Steve Jobs (1955 – 2011)

08/10/2011

steve-jobsSe n’é andato Steve Jobs.
Rattrista sempre sapere che un genio non c’é più. Perché questo é stato e perché geniali sono state le sue intuizioni, i suoi prodotti e la sua strategia di comunicazione. Ma certo rattrista ancora di più vedere le mele morsicate lasciate dai suoi ammiratori davanti agli Apple Store di tutto il mondo, in una involontaria parodia delle bottiglie di whisky vuote, dei mozziconi di sigarette e di canne lasciati sull’avello di Jim Morrison al cimitero parigino di Père Lachaise. Per non parlare delle orazioni funebri di Veltroni in tv e di Severgnini sul Corriere.
E d’altronde non stupisce, anzi é giusto. Steve Jobs é stato molto di più di un semplice manager d’impresa, anche se
mi permetto di ricordare che un’azienda come la Apple dispone di una liquidità superiore a quella del Dipartimento del Tesoro USA ed ha la stessa capitalizzazione (340 miliardi di dollari) delle prime 32 banche europee messe insieme. E’ stato in realtà una guida, un guru per quel che resta dell’occidente. Un perfetto autore/interprete dello spartito che oggi non solo i Paesi cosiddetti industrializzati, ma tutto il mondo suona o aspira a suonare.
E’ lo spartito del mezzo che si fa messaggio, del prodotto che si fa pensiero, dello strumento che si dematerializza, fino a diventare leggero e impalpabile come una nuvola. E’ la soddisfazione di un bisogno inespresso, inconsapevole, che giunge fino al punto di connotare chi possiede lo strumento, il mezzo, la “cosa”, una volta e per sempre. Fino al punto di far nascere una categoria, una comunità, un popolo; i cosiddetti “Mac People”.
L’effetto paradossale che ne scaturisce é che un uomo che ha dedicato la sua vita al perfezionamento di “software” é diventato con il tempo un profeta dell’hardware per l’umanità, diffondendo un verbo fatto di telefoni, pc, ipod, tablet, etc. L’emblema, insomma, di un mondo (soprattutto il cosiddetto occidente, ma non solo) in cui la comunicazione ha preso il sopravvento su ciò che si comunica, dove il prodotto diventa simbolo di libertà.
Che l’abbia voluto o no (e penso di sì), Steve Jobs ha assunto contorni da leader religioso. La sua filosofia di vita, i successi dalla Apple, la conseguente fiducia nell’inesauribile capacità dell’azienda di lanciare sempre qualcosa di nuovo, di cool, di più perfetto, sono diventati una vera e propria dottrina.Nel suo credo, rilanciato da tutti i media del mondo come il comandamento di un messia – “Stay hungry, stay foolish” (“Restate affamati, restate folli”) – c’é tutta la trascinante capacità dell’uomo di rendere apparentemente accessibile a tutti ciò che sembra per pochi. Le file davanti agli Apple Store per l’uscita dei nuovi modelli di IPhone, IPod, IPad, etc. ricordano da vicino le file interminabili di persone che a Lourdes attendono il miracolo. La svolta, ciò che ci cambierà la vita.
La vita ce l’ha cambiata eccome, Steve. In meglio? Non lo so. Dipende. Mentre mi affretto a concludere perché il mio Mac mi ricorda che si sta scaricando la batteria del mio aerodinamicissimo mouse bluetooth, mi viene forse in mente che sarebbe meglio tornare a guardarci allo specchio piuttosto che in uno schermo.

Annunci

No se escherza con Jesus!

20/09/2011

Questo pazzo è un genio.

Hamburger Hill

19/09/2011

il_silenzio_degli_innocentiE' passato più di un anno. Sono successe tipo un centinaio di cose: molte assurde, brutte e difficili da mandare giù. Ma noi, chi più chi meno, ci siamo tutti.
Incerottati, deperiti, annoiati. Quelli di sempre, insomma.
E dopo aver scoperto Tumblr, Twitter, Facebook ci siamo accorti (ma guarda!) che un pò il vecchio Splinderone ci mancava.
Daje.

Cara Europa, benvenuta in Italia

15/05/2010
Super MarioIn un recente commento al post di Kolchoz, Marish sostiene che la superiorità italiana sugli altri Paesi sia ormai circoscritta a due asset, il cibo ed il bidet. L’immagine è amara e suggestiva, ma mi permetto di dissentire.
Potremmo obiettare che nella moda e nel design siamo i numeri uno, che il nostro sistema di piccole e medie imprese è tuttora studiato e ammirato nel mondo, che la nostra storia e la nostra cultura restano un faro di civiltà, che i nostri connazionali all’estero mostrano rigore, creatività e professionalità spesso superiori alla media.
Ma non è di questo che parlo. Opporre il clichet dell’eccezionalità a quello del declino (entrambi con un cristallino fondo di verità, ben inteso) è noioso.
Se mai, l’evoluzione della finanza, dell’economia e della politica, in particolare in Europa, dopo il lungo – e non ancora terminato – tsunami della crisi, induce a conclusioni paradossali e per questo più interessanti.
Sembra quasi, infatti, che l’Europa si sia trasformando lentamente quanto inesorabilmente in un largo, strano ed insospettato Stivale multinazionale e multilinguistico. Che l’Europa, per rovesciare e di fatto contraddire uno slogan che ci ha intossicati negli anni ’90 con Maastricht e l’euro, “stia entrando in Italia”. Come se, leggendo la realtà in filigrana, l’Italia abbia rappresentato e tuttora rappresenti una specie di sottovalutata “avanguardia”, di improvvisato “laboratorio” politico e culturale di un intero continente.
Pensateci. Eravamo accusati (dalla venerata Bundesbank, per esempio) di aver truccato i conti per entrare nell’euro? Oggi un nostro vicino la Grecia, rischia seriamente di andare a gambe all’aria per lo stesso motivo. Abbiamo sempre galleggiato sulla soglia del 3% del rapporto deficit/PIL mentre gli altri avevano “i conti in ordine”? Abbiamo sempre maledetto la “zavorra” del debito pubblico più alto d’Europa? Ecco che piano piano molti Paesi dell’UE si ritrovano in condizioni simili. Della Grecia abbiamo detto, ma ecco che arrivano Spagna, Portogallo, Irlanda, e – udite, udite – la Gran Bretagna. Ci prendevamo le bacchettate del Financial Times e dell’Economist per un mercato del lavoro sclerotico e drammatico (così è ancora, intendiamoci)? Ecco che i santificati spagnoli di Don Zapatero arrivano ad un tasso di disoccupazione del 20%.
Ma non basta. Siamo o non siamo sempre stati quelli che pensavano all’oggi, all’hic et nunc, senza pensare al domani, al futuro dei nostri figli, all’interesse generale? Quelli che si scannano alle elezioni regionali dimenticando la stabilità del Paese e la sua immagine internazionale? Bene, ecco che la Cancelliera Angela Merkel – unanimemente riconosciuta come “faro” di politica seria e razionale – ritarda fino all’inverosimile l’intervento di salvataggio della Grecia per non spaventare gli elettori nelle importantissime elezioni del Land di Nord Reno – Westfalia. E l’anomalia Berlusconi? Le sue televisioni? Le starlettes? Le escort? Voilà. Monsieur le Président Sarkozy caccia giornalisti del TG nazionale, molla la prima moglie e sposa una modella (italiana naturalmente, tout se tiens..), entra nel gossip per presunte storie con Ministre, Sottosegretarie, giornaliste, etc., prova a mettere il figlio a capo di una grande azienda, viene accusato di “populismo” e persino “accomunato” al Presidente del Consiglio italiano. E, infine, punito dagli elettori alle regionali.
Ci hanno sempre dileggiato per i governi di coalizione, instabili, con un orizzonte incerto anzi che no? Ecco che i maestri britannici, gli inventori del maggioritario, del Gabinetto di Sua Maestà e della democrazia parlamentare come noi la conosciamo, dopo elezioni difficili devono affidarsi al primo Governo di coalizione dai tempi di Churchill (ricordo che c’era la Seconda Guerra mondiale allora…), basato su un’alleanza inedita tra i Conservatori – che vogliono tagliare la spesa pubblica e le tasse, non vogliono l’euro e vogliono mantenere il maggioritario – ed i Liberaldemocratici – che vogliono aumentare le tasse per i ricchi e le banche, mantenere la spesa pubblica, vogliono l’euro e cambiare il sistema elettorale adottando il proporzionale. Ci accusavano di essere condizionati dallo strapotere delle televisioni? Ecco che non appena nel Regno Unito introducono i dibattiti televisivi tra i candidati Premier, si ritrovano con una situazione complicata e senza precedenti. Stay tuned.
Infine: si è sempre detto (ed è ovviamente ancora vero, anzi più che mai) che in Italia non mancano le leggi, bensì i controlli? Benissimo. E chi ha controllato a Bruxelles e nelle capitali europee che i conti della Grecia fossero corretti? Chi ha controllato che la complessiva situazione della finanza pubblica nella UE fosse gestibile e non ad un passo dal disastro? Chi, insomma, ha controllato l’applicazione del famigerato Patto di Stabilità?
Ammettiamolo. Se non fosse terribilmente grottesco, se non ci fossero i primi morti di mezzo e se non stessimo parlando della nostra vita e dei nostri soldi, rideremmo come pazzi. Trovo che non sia affatto un caso che l’unico – o almeno uno dei pochi – a prevedere scenari di questo tipo sia stato il Ministro dell’Economia italiano. Chi altri se non Giulio Tremonti poteva prefigurare una cosa del genere? Chi, se non un uomo costantemente alle prese con una situazione di emergenza poteva soltanto immaginare, se non addirittura raccontare, una storia così? Al danno (per l’Europa), la beffa. Nonostante si sia tutti sulla stessa barca e, con l’affondare di uno (Atene), si rischi di affondare tutti, i cosiddetti “mercati”, la stampa “finanziaria” e gli “analisti” dicono che l’Italia è un po’ più solida di altri Paesi europei. Non solo. I dati sulla crescita del primo trimestre 2010 danno l’Italia al +0,6%, davanti a quasi tutti gli altri partner e comunque sopra la media UE. L’Italia “locomotiva della ripresa”. Ma ci pensate? D’altro canto, chi – se non un Paese che in emergenza ci vive da quasi trent’anni, o forse ci ha sempre vissuto – poteva raggiungere un risultato simile? Chi – se non un Paese che ha fatto della tragica situazione in cui ora versano tutti una “comoda e calda culla” in cui vivacchiare per decenni – poteva, almeno per ora, sopravivere?
Ma non si illudano, gli amici europei. Non credano ora di aver carpito il nostro segreto, di averci “raggiunto”. Di averci copiato. Noi siamo – e saremo sempre – un passo avanti a loro. Noi l’avanguardia, loro seguono.
Per esempio, cari amici europei, state molto attenti. Vi vantate di avere mercati immobiliari più flessibili dei nostri. Di comprare e vendere belle case a prezzi più vantaggiosi dei nostri. State attenti.

Non vorremmo che foste costretti a scoprire fra una decina d’anni che i vostri mutui li ha pagati qualche imprenditore italiano di passaggio.

Concerti

02/05/2010

stage-diving-copy

E' un momento complesso. Gente sparsa per il mondo che, tanto per cambiare, sta per traslocare ma senza ribeccasse. Allora non è male tornare indietro ogni tanto agli anni “stabili”, quelli che ti svegliavi e ti riaddormentavi sempre a Roma.
Roma, anni ’90. Eravamo tanto giovani e ce ne andavamo in giro per concerti. Ci siamo io, Gau e Bof. Di portarsi dietro Kolchoz nemmeno a parlarne.

 

Beck (live sul Tevere, un anno tra il 1995 ed il 1996): era l’anno di Coolio, nel senso che non si trovava un essere umano che non ascoltasse Gangsta Paradise (a quindici anni di distanza si può dire… che canzone di merda!). Quella sera il patetico rapper suonava in una venue inventata dal nulla sul Lungotevere di fronte all’Olimpico (prima di lui, i Colle der Fomento). Costo: una tombola. Noi, un pò perchè non c’avevamo una lira, un pò perchè ci piaceva fare i fighetti decidemmo di andare al concerto gratuito dello squinternato Beck Hansen (sono quasi sicuro, all’epoca non aveva fatto uscire ancora Odelay). “Vaffancoolio, noi se ne annamo a sentì Beck”, era la parola d’ordine. Un concerto idiota, con un palco mezzo raffazzonato costruito sulla sabbia a pochi passi dalla letamaia del Biondo Tevere. Beck che sale sul palco completamente ubriaco ma che, dopo qualche minuto di idiozie varie (“italia, maccaroni, vino….”) riuscì a fare mente locale e tirò fuori un signor concerto: divertente, casinaro, senza grosse pretese e con la straordinaria ed inconcludente Loser a completare il tutto (che pezzo… nel marasma creato dalla gente che volava ci accorgemmo troppo tardi che avevamo creato una tempesta di sabbia che ci aveva coperti…). 

Grande concerto e soprattutto gratis.

 

R.E.M. (live al Palaeur, qualcosa tra il 1993 ed il 1994): una line-up da urlo (Grant Lee Buffalo come opening act). Acustica orrenda. Concerto da riempipiste. Divertente (il finale con It’s the end of the world fu delizioso). Ma lo si ricorda soprattutto come il concerto più bizzarro a cui andammo. Io con mezza faccia attaccata da punti di sutura (ennesimo incidente con il motorino). Gau che si presenta con dei loschi individui di cui uno, si dice, “porti sfiga…”. "Seeee….", il concerto fu interrotto due volte (di cui una, voglio precisare, durante Man on the Moon) perchè andò via la luce. Non so altro. So solo che Gau non lo ha voluto più frequentare ed io ne sono stato contento.

 

Jon Spencer Blues Explosion (live al Palladium, doveva essere il 1999): nella seconda metà degli anni '90 erano il gruppo che non si poteva perdere dal vivo. Fantastici. Li beccammo a Roma dopo la pubblicazione di quella tremenda zozzeria a nome ACME (non che i dischi precedenti facessero faville ma insomma…). Furono preceduti da un gruppo di cui non ricordo il nome ma la cui stramberia era talmente elevata da evitargli anche i fischi del pubblico. Il concerto della Blues Explosion peraltro fu un immenso sabba. Con Russel Siminis (miglior batterista della sua generazione, non temo discussioni) e Judah Bauer (occhi spenti, occhiaie, tecnica non male, un mito) a fare casini e poi con Jon che fece di tutto. Urletti. Si denudò. Lanciò roba. A fine concerto mentre salutavano avevi la chiara sensazione di non aver buttato dei soldi. Grandi.

 

CSI (mi sa che siamo intorno al 1993, settembre): concerto mitologico fin dalla location (il parco di Castel Sant’Angelo), passando per i protagonisti (uno dei gruppi più seri della scena mainstream italiana), finendo per Emilia Paranoica e Spara Jurij all’inizio, così, tanto per fare amicizia. Finimmo mezzi pesti con Gau che mi chiedeva notizie sulla sua schiena… "c’è qualcosa che non va, mi fa un male cane…".
Non so dove trovai la forza per spiegargli che una punkettona vi aveva lasciato una impronta di anfibio. 

 

Chemical Brothers (2006): ne ho già parlato ampiamente. Lo cito non fosse altro perchè fu il concerto della tremenda presa di coscienza dell’avvenuta vecchiaia. Biglietti presi prima e soprattutto domande come “dove le buttiamo le sigarette… per terra… dici?".

 

Oasis (Bologna, AD 1997): mitica trasferta in terra bolognese. Ricordi patetici (avevamo una sola cassetta in macchina, Marvin Gaye, nel suo imbolsimento senile… " ma sta canzone è tutta finta… non c’è niente di vero… manco la voce…"). Tutti pronti per il concertone del gruppo che, volenti o nolenti, aveva segnato (malamente) la nostra postadolescenza. Ovviamente un disastro. Già il disco non reggeva il confronto con i due precedenti poi una forma psichica al limite della denuncia penale fecero il resto. Da segnalare non fosse altro però per una scena da sogno. L’Italia, la stessa sera, affronta allo spareggio la Russia. Ci si gioca il mondiale. Passiamo il concerto aspettando il responso. Poi alla fine sul tabellone, in mezzo ad un mare di “oooooo” ci assicuriamo che abbiamo passato il turno. E daje, e allora “Inghilterra… vaffanculo!” (ci avevano sopravanzati in classifica e relegati allo spareggio e peraltro la partita con loro all’Olimpico era stata per lo meno turbolenta…). Ovviamente trasciniamo mezzo Palasport quando una signorina si avvicina a Gau e gli chiede con petulante accento albionico ("pecchè avete voi con Inghilterra?").
Che fai? L’ammazzi? 

 

Subsonica (1998): avete presente la frase "li ho visti che non li conosceva nessuno?!?" Eccoci qua. Quella volta fummo noi i protagonisti. Location terribile (Il Frontiera, un capannone industriale fuori Roma, fuori il raccordo, fuori da tutto). Un gruppo con un disco fuori che non conosce nessuno. Io mi fido di una recensione su Rumore e mi carico il buon Gau. Ma sai che…. In fondo…. Insomma quella sera eravamo in 30. La volta dopo, circa 6 mesi dopo, eravamo in un migliaio. E allora daje, li abbiamo visti che non se li cagava nessuno,  si!!!

 

Chiudiamo con un film e non con un concerto.

Serata cinefila al Palladium (ricordo ex cinema PORNO). Siamo intorno al 1995. Fanno un film di Antonioni. Quello con la colonna sonora dei Pink Floyd. Siamo io, Gau e Bof. Ci sediamo in fondo. Il pubblico è diviso a metà. Metà cinefila (per lo più femmina, rompicoglioni, seria, stucchevole). Metà è il compagno della medesima. Non je ne frega un cazzo ma sta lì, sopporta. Il film è una palla tremenda. Lo tolleriamo fino alla scena madre. Improvvisamente i due cervi del film scopano nel deserto. E' un attimo, l’inquadratura si allarga. Non si sa da dove sono comparse un centinaio di coppie che scopano nel deserto. Silenzio. Poi un applauso fragoroso. E' Bof. Lo seguiamo noi. Poi ci segue la metà bistrattata del cinema.
E’ un trionfo. Usciamo poco dopo un pò perchè ci siamo rotti i coglioni un pò perchè temevamo ritorsioni.

E adesso che si torni a pensare a dove cazzo andremo a finire tra 6 mesi.


Rai per una notte… che nottataccia!

26/03/2010

SantoroAlla fine ci sono cascato…  lo ammetto: ho visto Santoro in TV. A parte che non so se avete notato come ormai Santoro sia un "format". Il titolo della trasmissione che presenta non ha senso, il programma è LUI. Ricorda qualcuno che lavora dalle parti di Palazzo Chigi. Dicevamo, partiamo dalle notizie buone: finalmente si è scoperto su larga scala che esistono altri e vari mezzi di comunicazione e che la televisione non è una più un bouquet a pagamento per pochi ricchi calciofili e che internet non è solo un paradiso di filmati porno, di giochini 2.0 e di video amatoriali, ma che può essere usato come forma di comunicazione su larga scala, anche quì in Italia e non solo negli USA. Analizzata e apprezzata la scatola andiamo ai contenuti: per prima cosa la trasmissione è durata veramente TROPPO! Tre ore e mezza sono un insulto al fruitore medio, sono un leviatano che scoraggia i più e poi se questi 210 minuti sono dedicati interamente a Silvio Berlusconi credo che persino Emilio Fede ne avrebe a noia! Ciò detto entriamo nel particolare: apprezzabili, secondo il mio personale punto di vista, gli interventi di Cornacchione (Una vena di satira vera, sferzante ma non livorosa… infatti era all'inizio), di Giovanni Floris, si vede che ha vissuto parecchio all'estero ed ha una mente aperta, buone le vignette di Vauro, ma per quel vignettista ho un apprezzamento quasi da tifo calcistico, per cui capisco che potrei essere anche un po' di parte. Gli altri, il resto? Sinceramente mi è sembrato di assistere all'esposizione a "saggetto" dei bravi della classe e il tema, oltretutto, era palesemente superato: le intercettazioni che "tanano" Berlusconi mentre cerca di imporre la chiusura di Anno Zero, o, per lo meno, la non messa in onda della trasmissione relativa al processo Mils, cose che risalgono a Novembre scorso, anche se pubblicate solo recentemente. Partendo da questo tentativo palesemente abortito, la redazione di Anno Zero ha imbastito una trasmissione sul tema "Censura in Tv"… una novità degli ultimi sedici anni. La sensazione che ne ho ricavato è stata quella di un pericoloso sillogismo: senza "Anno Zero" non esiste libertà di espressione… ovviamente questo trascina con sè anche altri eventi di pubblico dibattito, ma in fin dei conti è solo uno spiacevole effetto collaterale. Il risultato di questo modo di pensare è stato semplicemente penoso: due persone dall'egocentrismo ipertrofico (Santoro e Travaglio) si sono circondate di plaudenti ma validi professionisti per parlare per tre ore e mezzo (ripeto tre ore e mezzo…. volevo morì) di un altro soggetto dall'egocentrismo ipertrofico che tenta tenta ma nemmeno riesce. Da una parte Santoro che si autoproclamava martire della libertà di espressione (Se penso ai nostri partigiani che hanno rischiato e perso la vita quando la libertà di espressione non c'era veramete mi viene da piangere) e dall'altra l'invitato di pietra che, invece, si muoveva all'interno di un Paese che ormai vede solo lui, chiedendo interventi possibili solo nella sua forma mentis e pretesi con lo stesso contatto con la realtà che di solito gli individui dalla forte personalità hanno nella loro fase crepuscolare. Ovviamente il risultato non potrebbe che essere la catastrofe: come ha scritto Aldo Grasso oggi sulle pagine del Corriere è stato l'ennesimo schizzo di fango nel quale Berlusconi si muove a meraviglia e dal quale non può che trarre un grande giovamento. Dopo questa infinita serie di casi pietosi (Santoro la piantasse di strumentalizzare i disoccupati, dove sono i Khmer Rossi?), saggi e saggetti, alcuni divertenti, come l'intervista di Benigni, anche lui capace, comunque, di interrompere un pesante tram tram di autoflagellazione e facile pietismo sulla povera Italia che non merita Berlusconi (Come se lo votassero i marziani…) si è giunti alla fine: e quì c'è stata l'apoteosi, come in un crescendo quasi orgasmico Santoro ha preteso il giuramento di tutti gli astanti, mano sul cuore, nome e cognome e solenne promessa di farla sempre fuori dal vasino… Non sò perchè ma mi ha ricordato ben più macabri giuramenti compiuti dai fascisti su cadaveri, sangue e altri simulacri abilmente strumentalizzati all'occorrenza per azzerare una qualsiasi forma di senso critico e ottenere un manicheo senso d'appartenza aprioristico. Terminata la fase viscerale seguente la visione del nostro Santoro, aiutato da ben tre valeriane (quando vedo questi spottoni per chi non ne ha bisogno, fatti da chi campa dal suo essere "martire" i nervi mi saltano), ho provato a riflettere sullo spettacolo del Paladozza e di tutte le altre piazze italiane nelle quali si sono riunite tantissime persone e mi sono, se possibile, ancor maggiormente incupito: ho capito come ormai la politica in Italia, da nobile arte del confronto, dello scontro anche del giochetto, sia diventato una sorta di Reality Show televisivo, nel quale ognuno ha bisogno di identificarsi attraverso la reiterazione, delle volte financo rassicurante, dei luoghi comuni: per cui Berlusconi=Mussolini (immancabile l'accostamento iniziale….), ma anche di destra=coatto e menefreghista, di sinistra=intellettuale e intelelttualoide. Quest'ultimo aspetto palese nella continua necessità di citazioni, anche le più improbabili che hanno infestato gli interventi degli astanti e, forse anche degli spettatori accorsi, diventa fastidioso per chiunque non voglia farsi appioppare immagini preconfezionate e cerchi di chiarirsi cosa stia succedendo nel Bel Paese. E' proprio a questa logica di Reality a luogo comune che, in fin dei conti, risponde la "scelta" di non fare campagna elettorale: avrei preferito che Santoro cogliesse l'occasione della trasmissione di ieri sera per organizzare uno scontro sulla logica dei programmi tra due esponenti, uno per parte, delle due anime della politica nazionale, sarebbe interessante capire, intuire, quali siano i grandi progetti di riforme che farà Berlusconi da quì al 2013, sarebbe bene sapere che differenze di concezione, per esempio, della Sanità hanno il PD e il PDL. 
Invece tutto questo non c'è stato e alla fine voterò Emma Bonino, anche se non c'è un perchè!

Oui, je suis un champion…

10/03/2010

Esistono campionati fantastici in Paesi fantastici. Storie fantastiche i cui protagonisti sono campioni fantastici, dirigenti straordinari e tifosi superbi.
Ne avevamo già avuto un assaggio qualche tempo fa.
Ma ora pretendo che a questo Paese siano attribuite quattro squadre in Champions League. Altro che Italia e Germania.

Curiosport – Si finge un ex PSG e il CSKA lo compra

Eurosportmar, 09 mar 16:47:00 2010

L'incredibile storia del francese Greg Akcelrod, il calcia-truffatore. Stanco di una vita da dilettante, il centrocampista transalpino ha commissionato un finto servizio televisivo che ha impressionato il club di Sofia. Sino a quando dei tifosi non lo hanno smascherato

Greg Akcelrod - 0

Greg Akcelrod è un signor nessuno al quale non manca la fantasia. Ha 27 anni, gioca a calcio da una vita ma sempre a livello infimo. Sino a quando non giunge a una trovata geniale. Crea un sito internet e realizza una serie di video "taroccati", compreso un finto servizio televisivo che lo presenta come il nuovo Guardiola del centrocampo. Il tutto, ovviamente, spacciandosi da ex calciatore di Paris Saint-Germain e River Plate. Mica roba da ridere.

Bravo lui, un po' creduloni i dirigenti del CSKA Sofia. Perché sì, qualcuno c'è cascato. I dirigenti del club bulgaro, desideroso di tornare a insidiare i cugini del Levski, abboccano e chiamano Akcelrod. Tutto perfetto. Se non fosse per alcuni tifosi del CSKA.

Un paio di fan sfruttano internet per scoprire qualcosa in più sul misterioso centrocampista francese, sondando il forum dei supporters del PSG. E, qui, si svela l'inganno. Assolutamente nessuno di loro conosce Akcelrod, che avrebbe invece militato nelle fila parigine per due anni (dal 2006 al 2008). La notizia arriva ai dirigenti del CSKA, che spediscono a casa il truffatore a due giorni di distanza dalla sua convocazione a Sofia.

Niente lieto fine, dunque. Soprattutto se il CSKA non vincerà il titolo bulgaro…

Eurosport

L’insostenibile leggerezza del voto

09/03/2010

Ora, io sono in Canada. Non fa freddo, o almeno non più tanto freddo. Il panorama non è dei migliori (neve che si scioglie, il fango… insomma le porte di Mosca alla fine del 1941).
Ora, in questo panorama francamente deprimente, capita che una letta ai giornali ce la dai. Che ti casca l'occhio su un casino di proporzioni enciclopediche che nessuno sembra saper gestire. Poi finisce tutto (o quasi) e ti accorgi che metà del casino era evitabile con un paio di accorgimenti da bar. E allora ti chiedi chi comanda il nostro paese. Non solo. Io vorrei ufficialmente chiedere lumi su chi informa il nostro paese.
La storiaccia delle liste del PDL l'abbiamo sentita in tutte le salse (oddio io l'ho letta in tutte le salse, certo non mi guardo i TG italiani…). Se ne sono sentite di tutti i colori. Il solito bla bla bla degli idioti. La paura fottuta. Il godimento da stadio. Una che canta Battisti nel mezzo di un comizio (Dio… se ci fosse Almirante…). Uno che dice, tipo bambini alle giostre, "devono di che so stati loro, che è corpa loro…". Un altro che risponde "libertà, libertà…". Poi ti accorgi di una cosa. Ti accorgi che c'è un ministro che se ne frega (o almeno da l'impressione di fregarsene…). Non è un Ministro qualsiasi, è il Ministro degli Interni. Un uomo della Lega. Ridacchia. Si vede che, sotto sotto, se la sta godendo. Allora tu, poveraccio che stai inoltre dall'altra parte del pianeta, non capisci proprio più nulla. Il Presidente firma un decreto. Metà del paese lo schifa. Metà del paese lo elogia. Il solito casino. Poi arriva il TAR del Lazio che blocca tutto. Per una volta chiarisce invece di buttarla in caciara.
Scopriamo che: 1 le leggi elettorali regionali sono materia di pertinenza delle Regioni; 2 scopriamo che, anche senza lista, la Polverini non avrà problemi a candidarsi per le elezioni (a differenza del casino lombardo in cui tutto il centro-destra era sparito).
Ah. Così? Cioè, tipo, era così semplice. Ma nessuno le ha dette queste cose in questi giorni. Cioè, i deficienti del PDL potevano scorporare il problema, lasciando la lista della Polverini nella merda (dove l'avevano messa loro) e puntare solo a salvare Formigoni. Perchè non l'hanno fatto? Perchè si agitano ancora come degli imbecilli? Non lo so. Il Pesidente della Repubblica poteva spingere i deficienti di sopra a modificare la legge secondo queste prospettive che, prima o poi era chiaro, sarebbero emerse. E invece no. Avalla un pastrocchio indefinibile. I Dipietristi insorgono, bla, bla, bla. Insomma, oggi è tutto un fiorire di editoriali del tipo la situazione è questa, è chiaro che finiva così. Si ma dove stavate 3-4 giorni fa in cui si parlva apertamente di "golpe" (tra parentesi, mi sono rotto il cazzo di leggere certe stronzate, i coglioni di cui sopra se lo meriterebbero un golpe vero così eviterebbero di citare ingiustificatamente una delle pegine più tristi della storia moderna…).
Insomma, per tornare all'inizio chi governa questo paese? Chi informa questo paese?

Ma chi li paga questi?

Great Lake Swimmers/Calexico @Metropolis vs El Perro del Mar/Taken by Trees@Il Motore

24/02/2010

Montreal_-_Plateau,_day_of_snow_-_bis_-_200312

Due concerti in 48 ore è un buon modo per cercare di dimenticare l’inverno che se ne sta lentamente andando, la neve che si fa fango e le temperature che diventano quasi umane. Lo so che uno dovrebbe essere felice ma io mi affeziono a tutto (anche ai -35, anche alle cadute sul ghiaccio…) e quando qualcosa finisce ci rimango male, tutto qua.

Il primo appuntamento è per giovedì sera al glorioso Metropolis su St. Catherine. Venue bella capiente per un doppio concerto dei Great Lake Swimmers e dei Calexico. Ero lì, lo devo ammettere, soprattutto per i primi ma, in fondo, pure per dare un’occhiata di sguincio ai minestrari di Tucson (si legge Tiuson, mi raccomando).

L’ingresso nel localone è da subito abbastanza avvilente. Mezzo vuoto. Tutti i presenti seduti ai tavolini a bere birra e a commentare la partita del Canada di Hockey su Ghiaccio trasmessa sui televisori sparsi in platea. Non mi sembra il posto adatto ad un concerto folk “de core”, come si dice a Roma ed infatti i miei timori si rilevano fondati.

Il set della band di Tony Dekker  passa via così, senza lasciare traccia. Ottima scelta dei pezzi, tutti ben suonati peraltro ma immagino che cantare "di certe cose" di fronte ad un audience incomprensibilmente affacendata in tutt’altro e che, al momento del loro show, riempiva a malapena un quarto della platea ha reso il tutto molto “forzato” (del tipo, siamo qui, ci pagano, ci vediamo alla prossima e venite a vederci da headliner, coglioni…). Mastico amaro. Intanto la platea si va riempiendo in modo più consono per dare il “benvenuto” ai Calexico. Per carità, li conosco poco. Da quello che so hanno dato il meglio di loro in anni oramai lontani ma qualche bel pezzone spettrale, a metà strada tra Morricone e il Dylan meno inquadrato, lo cacciano fuori ogni tanto. Peccato che l’80 per cento del concerto sia occupato da canzonacce che, più che un “roots-rock postmoderno, tra complesse partiture strumentali e suggestioni messicane”faccia tornare in mente i valorosi Los Lobos (ora capisco tutto, recuperiamo quello che ve pare ma quei cazzo di urletti “arriba, arriba…” se li potevano risparmiare). Insomma una mezza delusione, non stemperata peraltro dal fatto che il gruppo, strumentalmente parlando, sia di assoluto livello (con menzione speciale per Joey Burns, cantante-chitarrista efficace, ma un coattone della peggior specie…).  
Con gli occhi foderati dal Metropolis non sold out mi avvio stancamente il sabato successivo verso il Motore. Piccola serissima venue persa nel nulla di Jean Talon. Praticamente un negozio le cui vetrine sono state coperte e dietro le quali si suona. Occasione il concerto di Taken by Trees  e di El Perro del Mar
, due simpatiche signorine svedesi. Il primo colpo d’occhio è veramente rivitalizzante. Bel pubblico, locale pieno, gente simpatica (tranne che per un tremendo nerd cinese che mi ha attaccato un pippone di mezz’ora sugli XX, lo avrei voluto squartare vivo…). Niente spreco di denaro qui signori. Siamo nel pieno del mondo indie ed allora le due signorine shared la stessa band (tutti bravi peraltro con menzione speciale per il batterista, scocciatissimo, che suonava la batteria, le percussioni, faceva girare i samples e se buttava pure in mezzo ai cori…. un mito). I due concerti sono stati graziosissimi. Un pò più in difficoltà  El Perro del Mar. Sarà stato il make-up pesantissimo. Sarà stato il clima Montrealese (“fa molto freddo qui da voi… lo so anche da noi ma io non mi ci abituo mai!” pensa io…). Insomma non si capisce dove voglia andare a parare (la cantante acustica? la chanteuse disperata? la cantantina frizzantina? mah…). Comunque le sue tre-quattro canzoncine le canta e pure bene. In più piazza alla fine pure una otttima cover di Shelter degli XX (vi lascio immaginare il cinese ciccione come l’ha presa…). Veloce cambio palco ed il set di Taken by Trees fa un altro effetto non c’è dubbio. Un album coccolatissimo dalla critica. Forse anche qualche speranza in più di sfondare. Insomma la svedesina tiene il palco con signorile maestà. Canta la superba cover degli Animal Collective che me la fatta conoscere. Il tutto con quella faccina lì, un pò gatta morta, un pò svedese timida, un pò da “compagna del liceo, bellissima, la prima della classe, che non te la darà mai”. 

Intanto fuori ha ricominciato a nevicare ma, si vede, che non reggerà.

 

Bentornata Annalena

15/02/2010

Spassosissimo (certo, non lo direi se la polmonite l’avessi presa io…) pezzo di una delle nostre penne preferite.

"La sera prima della Grande Malattia Da Romanzo si stava amabilmente litigando al ristorante riguardo alle vacanze estive: io minacciavo la fuga, il suicidio, lo sciopero della sete, il voto a Emma Bonino all’idea di rimettere piede nell’orribile luogo di villeggiatura dell’anno scorso, quello per gente con prole nana, lui sosteneva che non esistono alternative (in seguito la lite è servita, ma con scarsi risultati, nell’opera di colpevolizzazione: “Hai visto, a dirmi quelle cattiverie mi hai fatto venire la polmonite”, o anche: “Ecco, per la tristezza e per la mancanza di prospettive il mio sistema immunitario ha ceduto di schianto”). Scontentezza, paragoni con scintillanti vite altrui: “Hai idea di quanto si diverte Alexander McQueen? Come chi è? Insomma di certo anche Guido Bertolaso fa una vita più festaiola della nostra, nonostante quel fastidioso mal di schiena”. Poi febbre alta che non scende, abbaglio-influenza (non leggerò mai più idioti articoli di giornale con l’elenco dei sintomi e della durata della suina, ma ogni volta andrò a intasare le file dei pronto soccorsi gridando: fatemi una lastra), infine la decisione sofferta di andare, prima volta nella vita tranne i parti (non i party, caro resto del mondo che se la spassa, solo brevi degenze in cui sono nati due piccoli cosi), in ospedale. Non so che faccia avessi, ma ancora prima di varcare la soglia del pronto soccorso c’era un tizio che mi correva incontro con una sedia a rotelle: ridicolo tentativo di rifiutarla sdegnata e crollo strutturale prima di finire in “emergenze”. Anche lì, l’umiliazione di essere quella con la vita più piatta: elencavo sintomi piccolo borghesi, mi mettevano l’ossigeno e una flebo, dicevo che boh, magari era un virus portato a casa dall’asilo, mio marito telefonava ai miei genitori e alla baby sitter mentre accanto a me una luccicante, truccatissima signora in barella (non credo fosse proprio una femmina in realtà) raccontava quanto whisky aveva bevuto la sera prima e quanto beveva di solito, con il supporto morale di un uomo incravattato e imbarazzato, in piedi accanto a lei. Le chiedevano: solo whisky, nient’altro? Nonostante la curiosità morbosa, l’insufficienza respiratoria acuta mi ha impedito di origliare la risposta, non ho potuto nemmeno girare un video a scopo di ricatto perché il telefonino interferiva con i monitor del battito cardiaco. Insomma, persino a rischio rianimazione la solita noia: mi hanno chiesto se tornavo da qualche aeroporto, da un luogo esotico e infetto, ho risposto: “Vale un viaggio a Parigi di quattro anni fa?”, allora il medico del pronto soccorso ha detto, leggendo la mia carta d’identità: “D’ora in poi voglio solo pazienti di Ferrara” “Perché?” “Perché lei non fa scene, sta malissimo eppure si comporta normalmente, non succede mai”. Nemmeno il brivido di una bella sceneggiata, uno svenimento, allucinazioni, niente, solo l’inspiegabile infatuazione del dottore, che con eccesso di zelo mi prendeva la mano e credendo che non sentissi elencava a mio marito le percentuali di morte nel mio stato, sperando forse che decidesse modernamente di staccarmi la spina subito e mi abbandonasse lì con lui. Poi la diagnosi: “Polmonite coi contro, come si dice a Roma”, un ricovero coi contro, sabati sera a guardare “Ballando con le stelle” (“Milly Carlucci è sempre una gran signora”, ha detto la mia infermiera preferita). Volevo un’avventura, una novità, qualcosa da ricordare? Ecco qua, cretina, orasmettila di lamentarti."

da Annalena                                                                                                      © 2009 – FOGLIO QUOTIDIANO

Sempiterni ringraziamenti al Foglio.