Rivoluzione Spartachista, e, si crede e si sospetta, che proprio questa sua conoscenza del tedesco ed anche la sua vicinanza agli ambienti conservatori di Germania lo abbiano favorito nella successione ad Achille Ratti. A proposito di Achille Ratti ci sono un po’ di cosine che andrebbero ricordate: fu l’uomo che definì (dall’alto del suo essere Pio XI) Mussolini "l’uomo della Provvidenza", che terminò i Patti Lateranensi l’11 Febbraio 1929 coi quali ottenne anche una certa libertà di esistenza per l’Azione Cattolica. Nonostante tutto questo, nei dieci anni successivi ai Patti, dimostrò di non essere eccessivamente felice dell’ "Uomo della Provvidenza", vari furono gli scontri con il Fascismo circa, soprattutto, il ruolo delle organizzazioni giovanili, finchè un giorno ebbe l’idea di annunciare (dopo l’enciclica, in Italiano, "Non abbiamo bisogno", con la quale nel 1931 si scagliava violentemente contro l’educazione dei giovani da parte del Fascismo) di annunciare mirabili (e, forse terribili) cose sul Fascismo in occasione del decennale dei Patti Lateranensi, cioè l’11 Febbraio 1939…è interessante notare come Achille Ratti (il Papa che si era rifiutato di ricevere Hitler in occasione della sua visita in Italia e che aveva fatto persino chiudere i Musei Vaticani) sia stato trovato morto il giorno 10 Febbraio 1939. Da chi? Ma certo dal suo cerusico (Medico, in Vaticano ancora usano certi termini….) personale: il Dott. Petacci! Sì, il padre di quella Claretta lì: la "Zoccola" del regime! 

Torniamo al Signor Pacelli: questo signore fu testimone diretto della Soluzione Finale. Nell’Ottobre del 1943 i Tedeschi e i loro collaborazionisti Fascisti prelevarono Ebrei, dissidenti Politici e Zingari e li rinchiusero nelle celle di Regina Coeli e, dopo giorni di detenzione, li trasposrtarono proprio ad Auschwitz-Birchenau per ucciderli, per ridurli in schiavi e per sperimentare cose orribili sui loro corpi…il tutto sotto gli occhi di Eugenio Pacelli.

Cosa fece Pacelli? Si narrano eroiche gesta, tipo un tentativo di esorcizzare il diavolo insito nel corpo di Hitler, si parla di preghiere intensissime per raccomandare a Dio e alla Madonna il corpo e lo spirito di quei poveretti, si sa che salvò il Rabbino capo della Comunità Romana….alla fine della Guerra quel Rabbino era un fervente cattolico!

Pregò, esorcizzò, convertì…ma non disse una parola che era una! Non lanciò nessuna delle scomuniche che, invece con solerzia da centometrista, quattro anni dopo lanciò contro i Comunisti. Non sobbillò nessuno a rivoltarsi contro i Nazifascisti asserendo che non fosse dovere del Papa intromettersi nelle dispute politiche interne…ma non esitò un secondo, nel 1948, a dire: "Con Cristo o contro Cristo!", a organizzare processioni per salvare l’Italia dall’orco comunista!

Quindi, caro Signor Ratzinger, le chiediamo: "Anzichè rivolgersi a Dio, sapendo di non trovare risposte, fornisca a noi miseri discendenti dei sopravissuti dalla furia nazista risposte circa i dubbi sollevati dall’operto del suo predecessore Eugenio Pacelli"

Getilmente,

persone dubbiose e di buon senso!

Pio XII 

Il papa di Hitler (?)

Frammenti di guerra fredda

28/05/2006

Il vincitore della Guerra Fredda, Ronald Reagan, visto da Henry Kissinger.

"Ronald Reagan era stato eletto per reazione ad un periodo di apparente arretramento dell’America e per riaffermare le verità tradizionali dell’eccezionalismo americano. […] Sia Reagan sia Gorbaciov credevano nella vittoria finale della propria parte, ma esisteva una fondamentale differenza fra questi due inaspettati collaboratori: Reagan conosceva i meccanismi principali della propria società, mentre Gorbaciov aveva perso completamente il contatto con la realtà del suo Paese; entrambi si appellavano a ciò che ritenevano la parte migliore dei rispettivi sistemi, ma mentre Reagan liberò lo spirito del suo popolo attingendo a serbatoi d’iniziativa e di autostima, Gorbaciov precipitò la caduta del sistema che rappresentava pretendendo riforme di cui questo non era capace. […]

La disintegrazione comunista divenne visibile durante la seconda presidenza Reagan e irreversibile quando lui lasciò la carica; gran parte del merito va attribuita anche alle presidenze precedenti, come pure al suo successore George Bush che sovrintese abilmente all’epilogo, ma è stata la Presidenza Reagan che ha segnato la svolta. La prestazione di Reagan è stata stupefacente – e per gli osservatori accademici quasi incomprensibile. Reagan non sapeva praticamente nulla di storia e quel poco che sapeva lo adattò ai suoi radicati preconcetti. Lui trattava i riferimenti biblici all’apocalisse come predizioni operative. Raccontava molti aneddoti storici che non avevano riferimento ai fatti, o almeno così come i fatti sono generalmente intesi. In una conversazione privata, una volta paragonò Gorbaciov a Bismarck, sostenendo che entrambi avevano superato identici ostacoli interni, discostandosi da un’economia centralmente pianificata per andare verso il libero mercato. Io consigliai un comune amico di avvertirlo di non ripetere questa strampalata asserzione ad un interlocutore tedesco. L’amico ritenne però prudente non riferirgli quell’ammonimento per evitare d’inculcare ancor più nella mente di Reagan l’assurdo paragone.

I particolari della politica estera annoiavano Reagan, che aveva assorbito qualche semplice idea sui pericoli della pacificazione, sui mali del comunismo e la grandezza del suo Paese; l’analisi dei temi sostanziali non era però il suo forte. Tutto questo mi fece dire durante una conversazione, che credevo confidenziale, con alcuni storici: "Quando parlate con Reagan, a volte vi chiedete come possa essere passato per la mente a qualcuno che potesse fare il Presidente o il Governatore. Ma quello che voi storici dovete spiegare è come un uomo così privo di doti intellettuali possa aver guidato la California per otto anni e Washington ormai da quasi sette".

I media si gettarono avidamente sulla prima parte della mia affermazione, ma per lo storico la seconda è di gran lunga più interessante. In realtà, un Presidente con i più inconsistenti precedenti accademici avrebbe sviluppato una politica estera di straordinaria consistenza e coerenza. Anche se Reagan aveva poche idee di base, proprio queste costituivano i temi centrali della politica estera del suo periodo. […] Chiedersi chi redigesse le sue dichiarazioni di politica estera – nessun Presidente le scrive di propria mano – è quasi irrilevante. L’idea folcloristiva che Reagan fosse lo strumento di chi preparava i suoi discorsi è un’illusione coltivata da molti speech-writers. Dopotutto era lui a sceglierli e pronunciava i suoi discorsi con straordinaria convinzione e capacità di persuasione. Chi l’ha frequentato non ha dubbi che esprimessero le sue idee e su alcuni argomenti, come per esempio la Strategic Defense Initiative (il progetto di scudo stelare, ndr), vedeva molto più avanti dei suoi collaboratori. […] Reagan possedeva uno straordinario rapporto intuitivo con le fonti delle motivazioni americane e nel contempo comprendeva l’essenziale fragilità del sistema sovietico, una percezione opposta alle opinioni di molti esperti, anche nel suo campo conservatore.

Reagan aveva un talento arcano per unire il popolo americano e una personalità insolitamente piacevole e sinceramente affabile; anche le vittime della sua retorica raramente si offendevano. Sebbene durante la sua candidatura alla nomination del 1976 mi avesse attaccato non poco, non riuscii a nutrire un risentimento durevole, malgrado il fatto che nella mia qualità di National Security Adviser l’avessi informato per anni, senza obiezioni da parte sua, sulle linee politiche che in quell’occasione stava colpendo. Durante la guerra in Medio Oriente nel 1973, gli dissi che avremmo sostituitole perdite aeree degli Israeliani, ma che non sapevamo come contenere la reazione araba. "E perché non dite che sostituirete gli aerei che gli arabi dicono di aver abbattuto?" suggerì Reagan – una proposta che avrebbe ritorto l’infiammata propaganda araba contro i suoi ideatori. […] Esteriormente comunicativo, Reagan nascondeva un carattere straordinariamente complesso. Era al tempo stesso affabile e distante, assai socievole ma in definitiva lontano. La bonomia era il suo modo di tenere le distanze. Se trattava tutti amichevolmente, raccontando le stesse cose, nessuno avrebbe potuto accampare pretese nei suoi riguardi. La riserva di barzellette riciclate da una conversazione all’altra costituiva la sua miglior forma di protezione. Come molti attori, Reagan era essenzialmente un solitario – affascinante quanto egocentrico."

Henry Kissinger, Diplomacy, II° edizione, 1996, pagg. 595-597

Vi lasciamo immaginare il sorriso beffardo con cui la Storia ha affidato il capitolo finale della guerra fredda al grande Ronald, l’attore.

reagan

 

 

 

 

 

 

 

 

Ronald Reagan (Tampico, Illinois, 6 febbraio 1911 – Bel Air, California, 5 giugno 2004)

 

Non bastava…

27/05/2006

propaganda

Quando si dice "Chi ben comincia…" E allora eccoci qui a commentare i primi passi del nuovo governo.

In teoria sarebbe un governo "Rosso", come dice il "caro nano leader", ma, purtroppo, non è così e lo si vede e lo si capisce già dai primi timidi passi. Il signor Prodi ha detto: "Noi alle aziende daremo tanto…" Ma perchè non è bastato tutto quello che è stato dato loro finora?

Allora, niente e nessuno all’interno della maggioranza di centrosinistra dà per scontata la totale abrogazione della Legge 30 (la legge Biagi, preferisco non commentare, altrimenti cadrei nell’apologia di reato!): è uno dei più vergognosi attacchi alla classe lavoratrice italiana, di fatto desindacalizza i lavoratori, li obbliga a dire sempre di sì, ad ogni sopruso (che, poi, comunque, arriva…), non tutela le malattie, espone i lavoratori alle fluttuazioni del mercato. In pratica con questa iattura che si è abbattuta sull’Italia, che trova le sue origini nel temutissimo Pacchetto Treu (non trovare il prof. Treu nel nuovo governo è una di quelle cose che, comunque, fanno piacere…speriamo di non doverne mai più sentir parlare!), si è tolta la progettualità ad una generazione, nel vedere le tipologie di contratto e le offerte di "lavoro" (preferiremmo chiamarlo riduzione in schiavitù, ma poi ci accuserebbero di essere politicamente scorretti…sticazzi, ma non lo faremo!) viene da chiedersi perchè c’è ancora gente che si sposa, che fa figli! Ma come si fa? Ma ve la immaginate una coppia che entra in banca, chiede un mutuo e presenta a garanzia un bel contratto a progetto (a cottimo…) di sei mesi? Ma, soprattutto, ve lo immaginate il direttore di detta banca? Quali e quante risate si farà?

Purtroppo si odono stormir squilli di tetre trombe circa la creazione di un mutuo sociale…allucinante! Cioè un mutuo che permetta a chi è costretto a sottostare ai capestri previsti dalla legge 30 di poter comprare casa nonostante l’assurdità della situazione economico-lavorativa! Stiamo scherzando? Siamo folli?

Obbligo MORALE di chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale è quello di far saltare questi capestri e, soprattutto, il sistema che li ha creati e come? Affamando il sistema, facendo in moto che risulti impossibile estorcere denaro ai proletari per acquistare le case, obbligando le banche a chiudere perchè non possono più dare mutui e quelli che ci sono risultino inestinguibili, facendo fallire quelle associazioni che sfruttano il lavoro (spesso fregandosene delle norme di sicurezza…) e che ditruggono il territorio con la scusa di edificare case, e invece si ingrassano imponendo i mutui di cui sopra che, essendo autentiche tenaglie, portano alla sottrazione delle stesse case. Il risultato? Il proletario lavora con contratti indegni di un paese civile, gli vengono accettati con aria viscida da "mutui sociali", va a vivere in quartieri-dormitorio con intorno un ambiente mortifero e dopo pochi anni, perchè esposto dalla legge 30 alle fluttuazioni del mercato (o all’incapacità dei grassi parassiti borghesi al fallimento dell’azienda dalla quale è sfruttato…), non può più pagare il mutuo "sociale" perde pure quello straccio di casa che, in parte ha comunque pagato, e che rientra in possesso della magnanima banca che ha concesso l’estorsione sociale!

Caro Prodi, non basta tutto quello che è stato regalato alle aziende? Cosa altro vogliamo dare ai parassiti di Montezemolo?

Arriveranno tempi migliori! 

Inno e simboli VERI d’Italia!

27/05/2006

Falce&Martello nuovo simbolo proposto per la FIGC

Soffia il vento urla la bufera/ scarpe rotte eppur bisogna andar/ a conquistare la nostra primavera/ dove sorge il sol dell’Avvenir./ Ogni contrada e` patria del ribelle/ ogni donna a lui dona un sospir/ nella notte lo guidano le stelle/ forte il cuore e il braccio nel colpir./E se ci coglie la crudele morte/dura vendetta sara` del partigian/ gia` segnata e` la dura sorte/ del fascista vile e traditor./Cade il vento tace la bufera/torna a casa il fiero partigian/ sventolando la rossa sua bandiera/ sorge il sole alfin liberi  siam.

E se l’Italia ai mondiali si presentasse con questo simbolo e questo inno?

Riteniamo che sarebbe ora, per ragioni di opportunità internazionale, di dare un PROFONDO segnale di svolta! Una svolta storica, ideale, ideologica e politica che permetta a tutti i soggetti del pianeta di guardare all’Italia come ad un elemento nuovo, col quale instaurare un vero dialogo di pace!

Coraggio presidente, l’Italia di buon senso è con LEI.

E’ ora di finirla di farsi rappresentare da quello che era l’inno della RSI! 

 

stappali, scuotili, se li bevemo tutti!

27/05/2006

la_scena

Lo ha già scritto qualcuno ma mi piace ripeterlo.
C’è stato un periodo, tra il 1994 ed il 1999 su per giù, in cui un pezzo hip-hop italiano poteva salvarti la vita. Che tempi quelli! Roma non era ancora finita nella mani dei Giubileo-boys, l’università era casa nostra, gli inter-rails… ma soprattutto c’era Videomusic e non solo MTV. Programmi musicali veri e non kermesse pietose delle case discografiche…
Su tutto c’era il “nostro” hip-hop, su tutto c’era una parata di “nomi veri” (DJ Gruff, Ice One, Colle, Assalti, Turi, OTR, Sangue Misto, La Pina, Cor Veleno…), gente di tutta Italia, venuta fuori a spallate da quel magma confuso che era stata la scena delle Posse agli inizi degli anni 90.
Che pezzi signori! Era come se un filo unico unisse la “scena” (per chi ha voglia di capire basta un video, “Ce n’è” degli OTR). Risaltava quella attitudine un po’ sbruffona, l’essere nudi e crudi, coerenti, la necessità e l’orgoglio della preparazione, dello studio, del “farsi il culo”… molti ridevano, li prendevano per il culo, altri si appropriavano del titolo di rapper e passavano alla cassa (pensate a quanti casini ha combinato il considerare quella merda di Jovanotti un rapper…).
Pensateci bene, quanto avremmo bisogno in un paese come il nostro di una politica che badi per prima cosa a radere al suolo i “suckers”, i “farlocchi”, gli “infami”…
Sono passati quasi 10 anni e raccogliamo più cocci che trionfi. Nessuno ha veramente svoltato, le “nuove leve” non impressionano più di tanto (unica eccezione almeno a Roma, Gli Inquilini), altri provano nuove strade con alterne fortune (pensate a quello che io consideravo il più dotato MC italiano, Neffa).
Rimangono solamente vecchi leoni e ieri sera al Villaggio c’era una serata di quelle da non perdere con dei veri leoni, i colle e gli Assalti Frontali. Per la maggioranza di deficienti che pensa che veramente Jovanotti sia uno che abbia cose da dire, dei perfetti sconosciuti, per chi, come me e gau, aveva 20 anni nel 1994, pur non avendoli mai conosciuti, degli amici, dei compagni di strada, autentici punti fermi.
Serata fresca, bella gente ma il primo impatto con il tendone non è epocale, non il pienone che un cast del genere meriterebbe… ammetto che i primi gruppi li ho pisciati, preso come ero con cicogna, mauro ed errico (bella!) tra le bancarelle e una birra, ma sono riuscito ad imboccare in tempo per il concerto dei colle. Buono, non eccezionale, per chi come me e gau hanno consumato cassette e cassette (non stiamo scherzando..) dei loro due album, danno e beffa (o come si chiamano ora…) sono sempre dei maestri, ma la mia impressione è che il cambio alla consolle continui a non convincere, DJ Baro non si discute, ma si risente della scelta di una impostazione più dura con beat molto ruvidi, dove Ice One (l’unico vero funkadelico…) cesellava di fino!
Il concerto scivola tra molti free-style, qualche ricordo d’annata ed i pezzi del nuovo CD che fanno male! Loro non si discutono ma a fregarli è il confronto con vecchi leoni dell’Onda Rossa Posse.
Gli Assalti, infatti, fanno paura e basta! Lo ammetto, ogni qualvolta li ho beccati live li ho sempre incrociati con i Brutopop e mi hanno sempre fatto venire il latte alla ginocchia. Inoltre HSL aveva tanti (ma tanti..) pezzi non di spessore. Stasera sono di nuovo in versione DJ e la cosa non può che piacermi, è uscito un nuovo LP che si dice sia fenomenale e poi Militant A deve ogni tanto ricordare al pubblico dei giovani B-Boys romani che il vero maestro rimane lui. Signori, un fenomeno. Altro che 99 Posse ed altri poveracci con i quali gli è toccato negli anni essere accomunato. Niente Meg del cazzo signori, un concerto vero con un’intensità che dal vivo avevo conosciuto solo con i Fugazi (compagni d’altronde di vari tours).
Si finisce alle 2, si sbaracca allegramente, ma la mia ciclotimia è dietro l’angolo e un po’ di malinconia mi viene a pensare che, senza volerlo, mi sono ributtato in un’altra “festa di meravigliosi perdenti”, di quelli che i treni buoni li bucano in continuazione, se ne fregano e vanno avanti, mentre fuori dal Villaggio… ecco fuori dal Villaggio un fiume di macchinoni, troie e macellari ripuliti affolla Testaccio…

Buon tutto!

“Scegli fra chi spinge e chi va avanti perché gli altri spingono, chi sta sveglio quando tutti gli altri dormono…” C.d.F.

 

 

I have a dream…

26/05/2006

Il caos si è abbattuto sui Senatori a vita.  In questi giorni convulsi, caratterizzati da un aspro dibatito sulla fiducia, abbiamo assistito a fischi, urla, contestazioni e dotte dissertazioni sul ruolo delle "riserve della Repubblica" e sul loro codice di comportamento in relazione all’assenza di un mandato rappresentativo popolare. I vostri eroi hanno un sogno per Palazzo Madama. We have a dream, direbbe il nostro uomo. Vorremmo vedere Mike Bongiorno assiso trionfante sugli scranni del Senato. Altro che Scalfaro o Rita Levi Montalcini! Mike è l’uomo giusto, non si discute.

Non è "antipolitica". Al contrario. Mike è nato a New York il 26 maggio di 82 anni fa. Tornato in Italia per frequentare il liceo a Torino, vive l’esperienza della Seconda Guerra Mondiale. E la vive da partigiano, sulle montagne, tra le pallottole. Viene arrestato dai nazisti, passa sette mesi in carcere a San Vittore e poi viene trasferito in un campo di concentramento in Germania (insieme a Montanelli). Si salva solo grazie ad uno scambio di prigionieri tra Americani e Tedeschi.

Dopo una breve parentesi negli USA, torna in Italia. Nel 1953 nasce il Mike che conosciamo: l’uomo della televisione.  Importa dagli USA format di trasmissioni di successo e le trasforma nel costume dell’Italia del dopoguerra. Con "Lascia o raddoppia?", "Campanile sera", "Caccia al numero" ed altri programmi, Mike accompagna il Paese devastato dai bombardamenti fino alla resurrezione, al boom economico. L’immagine degli Italiani accalcati davanti al piccolo schermo la conosciamo tutti.

Mike è un simbolo. Un’idea. La RAI inaugura le trasmissioni il 3 gennaio 1954 e lui c’è. Berlusconi fonda le TV private e lui c’è. E’ lo specchio di un Paese, di un modo di vivere e di sopravvivere. Ha contribuito a costruire quella koinè televisiva che ha unito la penisola, babele brulicante di dialetti. Ha inventato le gaffes artefatte a sfondo erotico, vero precursore dei B-movies anni ’70. Ha regalato soldi e quarti d’ora di celebrità come neanche Andy Warhol avrebbe mai immaginato. Ha tenuto compagnia agli anziani meglio di una badante e ai bambini (chi non ricorda "Bis?" Il gioco del rebus di Canale 5 delle 12?) meglio di una babysitter. Ha inoculato nel popolo italiano l’idea – forse sbagliata, ma che importa – che la cultura e la preparazione possono anche portare fama e denaro. Ha plasmato dalla creta dell’anonimato personaggi che sono rimasti nella leggenda. Ha rappresentato, lui americano di New York, la morigeratezza di costumi di un’Italia rimasta in fondo contadina e bonariamente bigotta, come quando in una conferenza stampa al Festival di Sanremo bollò Aldo Busi con l’epiteto di "sporcaccione" (Busi, che è uomo intelligente, non se la prese…).

I cosiddetti intellettuali di questo Paese se ne sono accorti. Umberto Eco gli ha dedicato nel 1961 un brillante pamphlet intitolato "fenomenologia di Mike Bongiorno", poi pubblicato nel suo celebre "Diario minimo". Nello scritto Eco dice: “Il caso più vistoso di riduzione del superman all’everyman lo abbiamo in Italia nella figura di Mike Bongiorno e nella storia della sua fortuna. […] quest’uomo deve il suo successo al fatto che in ogni atto e in ogni parola del personaggio cui dà vita davanti alle telecamere traspare una mediocrità assoluta. […] Mike Bongiorno non si vergogna di essere ignorante e non prova il bisogno di istruirsi. […] In compenso Mike Bongiorno dimostra sincera e primitiva ammirazione per colui che sa. […]  Qualsiasi spettatore avverte che, all’occasione, egli potrebbe essere più facondo di lui. […] Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello". Ma Mike è invulnerabile. A chi gli rammenta questi commenti, lui risponde alzando le spalle e ricordando con perfida ironia anglosassone che Eco, da giovane, portava le domande al conduttore del quiz.

Noi stiamo con lui. Alla spocchia del Semiotico Per Eccellenza lui oppone il senso comune. La solidarietà dell’uomo della strada. In fondo, ammettiamolo…mentre leggevamo "Il nome della rosa" o "il pendolo di Foucault" tenevamo acceso il televisore con il volume basso e ci sentivamo al sicuro quando dallo schermo ci giungeva la sua voce in sottofondo che sussurrava "Allegria!"

Toby Stephens

Mike

Un po’ di silenzio, per favore…

24/05/2006
Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio
dei primi fanti il ventiquattro maggio;
l’esercito marciava per raggiunger la frontiera
per far contro il nemico una barriera!
Muti passaron quella notte i fanti,
tacere bisognava e andare avanti.
 
S’udiva intanto dalle amate sponde
sommesso e lieve il tripudiar de l’onde.
Era un presagio dolce e lusinghiero
il Piave mormorò: Non passa lo straniero!
Ma in una notte triste si parlò di un fosco evento
e il Piave udiva l’ira e lo sgomento.
Ahi quanta gente ha visto venir giù, lasciare il tetto,
poichè il nemico irruppe a Caporetto.
 
Profughi ovunque dai lontani monti,
venivan a gremir tutti i suoi ponti.
S’udiva allor dalle violate sponde
sommesso e triste il mormorio dell’onde.
Come in un singhiozzo in quell’autunno nero
il Piave mormorò: Ritorna lo straniero!
E ritornò il nemico per l’orgoglio e per la fame
volea sfogare tutte le sue brame,
vedeva il piano aprico di lassù: voleva ancora
sfamarsi e tripudiare come allora!
No, disse il Piave, no, dissero i fanti,
mai più il nemico faccia un passo avanti!
Si vide il Piave rigonfiar le sponde
e come i fanti combattevan l’onde.
Rosso del sangue del nemico altero,
il Piave comandò: Indietro va, o straniero!
Indietreggiò il nemico fino a Trieste fino a Trento
e la Vittoria sciolse l’ali al vento!
Fu sacro il patto antico e tra le schiere furon visti
risorgere Oberdan, Sauro e Battisti!
Infranse alfin l’italico valore
le forche e l’armi dell’Impiccatore.

Sicure l’Alpi, libere le sponde,
e tacque il Piave, si placaron l’onde.
Sul patrio suolo vinti i torvi Imperi,
la Pace non trovò nè oppressi, nè stranieri.

terreIrredente2
Versi e musica di E.A. Mario

Goodbye Lenin!

24/05/2006

sparwasser-tor









Fra pochi giorni partirà la grande kermesse commercial-calcistica di Germania.

Non è la prima volta che alcune regioni del paese di Marx e Kant, di Hegel e Honeker ospitano i mondiali di calcio, per altre località, invece, è la prima volta.

Nel 1974 il Mondo era diviso in due da una assurda guerra fredda, durante la quale due superpotenze, per paura di essere bombardate dal “Nemico” si bombardavano da sole, durante la quale anche la minima fesseria inventata dall’uno, piuttosto che dall’altro, anziché diventare uno strumento messo a disposizione dell’umanità, nella sua totalità, era SOLO uno strumento per il discredito dell’altro…ecco in questo clima, per decisione della capitalistica e filo Statunitense FIFA, si svolsero i mondiali di calcio solo nelle regioni occidentali della Germania, escludendo, invece, i Land che, oltretutto, ospitavano la Capitale di quello stato che da sempre ha contribuito al progresso civile del continente europeo.

Ma spesso, nella viscida logica delle democrazie borghesi, c’è  posto persino per l’elemento “altro”, accettato SOLO come elemento folcloristico, ed è per questo che, in occasione di quei mondiali di calcio, e solo per quei mondiali di calcio, la FIFA concesse anche alla nazionale rappresentante la Germania “di serie B” di partecipare alla sua massima manifestazione commerciale.

Nelle logiche “normali” c’era il derby delle due Germanie, o derby del muro: tutto era pronto perché i 22 atleti si scornassero sul campo come tragiche comparse di uno spettacolo spettrale che INEVITABILMENTE avrebbe dovuto portare spargimento di sangue, botte da orbi e la vittoria della Germania, quella vera, quella di Adenauer, che avrebbe, però, riconosciuto l’onore delle armi ai fratelli orientali, “dai quali siamo separati da assurde logiche politiche internazionali”.

E’ inutile dilungarsi sul fatto che quelle “Assurde logiche politiche internazionali” sono state volute proprio dai rappresentanti dell’occidente capitalista, quando decisero di riarmare una parte della Germania, oltretutto in logica antitedesco-orientale (insomma la volontà di trascinare la Germania nella guerra civile…); ma torniamo al calcio: il destino e lo sport, spesso, sono cinici e bari, e quel 22 Giugno 1974 la Germania di serie B, quella sfigata, quella della Stasi e del doping di stato (oddio che effetto parlare oggi di doping e partite truccate in Italia…) aveva tra le sue fila tale Jurgen Sparwasser. Nessuno, in occidente, conosceva questo agile atleta del Maclemburgo, d’altronde la Oberliga era considerata la Peste del calcio europeo, non la si doveva vedere, non la si doveva studiare…eccola lì: Jurgen Sparwasser si incunea nella linea difensiva della Germani Occidentale, guidata da uno dei più grandi difensori della storia, Franz Beckenbauer, e con un intervento in scivolata fa secco Sepp Mayer in uscita. 1-0 per la Germania Orientale e fine dei giochi. Non sappiamo e non sapremo mai cosa pensarono gli spettatori assiepati sugli spalti dello stadio di Amburgo, quanti di loro avevano cugini, zii, amici di vecchia data dall’altra parte del confine, quanti di loro si sentivano col cuore berlinesi, di Dresda, e non sappiamo nemmeno quanti dei tifosi della Germania Orientale giunti ad Amburgo stessero pensando ad amici e parenti rimasti nella parte occidentale della Germania; in compenso sappiamo quello che avvenne: la Germania Orientale vinse il girone, la Germania Occidentale vinse il Mondiale.

Jurgen Sparwasser tornò in Germania Orientale accolto, giustamente, come trionfatore: ma trionfatore di cosa?

L’establishment occidentale bollò quel trionfo come una pubblicità ideologica del Partito Socialista Unitario Tedesco: in parte, sicuramente, fu così; ma lì dietro c’era sicuramente l’orgoglio di un popolo che finalmente vinceva nei confronti di una classe dirigente, quella di Bonn, che lo bollava come una massa di sfigati verso i quali muoversi con compassione e pietà…”poverini, sono costretti a comprare le Trabant, i pisellini Globus e a cibarsi noiosissimi dibattiti televisivi sull’ideologia marxista-leninista. Vuoi mettere con la fortuna dei tedeschi dell’Ovest che possono scegliere tra un partito cattolico-confessionale e uno nazista, tra una Golf o una Polo (da notare che la Volkswagen aveva la sede originale nei territori orientali, poi è stata misteriosamente portata in Occidente….) oppure tra un panino di McDonald’s e un bicchiere di Coca Cola?”. Invece quel 22 Giugno 1974 il Mondò vide sovvertito l’ordine “naturale” delle cose: gli sfigati, i repressi, i morti di fame avevano battuto i belli, ricchi e liberi occidentali.

Ma in quel trionfo non c’era e non voleva esserci alcuno spirito nazionalista, non appartiene alla tradizione comunista, ma SOLO lo spirito di chi poteva dire anche al mondo occidentale: “Ricordatevi che esiste una realtà anche qui, siamo vivi ed intellettualmente vivaci…e non diamo spazio a partiti nazisti!” Una Germania orientale bellissima che, forse, nell’unica volta nella sua storia era quella sognata dai padri fondatori che, nel 1948, avevano sognato e visto, almeno nelle loro menti, un paese concorde, unito nell’intento di superare insieme le inevitabili difficoltà della ricostruzione postbellica e del successivo progresso, senza oligarchie dominanti e proletari oppressi, nel quale la cooperazione sociale ed economica fossero l’alfa e l’omega del pensiero politico comune…un paese che è esistito due volte: il 22 Giugno 1974 e nel film “Goodbye Lenin!”….e che forse esiste ancora, almeno nelle menti libere, di chi ha amato la Germania dell’Est e che nei tragici giorni dell’autunno 1989 ne chiedeva la riforma, certo non la fine!!